Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivio per il tag “Scelta dei canti”

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci

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E’ online il nuovo Sussidio liturgico Avvento-Natale 2016. Dall’introduzione di Don Franco Magnani: “Una consistente sezione del sussidio mira a sviluppare un ascolto incarnato della ricchissima offerta delle letture bibliche dell’Avvento, con un particolare riferimento ai testi propri del ciclo A. La sezione liturgico-celebrativa del Sussidio di Avvento Natale mira a mettere in luce la caratteristica propria di ciascuna solennità/domenica/festa, così come viene illustrata dall’eucologia, dalla liturgia della Parola, dal Calendario Romano generale, dal Direttorio su pietà popolare e Liturgia e da altri testi del Magistero (es. Marialis cultus). La tematica propria di ogni solennità/domenica/festa ha ispirato anche la monizione iniziale, composta secondo il criterio della brevità ed essenzialità. Per ciascuna domenica/festa/solennità vengono suggeriti, per le parti del proprio della Messa, dei canti pertinenti tratti dal Repertorio Nazionale CEI; per ogni celebrazione è offerta anche la scheda di presentazione di uno dei canti indicati.  Secondo la raccomandazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano circa l’esecuzione del salmo responsoriale «con il canto, almeno per quanto riguarda la risposta del popolo» (OGMR 61) vengono presentate per ciascuna domenica/festa/solennità la partitura del salmo, in formato pdf, e la relativa registrazione audio esemplificativa”.

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Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

Papa Francesco: la felicità non è un’App, e neppure la Messa

francesco ragazzi

La Messa presieduta da Papa Francesco per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze il 24 aprile era da me attesa con una certa curiosità, lo confesso, soprattutto in riferimento al programma musicale della celebrazione. Ma, a giudicare dai commenti sui social, credo di non essere stato affatto il solo, anzi. Di sicuro il Santo Padre non entra nel merito delle singole scelte, ci mancherebbe, ma qualche suo input almeno di orientamento generale, immagino che venga richiesto e che arrivi. Dunque, poteva giungere da piazza San Pietro qualche sorpresa? Un “Alleluia-clap-clap”, ad esempio, che in qualunque Messa celebrata con i ragazzi nelle nostre diocesi e parrocchie viene piazzato? Direi che questa sarebbe stata un’aspettativa ingenua; ma qualche canto stile pop, o “moderno” come alcuni dicono, in molti se lo attendevano. Magari accompagnati da chitarre, batteria e bonghi. E ciò sarebbe stato accolto come un’ulteriore apertura di Papa Francesco, sempre attento alle esigenze del popolo. Invece, nulla di tutto questo. Ha cantato la Cappella Sistina “aggiustando” per l’occasione le consuete proposte (vedi più sotto). Un prete della mia Diocesi mi ha riferito che per alcuni ragazzi la Messa è stata un po’ pesante, ma che ci sono anche stati momenti di silenzio bello e orante. Certo, ci sta tutto che un ragazzo o una ragazza dai 13 ai 16 anni – al terzo giorno di permanenza a Roma, che a seguito di giornate impegnative ha dormito (?) nel sacco a pelo – che alle ore 7.30 di domenica si trova già in Piazza San Pietro per la Messa delle 10.30, possa essere un po’ “fuso”. E quindi? Questa Messa ci suggerisce l’idea che il canto liturgico non è ricreazione, e che non va usato, anzi, abusato in tal senso. Inoltre certe idee che si fondano unicamente su preconcetti di certi adulti, devono cadere. Per esempio che il canto gregoriano non sia adatto ai ragazzi. Assolutamente falso: io stesso, che un tempo ero scettico, ho visto che non è così. Certo che se vedono noi storcere il naso appena sentiamo una parola di latino, è finita… Ma questa è pura ignoranza. “Non accontentatevi della mediocrità! (Papa Francesco).

Programma canoro della celebrazione

Canto d’inizio: Inno del Giubileo della Misericordia
Atto penitenziale: Kyrie gregoriano semplice
Gloria (de angelis)
Alleluia gregoriano
Canto di offertorio: Passa questo mondo
Santo (G. M. Rossi)
Padre nostro gregoriano in italiano
Canti di comunione: Beati quorum via integra est;
Sei tu Signore il pane; Il Signore è il mio pastore
Regina coeli.

