Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Parlare di riforma della riforma

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Segnalo l’articolo di Cesare Giraudo S.J. su La Civiltà Cattolica (quaderno 3995) dal titolo «La riforma liturgica a 50 anni dal Vaticano II. “Parlare di riforma della riforma” è un errore», e mi permetto di presentarne un piccolo sunto. Siccome questa rivista viene esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, per questo motivo, e anche per certe attinenze dell’articolo con il campo della “musica liturgica”, merita attenzione.

Nel testo si prende atto che ancora si incontrano cattolici «che non nascondono le loro perplessità nei confronti della riforma liturgica». Giraudo riconosce che nella riforma liturgica attuata dopo il Vaticano II, «accanto alle luci, di certo preminenti, non mancano le ombre». In effetti «la risposta al progetto che emerge dai Praenotanda dei libri liturgici, a cinquant’anni dalla loro promulgazione, lascia ancora molto a desiderare». In questo contesto, l’autore si riferisce alla conferenza tenuta a Londra il 5 luglio scorso dal card. Sarah, nella quale veniva prospettata come rimedio una eventuale riforma della riforma e, in concreto, proponeva l’orientamento comune di sacerdoti e fedeli, rivolti insieme nella stessa direzione. In data 11 luglio, un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede precisava che sull’orientamento dell’altare non c’erano delle novità e inoltre affermava che era meglio evitare di usare l’espressione “riforma della riforma”, riferita alla liturgia. Già papa Francesco, in una intervista rilasciata recentemente a p. Antonio Spadaro, aveva dichiarato: «Il Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

In conclusione, Giraudo propone due linee di lavoro. In primo luogo segnala la necessità di puntare sulla riscoperta della dimensione del sacro: «Dobbiamo riscoprirla e farla nostra il più presto possibile, attraverso il giusto impiego di quei segni gestuali e verbali che aiutano a tenerla desta, quali un certo doveroso mantenimento della lingua latina e del patrimonio musicale che ha caratterizzato l’intera tradizione dell’Occidente”. In secondo luogo vi è il tema della formazione liturgica, poiché resta ancora molto da fare per metabolizzare Sacrosanctum Concilium: «La riforma liturgica è malata per il semplice motivo che i suoi odierni fruitori l’hanno recepita in maniera debole. Si tratta di una malattia da curare, non di un malato da sopprimere».

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Canto e “partecipazione attiva”

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Pubblico il mio intervento del 17 novembre al Seminario di Alba sul tema Musica sacra liturgica: dimensioni, esperienze, orizzonti. Ho pensato che tentare di mettere a fuoco il tema della partecipazione attiva in riferimento alla musica e quindi al canto, potesse tornare utile allo scopo poiché sicuramente ne è una dimensione. Farò riferimento alle nostre esperienze comuni e tenterò di mettere in luce quale compito ci aspetta. Sono personalmente convinto che la grande maggioranza dei problemi che ci troviamo ad affrontare con gli “addetti ai lavori” – tolti quelli che nascono da fragilità umane di vario tipo – hanno come comune denominatore il riferimento ad un’inadeguata modalità di partecipazione.

Vi propongo un approccio di tipo storico, per venire poi a delineare due modelli di partecipazione.

L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli compare per la prima volta nel Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X. Siamo nel 1903. Questo sgombra immediatamente il campo da conclusioni affrettate ed estremamente superficiali, sia di “destra” sia di “sinistra” – si passi l’allusione -, che attribuiscono l’istanza al Concilio Vaticano II. Tuttavia, durante il pontificato di papa Sarto, la richiesta di «partecipazione attiva» rimane una meteora poiché, pur fornendo delle indicazione pratiche, egli non esplicita cosa intenda porre all’attenzione quando la sollecita nei «sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa», quale «fonte» di «vero spirito cristiano». Già Pio X, quindi, ha voluto colpire una situazione non più sostenibile, così come fece anche Pio XI nella sua Costituzione apostolica Divini cultus: «Occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori». Ma come attuarla e perché è necessaria questa partecipazione?

