Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Sequeri: musica per l’incanto della liturgia

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Di Pierangelo Sequeri, noto teologo milanese che da tempo si dedica ad esaminare i rapporti tra teologia, liturgia e musica, riporto un ampio stralcio di un suo articolo apparso recentemente su Avvenire. Mi sembrano indicazioni lucide e di buon senso. Sarebbe bene prenderne atto e con lungimiranza tirare le debite conseguenze.

L’equivoco fondamentale è stato quello di trattare la nuova ricerca di “canto popolare”, adatto alle celebrazioni parrocchiali normali, che è sempre esistito, come sostitutivo della “musica sacra”: sia del “gregoriano”, sia del canto polifonico. L’ingenuità della pretesa di sostituzione e la pigrizia della reazione di conservazione, hanno prodotto “teoremi” di cattiva qualità che hanno ingombrato il campo e condotto a una paralisi di sterilità. Lo stallo ha però prodotto, alla fine, anche una duplice consapevolezza che può diventare un buon inizio. La prima è che la musica per la liturgia deve essere regolata sui parametri della liturgia. La seconda consapevolezza è che la fase storica della nascita e della creazione della tradizione rituale è finita insieme con la cultura che fondava semplicemente sulla ripetizione delle origini la forza e la vitalità delle istituzioni. Sul canto e la musica nella liturgia riformata c’è stata una riflessione teologica specifica. Le ricadute però non sono state all’altezza del pensiero, perché la competenza e la pratica musicale si sono sottratte al compito, o ne sono state scoraggiate: sia da parte ecclesiastica che artistica.

Purtroppo, i musicisti e gli ecclesiastici si lamentano moltissimo e fanno pochissimo. I giovani migliori, in entrambi i campi, di conseguenza stanno alla larga. Il nostro problema attuale è la disaffezione: i repertori si formano per via di affinità ideologiche più che di sapienza liturgica. Lo stallo dell’affezione e le opposte incompetenze che si fronteggiano potrebbero essere disinnescati dalla riabilitazione di una “corporazione” o “confraternita” dei musicisti di chiesa, che dopo il Concilio sono stati abbandonati a loro stessi oppure sono caduti in ostaggio di opposti caporalati ideologici. Un’istituzione diocesana, con opportuno e severo percorso formativo, in dialogo permanente col Vescovo e con le istituzioni della cultura musicale. A chi, infine, mi chiede quali caratteristiche deve (o dovrebbe) avere, e cosa deve cercare una musica scritta per una liturgia “contemporanea” rispondo che questa è una domanda semplice.

È una musica che non chiunque, e in qualunque modo, potrebbe improvvisare, cantare e suonare. Un servizio ecclesiale molto specifico, pieno di sacrificio di passione, di creazione e di responsabilità. Tutti potrebbero ascoltarla con commozione. Partecipare con brevi e opportuni interventi di conferma e di risonanza. Ma non potrebbero cantarla e suonarla. Sarebbe un incanto abilmente sottratto alla platealità tonale delle musiche che si cantano da sole. Scaverebbe nella fonetica e nella semantica letteraria della lingua materna (non sarebbe una musica nata col latino, adattata orribilmente a un mediocre italiano devozionale). Pochi si metterebbero di nuovo al servizio di molti: così affinata foneticamente, così aderente alla parola, così intensa nella sua capacità di far vibrare l’aula come incenso, che i cantori avrebbero un ruolo e un impegno speciale: come quello del prete, del diacono, del lettore, del predicatore.

Fu così il gregoriano dei monaci, fu così la polifonia sacra dei cantori. Qua e là, poi, un bel Tota pulchra e un Noi vogliam Dio per tutti, nella forma del canto popolare adatto alla contemporaneità dell’espressione media, ci starà benissimo. E non farà perdere alla liturgia il suo incanto. Anzi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire

Cantare le parti più importanti /2

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Segue

Nel precedente articolo ho scritto a proposito delle parti più importanti da destinare al canto in una celebrazione eucaristica. Il Messale descrive gesti da compiere in canto laddove una prassi più che mai diffusa si limita al “dire”. Confesso di non aver mai cantato quelle parti, spettanti al sacerdote che presiede, finora. In seminario non mi è stato insegnato, figuriamoci; non ho mai visto farlo e in quindici anni nessuno mi ha mai incoraggiato a cantarle; non conosco sacerdoti che lo facciano. Prima di scrivere questo post, ho voluto fare un veloce sondaggio utilizzando Facebook, ponendo il quesito in due gruppi che raccolgono membri (più di 2.000) interessati al canto e alla musica liturgica. Ho ottenuto quasi 160 risposte che appaiono nell’immagine qui sopra. Sinceramente non so se e quanto tale sondaggio possa essere significativo. Tuttavia emerge il fatto che quanto avviene in Asti e dintorni, è un po’ mal comune (ma senza gaudio; anzi). Salvo pochissime isole felici presenti qui e la in Italia, le parti che dovrebbero essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo (cfr. OGMR 40) sono pressoché sempre consegnate ad un “dire” che, ne abbiamo l’esperienza, è quanto mai sbiadito e  spesso sopraffatto dall’abitudine annoiata.