Altri interventi cantati tra cui la proclamazione del Vangelo.

Libretto delle celebrazione
Youtube

Prima melodia per il rito della Messa

canto-messa

Canto e musica esprimono un investimento sulla forma dell’atto liturgico che sposta l’azione su un piano “altro”. La peculiarità del canto liturgico, alla fin fine, sta proprio in questo: nel consentire il superamento del livello meramente informativo del “dire”. Infatti, non solo e non tanto per uno scambio di contenuti verbali si legge, si dialoga, si interagisce nella celebrazione, ma per instaurare la relazione tra Dio e l’assemblea. Ciò è particolarmente evidente nell’intonazione dell’eucologia o nella proclamazione cantata delle letture: una modalità di “prendere la parola” tipica del contesto rituale, che alla relazione Dio-popolo contribuisce a dare forma sacramentale, immettendo nella dimensione simbolica della liturgia. La seconda edizione italiana del Messale Romano (1983) riporta le melodie per il canto dei ministri in dialogo con l’assemblea: purtroppo, la scelta di collocarne la notazione in appendice, “ad experimentum”, non ne favorisce l’utilizzo e solo debolmente smentisce quella inespressa quanto diffusa idea – o di essa ne è conseguenza – che ancora intende il canto come un elemento superfluo ed accessorio alla celebrazione, un suo ornamento per la solennità o una ricreazione dei fedeli. La Conferenza Episcopale Italiana ha anche pubblicato un sussidio musicale (1993), sconosciuto ai più, contenente tutte le melodie finora edite nei libri liturgici in italiano, acquistabile anche online.

Prima melodia per il rito della Messa:
Ascolta le registrazioni
Scarica gli spartiti

Online il nuovo sussidio CEI per la Quaresima

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Segnalo che è disponibile online il nuovo Sussidio liturgico-pastorale del Tempo di Quaresima-Triduo 2016: Nella tua misericordia, a tutti sei venuto incontro. Questa espressione, tratta dalla Preghiera eucaristica IV, esprime l’ampiezza della misericordia divina e la sua azione preveniente, che precede ogni altra iniziativa umana. Celebrare la Quaresima, tempo di conversione, significa accogliere prima di tutto in noi la forza della misericordia divina; mentre celebrare la Pasqua significa rendersi disponibili a prolungare nel tempo l’azione del Risorto che ci manda come suoi discepoli.

Il Sussidio, offre:
– Commento biblico-liturgico (una proposta di riflessione biblica, a partire dalle letture domenicali)
– Indicazioni celebrative (per ogni domenica e festività si danno alcune sobrie e puntuali indicazioni celebrative)
– Proposta liturgico-musicale (adeguata proposta di animazione liturgico-musicale)
– Percorso di formazione catechetica (schede di catechesi)
– Sezione patrimonio artistico (con relativi commenti teologici

Sussidio liturgico Avvento-Natale 2015

avvento-Natale

Segnalo che è online il sussidio “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nella misericordia” a cura dell’Ufficio Liturgico della CEI. Suddiviso nei due tempi di Avvento e Natale, ne rispetta la natura liturgica propria. Per ogni Domenica e festività si propongono riflessioni bibliche, indicazioni liturgiche, suggerimenti per il repertorio musicale (in particolare, è possibile scaricare lo spartito di tutti i Salmi Responsoriali e ascoltare file mp3) e orientamenti catechistici.

Vai al sussidio

Alleluia?!

alleluia lampadine

Nell’affrontare questioni liturgico-musicali mi sono sempre promesso di motivare le mie affermazioni: cercherò di farlo anche in questo articolo, nel quale tratterò – per scoraggiarne l’utilizzo, dico subito –  del canto Alleluia. La nostra festa, detto “delle lampadine”, a motivo del simpatico gesto che l’accompagna. Testo e adattamento di Stefano Varnavà su musica di autore ignoto, in La nostra festa. Canti di festa per la preghiera comunitaria dei ragazzi, pubblicato da Rugginenti nel 1983.