Un approfondimento da parte del magistero arriva dopo 44 anni con Pio XII nelle sue due encicliche Mediator Dei (1947) e Musicae sacrae disciplina (1955): entrambe accolgono, seppur con molta prudenza, le acquisizioni fino ad allora maturate dal Movimento liturgico. In questi documenti si delinea il nostro primo modello di partecipazione. L’argomentazione di fondo istituisce il doppio binario del culto interno e di quello esterno, e di conseguenza presenta la partecipazione dei fedeli distinguendo quella interna da quella esterna (o attiva). La prima è fondamentale e la si ottiene con l’attenzione dell’anima al senso della celebrazione, e cioè, con un movimento interiore e strettamente personale, intimo, di ciascun fedele; la seconda, la partecipazione esterna o attiva, si aggiunge e perfeziona quella interna, e consiste nel rispondere alle parole del sacerdote e ai canti che vengono eseguiti. La debolezza di tale modo di intendere la partecipazione, sta proprio in questa disgiunzione, che stabilisce il primato della partecipazione interna, peraltro non legata al rito ma allo “stato d’animo” del fedele, il quale può in effetti procurarselo in vari modi, in una sorta di parallelismo devozionale fatto di preghiere private. Questo modello, che Pio XII ha codificato ma che già da secoli segnava profondamente la spiritualità cattolica, ha fatto sentire il suo influsso fino a noi che, lo ammettiamo o no, ne siamo per molti versi condizionati. Lo è il clero e, non sembri strano, lo sono pure i giovani. L’elemento canoro nelle nostre celebrazioni ne è l’esempio lampante. Secondo il modello appena esposto, il canto è sì un qualcosa di desiderabile, ma non veramente necessario; è accessorio. Dunque, se ciò che conta è la preghiera e la devozione personale, si può utilizzare questo accessorio in vario modo e, dallo stesso principio si può arrivare a scelte diametralmente opposte. Esempio: Canto al Vangelo. Per un’occasione importante la Corale polifonica della parrocchia di Santa Lucia esegue l’Hallelujah tratto dal Messiah di Haendel; per altra occasione il coretto degli animatori dell’oratorio della stessa parrocchia ripropone per l’ennesima volta Alleluia, la festa siamo noi (delle lampadine) di Giombini. Gli uni criticano la scelta degli altri: «Ma pensano di essere ad un concerto?» – «E’ ora di finirla con queste canzonette!» – «Cantano sempre in latino! (anche se il testo di Haendel è in inglese)» – «Queste chitarre sono insopportabili!». Discussioni infinite, che non si possono contare. Eppure la vera questione, non è il latino, l’inglese o l’italiano, l’organo o la chitarra, e nemmeno che una composizione sia un’opera d’arte e l’altra no. Il paradosso è che le due scelte illustrate nell’esempio, sembrerebbero sottendere chissà quali opposte e inconciliabili concezioni di liturgia, ma in realtà sono nient’altro che le due facce di una stessa medaglia. L’identico e forse inconsapevole presupposto è che “il cantare” non abbia nulla a che vedere con il rito, e che in fondo, il senso della celebrazione lo si colga altrove o lo si conosca già; dunque, si canterà sulla base di altri criteri: gli uni avranno scelto quel brano per “fare solennità”, e gli altri per “ricreazione”. In realtà non c’è differenza. Questo deve essere molto chiaro, per non cadere nei vicoli ciechi delle solite diatribe.