Sembra che si salvi il canto della Dossologia che conclude la preghiera eucaristica e del Padre nostro. Ma il risultato non cambia e si può osservare un vero e proprio capovolgimento di precedenze: le parti che il Messale indica come le più importanti, da cantare praticamente sempre, nella prassi lo sono solo ogni tanto, in certe occasioni straordinarie. In via ordinaria invece, largo ai canti da inserire nei soliti momenti (inizio, offertorio, comunione, finale). E torniamo alla conclusione: si ignorano le ragioni profonde del canto liturgico. Formazione, formazione, formazione…

Rimane ancora da indagare perché siano più “importanti” le parti che devono essere cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea e dal sacerdote insieme al popolo.

Continua

L’educazione musicale dei futuri preti

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Qualche giorno fa su internet, mi sono imbattuto più o meno per caso in un paragrafo della Ratio institutionis sacerdotalis, cioè il Regolamento degli studi teologici dei seminaristi, che è allegato al documento La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari (III ed.); il tutto è stato esaminato e approvato nel 2006 dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ambito è quanto mai importante perché ci si occupa del clero di domani. Ebbene, il paragrafo in questione riguarda lo studio della musica sacra.

Lo riporto integralmente. Vista la mia personale esperienza e avendo qualche notizia su ciò che accade oggi, mi chiedo: ma gli addetti ai lavori se ne sono dimenticati o lo ignorano consapevolmente? Oso sperare, tuttavia, che vi siano dei seminari che non lascino il Regolamento solo sulla carta!

MUSICA SACRA 

Obiettivi 

La musica sacra – in particolare il canto sacro – è intimamente unita alla liturgia. Pertanto la conoscenza, la formazione e la pratica della musica per la liturgia devono abituare gli alunni a cogliere la stretta unità tra rito e azione liturgica, ed educarli ad ammettere nel culto divino le forme musicali della vera arte, avendo la musica sacra il solo fine della gloria di Dio e della santificazione dei fedeli. Tale formazione contribuirà alla pertinenza delle celebrazioni liturgiche nei seminari e alla preparazione di pastori capaci di celebrare con proprietà ed afflato spirituale i misteri divini, favorendo la bellezza dei riti, la loro solennità e la comunione ecclesiale che lo stesso canto del rito favorisce.

Contenuti 

Il corso dovrà prevedere lo studio accurato dei principi basilari della musica liturgica secondo la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e l’istruzione Musicam sacram, analizzandone i fondamenti teologici, antropologici, estetici e pastorali. Sarà inoltre necessario conoscere la disciplina e le norme fondamentali per il canto sacro e alcune indicazioni di base sull’animazione e sulla partecipazione dei fedeli. Di grande utilità potrà essere un breve panorama della storia del canto sacro.
Si insista sulla conoscenza della natura e della funzione del canto dell’ordinario della Messa (parti del presbitero, dei vari ministri, della schola cantorum e dell’assemblea), cui gli alunni dovranno abituarsi già nelle celebrazioni liturgiche in seminario. Si dia il giusto risalto al canto del proprio della Messa (parti variabili) e all’arte del salmodiare. Si affronti il tema del canto della Liturgia delle ore (innodia, salmodia e canti responsoriali).
I seminaristi siano educati alle varie espressioni di canto liturgico (gregoriano, polifonico, popolare e “giovanile”), imparando a esercitare il discernimento sulle priorità, sulle qualità liturgiche, artistico-musicali e testuali dei brani, e a distinguere le diverse opportunità pastorali di uso degli stessi, abituandosi a differenziare il canto per la liturgia da quello per altre attività pastorali. Si offrano alcune nozioni sugli strumenti musicali per la liturgia.

Didattica

– Conoscenza e uso del repertorio gregoriano fondamentale, che la Chiesa riconosce come proprio della liturgia romana.
– Conoscenza ed uso del repertorio nazionale di canti per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana.
– Esercitazioni sull’ordinario della Messa e sul canto del celebrante.
– Apprendimento di alcune nozioni base di teoria e solfeggio musicale e sull’uso della voce, e per il suono – anche solo sommario – di uno strumento musicale, preferibilmente l’organo a canne.
– Esercitazioni seminariali su alcuni aspetti particolari della musica sacra.
– Preparazione accurata, in forma di laboratorio, del canto liturgico per le celebrazioni.
– Esercitazioni sul canto della Liturgia delle ore, soprattutto degli inni e della salmodia.

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