Non entro nel merito di ciò che attiene specificamente all’aspetto musicale anche se è evidente che la composizione non ha molte pretese. Se venisse considerata una canzonetta per bimbi, buona per iniziare un loro momento di aggregazione, non le si farebbe certamente un torto. Comunque già il sottotitolo della raccolta è significativo: si deduce che i canti sono dedicati alla “preghiera comunitaria”  – che è cosa diversa dalla celebrazione liturgica – “dei ragazzi”, cioè occasioni nelle quali costoro siano presenti in modo esclusivo, o quasi. Ho interpretato male la volontà del compositore? Non credo. Anzi, ritengo, piuttosto, che non rispettino la volontà dell’autore coloro che – in buona fede, per carità – utilizzano questo brano a Messa come Canto al Vangelo, per di più in celebrazioni con variegata partecipazione di popolo. Ma non solo: non si rispetta neanche la volontà della Chiesa per i motivi che più avanti tenteremo di intuire. Ecco, intanto, le parole del canto in oggetto:

Alleluia.
La nostra festa non deve finire non deve finire e non finirà. (2 v.)
Perché la festa siamo noi che camminiamo verso te.
Perché la festa siamo noi cantando insieme così: la la la la la la.
Alleluia.

Contenuto del testo
Se ci si ferma al contenuto, sembra di riscontrare una visione superficiale della realtà, accanto ad un assai debole riferimento al trascendente, non meglio specificato: ciò sarà del tutto coerente con l’antropologia e la spiritualità cristiana, ed educativo alla vita secondo il Vangelo? Ad ogni modo, non dobbiamo certo scomodare le grandi tragedie umanitarie per accorgerci che in realtà la festa può finire, eccome.
Piuttosto è qualcos’altro a rimanere, seppure nascosto in mezzo alle difficoltà dell’esistenza: “La gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.” (Papa Francesco, Evangelii gaudium). La “gioia” è altra cosa dalla “festa delle lampadine”. E’ la gioia della fede, la gioia che viene dall’essere amici di Gesù: gioia che viene ravvivata, nel Canto al Vangelo, dal fatto che il Signore sta di nuovo per parlare, donando ai credenti ancora una volta la sua Parola.
La conseguente spinta a muoversi verso gli altri, viene proprio da qui, poiché è questa gioia che porta ad andare verso il prossimo portandogli in dono ciò che si è ricevuto. Invece, tornando al nostro canto, riscontriamo che alla festa segue un “cantando insieme: la la la la la la”. Non mi dilungo, e credo che non ci sia molto da aggiungere.

Pertinenza liturgica
In primo luogo, per quello che attiene all’utilizzo liturgico di questo canto, possiamo confrontarci con l’Ordinamento generale del Lezionario Romano, chiedendoci: che cosa fanno i credenti riuniti quando cantano l’Alleluia? Leggiamo: “L’Alleluia, costituisce un rito o atto a se stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per rivolgere a essa la sua parola, ed esprime con canto la sua fede” (OGLR 23). In poche parole ci viene detto quale sia la ragion d’essere del Canto al Vangelo. Tutti tesi al Signore che sta per parlare, quindi, e non al “noi che cantiamo la, la, la”. Sia ben chiaro: accogliere e salutare il Signore è un atto comunitario, e quindi azione di un noi. Ma l’Alleluia “delle lampadine” distrae l’assemblea, nel senso che la distoglie da ciò che dovrebbe accadere: porta a guardare a se stessi quando invece si dovrebbe volgere lo sguardo a Gesù.
In secondo luogo, occorre notare che il testo del Canto al Vangelo si trova nel Lezionario, incastonato tra le letture: dopo il Salmo Responsoriale nei giorni feriali oppure dopo la Seconda lettura nelle domeniche e nelle solennità. Ebbene, il testo del versetto, non è un elemento neutro, ma prezioso. Vale a dire che, il Canto al Vangelo, insieme agli altri testi della Liturgia della Parola, concorre a creare il contesto entro cui quel dato brano evangelico sarà proclamato. Per questo motivo non è opportuno, salvo poche e misurate eccezioni, sostituire il testo del Lezionario con un altro, poiché altrimenti si alterano quelle coordinate che la liturgia intende offrire per la comprensione dei testi biblici.