Per la visione teologica della liturgia che nel frattempo si è maturata, alla fine degli anni ’50 lo schema di lettura offerto da Mediator Dei non è più sufficiente, e l’annuncio del Concilio Vaticano II viene salutato come occasione per affrontare ed approfondire il tema. La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha voluto percorrere una via decisamente nuova nell’offrire la propria comprensione della liturgia e nell’indicare tutta l’azione liturgica quale mediazione necessaria e ineludibile per “entrare in contatto” con Dio. Essa abbandona decisamente lo schema interna/esterna e mostra un secondo modello di partecipazione. La serie assai rilevante di aggettivazioni che Sacrosanctum Concilium utilizza per descrivere la partecipazione all’azione liturgica, lascia infatti intendere che il documento voglia far cadere le formulazioni fino ad allora utilizzate. Esso non afferma un senso della celebrazione previamente dato, da afferrare con la mente, ma piuttosto da comprendersi per ritus et preces (attraverso i riti e le preghiere; SC 48). Per questo la partecipazione sarà detta attiva, comunitaria, fruttuosa, consapevole, facile, pia, piena, proporzionata all’età e alla cultura. La «partecipazione attiva», lungi dall’essere intesa come un “fare qualcosa”, è piuttosto quel “lasciarsi prendere” dalla forma rituale, cioè dal rito nel suo complesso, fatto di preghiere, canto, gesti, ascolto, movimenti del corpo, silenzio… Dunque il canto avrà il suo senso innanzitutto perché rituale, contribuendo così a dare forma alla celebrazione. La forma rituale, infatti “dice” qualcosa in ordine alla fede. Parole e gesti, tempi e spazi, e quindi il canto, influiscono sulla fede dei celebranti. Pertanto, in sede di “programmazione”, ci si dovrà domandare quale voglia essere il contributo della dimensione sonora (canto e musica) al fine di una celebrazione fruttuosa, e quale immagine di Chiesa si voglia far trasparire, tenendo presente che non vi è niente di più solenne e festoso che il canto di una concreta assemblea nel suo insieme, poiché questa è manifestazione della Chiesa. Gli interventi canori assembleari e in particolar modo quelli “dialoganti”, enfatizzano questa natura comunitaria della liturgia, del suo essere “Chiesa radunata”. Pertanto, anche tutto l’aspetto musicale deve essere pensato in riferimento all’immagine di “assemblea celebrante”.

Quali orizzonti? Di sicuro la recezione di tutte queste prospettive è un cammino lento e ancora lungo. Papa Francesco, in una recente intervista, ha detto che «la Chiesa – dicono gli storici – per metabolizzare un concilio, necessita mediamente di 100 anni: siamo a metà». Questa recezione implica l’acquisizione di una competenza nel celebrare. A questo aspetto si è dedicato anche il magistero più recente, nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, affermando l’ars celebrandi quale migliore condizione per la partecipazione attiva. L’arte del celebrare deve comprendere la forza dei riti, innescare il potenziale in essi nascosto, in un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzarne il lato più “corporeo”, non-verbale, emotivo e, in questo, canto e musica.

Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

Qualche spunto

musicam sacram

Il prossimo anno ricorrerà il 50° anno dalla pubblicazione di Musicam Sacram (5 marzo 1967), Istruzione del “Consilium” e della Congregazione dei Riti, inerente l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II in materia di musica sacra. Un documento che risente del periodo nel quale fu redatto e dei problemi che allora dovette affrontare: si trattava di mettere a punto le modalità partecipative dei fedeli, e nello stesso tempo sostenere l’istanza conciliare rispetto a posizioni talvolta intransigenti. D’altro canto MS è il documento post-conciliare in ambito liturgico-musicale tutt’ora più completo, che non manca di essere portatore di sollecitazioni ancora oggi attuali. Ad esso non ne sono seguiti altri dello stesso tenore. Chissà se il 2017 ci riserverà qualche novità da questo punto di vista? Intanto ripassiamo qualche indicazione liberamente tratta da MS 4-11:

Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme. Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso.

L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma di celebrazione, infatti, la preghiera acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste.

Nello scegliere le parti da cantarsi si cominci da quelle che per loro natura sono di maggiore importanza: prima di tutto quelle spettanti al sacerdote e ai ministri, cui deve rispondere il popolo, o che devono essere cantate dal sacerdote insieme con il popolo; si aggiungano poi gradualmente quelle che sono proprie dei soli fedeli o della sola «schola cantorum».

Ogni volta che, per una celebrazione liturgica in canto, si può fare una scelta di persone, è bene dar la preferenza a coloro che sono più capaci nel canto; e ciò soprattutto quando si tratta di azioni liturgiche più solenni, di celebrazioni che comportano un canto più difficile o che vengono trasmesse per radio o per televisione.

Nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la «schola cantorum» che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di coloro che devono cantare. La Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti, e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli.

Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura. La forma più ricca del canto e l’apparato più fastoso delle cerimonie sono sì qualche volta desiderabili, quando cioè vi sia la possibilità di fare ciò nel modo dovuto; sarebbero tuttavia contrari alla vera solennità dell’azione liturgica, se portassero ad ometterne qualche elemento, a mutarla o a compierla in modo indebito.

Musica e liturgia, il tempo della RINASCITA?