Prima conclusione
Forse qualcuno potrebbe dire che me la sono presa fin troppo con un canto che, come io stesso ho rilevato più sopra, ha poche pretese. Non ne avrei motivo, in effetti, se fosse utilizzato di tanto in tanto in qualche raduno di ragazzi o al catechismo: al contrario, viene indebitamente e purtroppo molte volte inserito nelle celebrazioni liturgiche. E tuttavia, se il problema fosse solo questo, limitato all'”Alleluia delle lampadine”, non sarebbe nulla. Invece non è così, e l’aver trattato di questa canzoncina ha per me un valore simbolico. E’ fondamentale, infatti, dedicare del tempo per tentare di mettere a fuoco le questioni e comprendere meglio quale sia la posta in gioco. E’ vero che le strade del Signore sono infinite, ma l’inconsapevolezza con la quale troppo spesso ci si accosta al canto liturgico, è un fatto grave e persistente di fronte al quale occorre adoperarsi per porre rimedio.

Seconda conclusione
In base a quanto si è osservato a proposito del brano Alleluia. La nostra festa, si delineano almeno due princìpi generali, che espongo qui molto sinteticamente.
In primo luogo, i canti che si utilizzano nella celebrazione liturgica devono essere dottrinalmente solidi e, salvo limitate eccezioni, possedere un chiaro contenuto biblico.
In secondo luogo, occorre fare in modo che i canti si integrino bene con il contesto di una determinata liturgia almeno a due livelli:
a) livello testuale: sarebbe opportuno che i canti scelti tengano in debito conto Antifone d’ingresso, di offertorio e di comunione, letture bibliche, canti tra le letture: Salmo Responsoriale e Canto al Vangelo, eucologia. Tendenzialmente senza sostituire questi testi con altri;
b) livello rituale: il canto/musica deve unirsi in modo coerente a quello che si sta facendo. Se con la sua seduzione (o con il suo fastidio) invece distrae dall’azione liturgica, deviando su di sé sola l’attenzione dei partecipanti, ha fallito il suo compito.

Musica per pregare. Il contesto liturgico del testo musicale

organ

Dal blog di Andrea Grillo.

I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti (Maurice Merleau-Ponty).

1. Ma l’azione rituale è veramente una “risorsa”?

Nonostante la Riforma Liturgica, e il secolo abbondante ormai trascorso dal Motu Proprio di Pio X (Tra le sollecitudini del 1903), la riscoperta della azione rituale, nella sua bellezza e nel suo esser risorsa ecclesiale, appare ancora un problema, non solo per i musicisti e per i maestri di coro, ma anzitutto per i semplici fedeli, per i pastori come anche per i teologi. Nella mia riflessione vorrei dunque partire dall’idea che non è affatto ovvio che l’azione rituale sia una risorsa, cioè che sia fonte di tutta l’azione della Chiesa. Proviamo ad esaminare le cause di questo nostro nascosto ma potente imbarazzo.
Certo, se ce lo dice un’autorità come Ambrogio – che usa la bella espressione (En. in Ps., 1, 9-12) di “fidei canora confessio” – siamo portati a pensare che la confessio fidei abbia buone ragioni per essere canora. Ma, nel fondo, siamo ancora abituati a pensare – secondo una tradizione teologica secolare – prima di tutto e forse esclusivamente alla confessio fidei “tout-court”, ricondotta e ridotta alla sua essenza, senza quegli accidenti di per sé considerati inessenziali come la musica, il rito, lo spazio, il tempo, il corpo, la luce, il tatto, il gusto, la vista e quant’altro.
Non riusciamo a capire la fidei canora confessio come risorsa perché affidiamo tutte le risorse ecclesiali ad una confessio fidei senza aggettivi, cioè ad una confessio fidei che non è di per sé né canora, né ritualis,corporalis, né sensibilis, né tangibilis, né visibilis. Il nostro ideale – di catechisti come di musicisti, di teologi come di pastori – è spesso soltanto quello di una fidei intellegibilis confessio. Come se fosse ovvio che intellegibile non è compatibile con sensibile e che canoro non è compatibile con comprensibile: così, la garanzia dell’umano/divino diventa per noi spesso disumanizzazione ad oltranza, in ragione di una comprensibilità e di una trasparenza che, appunto, non è più umana. E allora, poiché la nostra intelligenza non è sensibile, la sua dis-umanità travolge irreparabilmente tutto, sia la liturgia sia la musica. Ma se così non deve essere, è necessaria una fatica speciale, che è sempre anche fatica del concetto, oltre che compito ecclesiale e pastorale primario e qualificante.

2. Dal testo al contesto

Vi è dunque, per il musicista che voglia porsi criticamente nel proprio ministero liturgico, il problema di comprendere bene lo statuto della confessio fidei in relazione al cantus. Si badi, non si tratta affatto di dedurre il cantus dalla confessio fidei – come se fosse ovvio che la confessione avviene fuori, prima sopra o sotto il canto – né di sentimentalizzare il contenuto della fede con una sorta di “colonna sonora” musicale.
In entrambe queste possibilità – che non mi pare siano soltanto ipotetiche – credo che venga totalmente frainteso il ruolo specifico della mediazione rituale che lega e collega tra loro la musica e la confessione di fede. Il contesto, dell’una come dell’altra – cioè di ciò che può farsi testo – è una relazione (mistero d’amore) che non può mai farsi completamente testo.
Ecco il primo punto su cui vorrei soffermare la mia attenzione: per grazia di Dio, tanto la musica quanto la confessione di fede possono farsi testo, cioè possono prendere la forma di una serie di parole, oppure di una serie di note sul pentagramma, possono trasformarsi in repertori. Ma proprio questa provvidenziale opportunità si rivolta contro l’uomo quando essa pretende di sostituirsi al contesto, di valere come relazione, di stare al posto della res.
La prima risorsa della azione rituale sta proprio in questo: che, pur avvalendosi di varie testualità (musicali, verbali, ma anche rubricali…) non può mai essere ridotta a testo, a pena di perdere istantaneamente la propria verità di atto. Il testo è solo strumento e potenza, di un contesto che è vero fine e pienezza dell’atto.
In tal modo la azione rituale, proprio per questa sua imbarazzante complessità, conduce ogni testo alla relazione da cui deriva e verso cui aspira, restituisce al testo quella pienezza e concretezza da cui ogni testo, inevitabilmente, prende le distanze e astrae. L’azione rituale è il grande contesto/relazione che ricorda ad ogni suo testo (musicale o verbale, gestuale o iconico) la sua origine e la sua destinazione, in certo modo il suo perdono e la sua promessa.
In questo senso dovremmo capire che la musica per la liturgia è in realtà musica della liturgia e musica dalla liturgia: non dice una aggiunta che facciamo, o una funzione che garantiamo, bensì dà voce ad una necessità intrinseca alla azione rituale, che non può non farsi anche suono, voce, canto, accento, sincope, pausa, silenzio.

3. Il rito e la contestualizzazione del testo

A questo punto, non possiamo non chiederci in che modo la azione rituale realizzi questa sua potenza espressiva ed esperienziale. Come è possibile che proprio nel rito si possa passare, così potentemente, dal testo al contesto, dalla assenza attestata alla presenza adorata e ringraziata?
Qui è interessante commentare una bella teoria, che un bravo liturgista italiano ha recentemente proposto alla comune attenzione, e che merita di essere considerata con cura. Egli sostiene che la azione liturgica – collocandosi tra le esperienze simbolico-rituali – supera la distanza spazio-temporale, la distanza soggetto-oggetto, la distanza uno-molteplice con una tecnica molto diversa da quella cui siamo abituati. Lo sforzo “intelligente” (dove qui intelligenza va intesa in modo riduttivo come razionalità scientifica) di solito scava in profondità in un testo, contempla un brano musicale, esamina un quadro, analiticamente e dettagliatamente porta alla luce ciò che è nascosto. Cerca il vero “essere” del quadro, della parola, del gesto, della musica, contro la sua “apparenza”, in certo modo divide e separa sostanza e accidente, essenza ed esistenza, noumeno e fenomeno.
L’azione rituale esercita una “intelligenza” di altro tipo, dispiega una sapienza più sapiente di quella ordinaria, non tanto per argomentazione e deduzione, quanto per analogia e per associazione, per metafora e per metonimia. Con una bella espressione di R. Schaeffler potremmo dire che mentre la spiegazione causale ragiona in termini di “essere”, la ragione rituale utilizza la logica della “azione”, pensa con il fatto e per il fatto di agire.
Perciò il rito, di per sé, rinuncia a disvelare i testi, non procede alla ricerca – con procedimento analitico-argomentativo – dell’essenza nascosta delle azioni, ma mette accanto testi diversi (biblici, eucologici, musicali, gestuali, iconici, spaziali, temporali) e ne disvela il senso proprio del contesto/relazione mediante questa strategia di accostamento e di moltiplicazione, di analogia e di imitazione. La liturgia non spiega un testo, ma lo impiega, non lo definisce, ma lo agisce, non lo delimita ma lo imita.
E’ evidente, perciò, che una tale strategia comporta un concetto di coerenza assai diverso da quello cui siamo fin troppo abituati. La coerenza della liturgia non è anzitutto una coerenza sull’essere, ma una coerenza sulla azione; potremo dire, esagerando un poco, che la coerenza liturgica non è una coerenza sulla sostanza, ma una coerenza sull’accidente, non sull’invisibile, ma sul visibile, non sull’essenza, ma sull’esistenza.