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…Che tra liturgia e cultura ci sia una forte prossimità lo conferma monsignor Vincenzo De Gregorio, organista e dal settembre 2012 preside del Pontificio istituto di musica sacra, il “conservatorio” della Santa Sede: «Alcuni dei fenomeni italiani degli ultimi decenni non hanno riscontro in altri Paesi, dove la formazione musicale generale è diversa. Basti pensare che in Italia i libretti del canto liturgico riportano solo il testo, altrove c’è anche il pentagramma. Il problema a monte, dunque, resta soprattutto la formazione musicale». Di laici e sacerdoti: «Data la scarsa preparazione, molti parroci hanno dato spazio a chi si diletta di musica – persone alle quali, sia chiaro, va un grande rispetto per l’impegno. Questo però ha incoraggiato il dilettantismo e l’individualismo nelle scelte e nella creazione di nuove musiche».

La responsabilità, secondo De Gregorio, è però anche di chi non ha affrontato per tempo il problema. «Eppure i testi ufficiali erano chiari: i canti nelle lingue volgari devono essere approvati dall’ordinario. Questa indicazione è stata elusa due volte: in primis dallo stesso ordinario che non si è applicato all’esame e alla scelta delle musiche. E quindi da laici e dai religiosi, che si sono inventati cantautori. La lacuna è stata in parte sanata recentemente con la pubblicazione del repertorio nazionale della Cei nel 2009. Ma la raccolta è stata effettuata nel 1999: a oggi mancano quindi già quindici anni di musica. Se poi contiamo che ogni movimento ha il suo repertorio… Non sono per un dirigismo stretto, ma non posso nemmeno pensare che tutto possa passare senza un vaglio minimo».

Leggi l’articolo su Avvenire.

Nulla di nuovo o di non già detto. Ma le cose ripetute aiutano, ne sono sicuro. Tuttavia mi sono permesso di aggiungere un punto di domanda al titolo di Avvenire: il fatto è che vedere nell’oggi il tempo della rinascita mi sembra un po’ troppo. Direi piuttosto che quello odierno sia il tempo della semina, e che altri mieteranno quello che non hanno seminato…

A parità di condizioni

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La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale (Sacrosanctum Concilium, 116).

La Costituzione conciliare sulla Liturgia precisa che il gregoriano è proprio della “liturgia romana”, ossia di una particolare tradizione liturgica della Chiesa romana. Questa condizione privilegiata del canto gregoriano, nonché la sua valenza di esemplarità anche per le nuove composizioni, è giustificata dal fatto che il suo repertorio è sorto nella fase in cui andavano fissandosi i testi stessi della liturgia, così che la liturgia romana di quell’epoca coincide con la sua forma cantata, e come tale è giunta a noi, (pur attraversando complesse vicissitudini storiche); nonché dalla sua qualità musicale e dal suo modo di aderire alla parola latina. Tuttavia l’espressione “a parità di condizioni” non è di facile comprensione. Anzi è un punto controverso: c’è chi lo sorvola come se semplicemente non esistesse o comunque minimizzando alquanto, e chi lo utilizza come una mannaia con la quale abbattere ogni benché piccolo utilizzo liturgico del canto gregoriano.

L’inciso in oggetto sembra implicitamente supporre che vi possa essere una pari condizione tra l’uso del gregoriano e l’uso di altri generi di musica e canto. Comunque lo si voglia interpretare, pare avere un valore limitativo: non si dà per il gregoriano un primato assoluto, ma relativo alle condizioni in cui viene utilizzato. Da quali fattori dipenderebbe questa parità di condizioni? Essi potrebbero riguardare la capacità esecutiva di coloro che cantano: sono in grado di sostenere questo canto come gli altri generi di canto, e a quale livello di qualità? Oppure di adesione culturale ai suoi valori musicali: chi appartiene ad altre tradizioni musicali è in grado di sintonizzarsi con questo repertorio? Oppure la conoscenza adeguata della lingua latina: si è in grado di comprendere il testo che si canta? Oppure il progetto celebrativo più generale che si intende perseguire: il canto gregoriano realizza allo stesso modo di altri generi musicali i valori celebrativi che si vogliono perseguire? Si deve supporre, inoltre, che tali condizioni non dovrebbero attribuirsi solo ad un coro preparato ma anche ad una comune assemblea di fedeli.