4. Sensibilità rituale per l’intelligenza musicale

Evidentemente questa consapevolezza introduce – nella azione e nella coscienza ecclesiale – una cesura comportamentale e ideale, quella che giustamente dovremmo chiamare una interruzione di esperienza. La azione liturgica, operando nella maniera “estetica” che abbiamo considerato, cioè lavorando con gli accidenti prima che con le sostanze, con le esistenze prima che con le essenze, con i corpi prima che con le anime, con i sensi prima che con l’intelletto, introduce una singolare interruzione in tutte quelle forma di vita (pre- e post-liturgica) nelle quali si ha sempre a che fare – bene o male – con il primato dell’invisibile mentale sul visibile corporeo.
Apparirà forse paradossale, ma la logica dell’atto liturgico costituisce una singolare smentita di ogni spiritualismo/intellettualismo lavorativo o esistenziale, religioso o civile: la liturgia interrompe le evidenze della vita, i valori della esistenza, assumendo e imponendo al loro posto una logica della azione e del corpo. In tal modo ricostruisce il contesto relazionale che dà senso e pienezza ad ogni testo come ad ogni valore, ad ogni dovere come ad ogni diritto.
Se questo è il contesto liturgico, se questa è la logica della azione rituale come risorsa, che cosa ne deriva per il testo musicale? Vorrei indicare queste conseguenze in tre brevi passaggi:

a) il testo musicale non si delimita ad un singolo ambito, ma tende a fondersi con l’intero contesto, il che significa che l’attenzione musicale tende ad investire ogni manifestazione sonora: voce, voce parlante, cantillazione, canto, strumenti musicali, silenzio. E questa non è una novità nella storia della chiesa, non è il frutto di strane teorie di avanguardia, ma è piuttosto una sapienza antica che oggi stiamo riscoprendo lentamente, faticosamente, ma fruttuosamente. Ogni “evento sonoro” passa da testo a contesto, da oggetto da contemplare a relazione da vivere, da prospettiva con cui guardo a Dio a percezione dello sguardo che Dio rivolge su di me.

b) accanto a questa esperienza di fusione, ed anzi, proprio per permetterne più radicalmente l’esperienza, rimane però anche sempre una frattura, una necessaria coscienza della alterità e della differenza che la musica costituisce rispetto alla parola. Non la sua insignificanza, o la sua irrazionalità, ma il suo diverso modo di significare e di ragionare porta il contesto alla sua verità di relazione. Solo la coscienza del diverso modo di condurre alla referenza costituisce la vera ragion d’essere del “musicale” nell’ambito della esperienza liturgica. Che l’organo intervenga nella liturgia con diversi registri – oboe, flauto, trombone… – sollecita a comprendere il “significato” dei timbri musicali secondo una logica diversa da quella dei concetti. E’ l’organo stesso – come “orchestra” di registri diversi – ad escludere che ci sia “un solo strumento” della liturgia: nell’organo, nella sua costitutiva pluralità, tutti gli strumenti sono accolti e valorizzati nella celebrazione cristiana.

c) infine, la musica, per tutte queste ragioni, risulta evidentemente parte sostanziale della azione liturgica e non semplicemente testo illustrativo, rappresentativo o esornativo di un altro testo scritto e rubricale. Essa diviene perciò corresponsabile della azione liturgica e non invece azione strumentale/professionale che commenta una essenza, la quale di per sé basterebbe fosse detta o pensata. Anzitutto la musica insegna alla Chiesa la lode del tatto, del timbro, del ritmo, della melodia, della armonia.

5. Alcune conclusioni

Il nostro breve percorso giunge alla sua fine con un piccolo bagaglio di acquisizioni: che la azione rituale sia risorsa bella e che la musica trovi in questo contesto il valore del suo testo, lo abbiamo inteso. Ma abbiamo scoperto ben di più, e cioè che la liturgia è risorsa bella non in sé, non quando si chiude in un qualsiasi testo, bensì proprio con l’attivare le risorse belle di cui vive: belle parole, belle musiche, bei gesti, belle luci, belle vesti, bei silenzi, bei movimenti, buon pane, buon vino fanno della liturgia una risorsa bella, ossia, i contesti iconici, verbali, materiali, temporali, spaziali e dunque anche musicali fanno del testo liturgico un vero contesto, una relazione, un riposo, una consolazione, una profezia e una promessa. Questo gioco di testi e contesti è evidentemente inesauribile: non ci sono né repertori fissi che garantiscono la liturgia, né idee liturgiche che garantiscano i repertori. In un certo senso, come abbiamo visto, la “musica” è sicuramente funzione della parola, ma, altrettanto certamente e in modo più profondo e originario, la parola è funzione della “musica”. La emancipazione da una ristrettezza di funzione della musica per la liturgia può accadere soltanto superando il ristretto concetto di “musica d’uso” che – funzionalizzando l’arte – pone termine alla stessa esperienza musicale come vera risorsa liturgica.
Una delle caratteristiche della ritualità è comunque la intransitività, una sorta di “non-immediatezza” comunicativa, che attinge a registri dell’esperire e del comunicare che non sono affatto usuali.
Lo strumento della espressione musicale (come canto solo, come canto accompagnato e come musica solo strumentale), nell’interrompere la padronanza comunicativa che la parola rende inevitabilmente “alla portata” della Chiesa, articola e dispiega tutta la potenzialità della Parola, che le parole, da sole, non solo non adeguano, ma a lungo andare possono sempre tradire e sfigurare.
Per fare questa esperienza del musicale occorre uscire da visioni riduttive della azione rituale, che le sottraggono proprio la qualità di risorsa e che in qualche modo sanno fare della musica solo uno “strumento” della liturgia, perché possono fare della liturgia solo uno strumento della teologia. Una tale musica non è affatto risorsa della liturgia, perché la liturgia non è affatto risorsa né per la fede né per la teologia.
Invece, comprendendo la risorsa originaria della liturgia rispetto all’atto di fede, sapremo ridare alla musica il senso di risorsa originaria per la liturgia. Per far ciò, dobbiamo e dovremo uscire da ogni comoda visione funzionalizzante e strumentalizzante, tanto della musica quanto della liturgia.
Il compito è di sicuro non facile, ma del tutto appassionante e a lungo andare anche assai gratificante. Esso, oltrettutto, coincide con la fatica di concetto teologico (e di contatto pastorale) che il Movimento Liturgico ha introdotto nel XX secolo all’interno della esperienza ecclesiale. Per comprenderne la portata, possiamo lasciarci guidare dalle parole di un grande pensatore francese del secolo scorso – Maurice Merleau-Ponty – che suonano qui per noi quasi come una bella musica. In esse risuona d’un tratto questa lapidaria sentenza: “I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti”. Una chiesa che si dimostri “intelligente” e “sensibile” – cioè che sia cosciente di scoprire e di esprimere la propria comunione con Dio non solo con la testa ma anche con le mani, non solo con l’intelletto ma anche con il tatto – saprà comprendere fino in fondo che la liturgia non è uno strumento nelle sue mani, ma un suo organo fondamentale, e così farà anche della musica uno dei suoi organi aggiunti, bella risorsa di una liturgia ricondotta alla sua vocazione originaria di fons.

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