Tuttavia nell’agire pratico, riscontriamo preconcetti che non sono certo giustificabili: forse vi sarà capitato di interloquire con qualcuno che accusa il canto gregoriano di noiosità o incomprensibilità, ad esempio. Ci troviamo di fronte a semplificazioni non accettabili e che proprio non aiutano il discernimento. Certo, non è più pensabile di far partecipare i fedeli nel canto mediante il recupero e la restaurazione del gregoriano, così come Pio X (1903) auspicava: strada percorsa a fatica e con risultati deludenti. Ma neppure è serio ritenere che il canto gregoriano non abbia più nulla da dire al canto liturgico di oggi e che nulla di esso sia più cantabile. Anzi: senza fatica è possibile rinvenire in tale repertorio piccoli gioielli, eseguibili anche da un’assemblea media, in modo dignitoso, e comprendendo il testo cantato.

Cosa cantiamo oggi a messa?

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Condivido un articolo per certi versi polemico, ma che segnala aspetti importanti per il canto liturgico. Ad integrazione di quanto sarà affermato qui di seguito, riporto ciò che il Messale Romano, significativamente afferma circa il canto d’ingresso, ma che è applicabile anche per il canto alla presentazione dei doni e alla Comunione: “Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale” (OGMR 48). Anticipando un’espressione dell’articolo qui sotto, i testi del Graduale non possono essere sostituiti “a piacere”, certamente, ma a determinate condizioni sì: è possibile utilizzare un altro testo anziché l’antifona ivi contenuta, che comunque dovrebbe rimanere un punto di riferimento indiscusso per la scelta dei canti più pertinenti e per le nuove composizioni. In ogni caso, colpisce che nel suo complesso questa indicazione venga completamente ignorata e disattesa, quasi che il Messale non fosse roba nostra, con la complicità difficilmente giustificabile di preti e vescovi.

Fonte: www.cantualeantonianum.com

La domanda che si pongono ogni domenica i cori parrocchiali, qualche minuto prima della messa, è proprio questa: “cosa cantiamo oggi”. Sfogliano il libretto dei canti e buttano giù la lista dal solito repertorio che va bene dal Battesimo del Signore a Cristo Re. Molti ancora sono -ahimè – irretiti dalla falsa idea che il modo di cantare oggi nelle nostre messe sia quello promosso dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica. NIENTE DI PIU’ FALSO e addirittura facilmente provabile. Per chi legge l’inglese c’è un bell’articolo qui. Altrimenti ve ne faccio una breve sintesi.
Per molti potrebbe essere una sorpresa sapere che ogni messa ha i suoi canti propri, i cui testi non sono cambiabili a piacere, mentre la musica può essere composta in modi differenti sempre rispettando però il testo proprio dei canti del giorno. La Sacrosanctum Concilium, in un numerello di quelli che nessuno legge, il 117, scrive così: “Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.”
E al numero 121, parlando dei musicisti compositori si dice: “Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.”
Per quanto riguarda il primo punto si fece un grande sforzo che produsse la revisione per la nuova messa del Graduale Romanum (1974), cioè il libro di canti gregoriani dell’ordinario della messa (kyrie, gloria…) e del proprio di ogni celebrazione eucaristica (i testi del graduale sono i testi propri della liturgia romana dei canti d’introito, di offertorio e di comunione). In più, per le comunità parrocchiali meno provviste in fatto di coro o esperienza canora, venne prodotto lo splendido Graduale simplex (I ed. 1967; II ed. 1975), che come dice il titolo è un libro di canti semplici per la messa (appropriati, più che strettamente propri).
Abbiamo così ben due serie di testi approvati, con relativa musica gregoriana. Ora non si capisce perchè tutti i libri liturgici del Concilio siano stati adattati nelle lingue vernacole e questi due importantissimi libri, che contengono testi che non si dovrebbero mutare a piacimento (SC 22,3), sono rimasti patrimonio degli esperti e dei circoli di liturgisti (il grassetto è mio, ndr).
Non è questione di gregoriano o meno, ma il fatto che le antifone e i salmi che le accompagnano per ogni messa non è intenzione del Concilio vengano dati in balia dei ragazzi del coro parrocchiale. Come invece è avvenuto per quarant’anni, con grave diseducazione al canto vero della liturgia romana e in barba alla volontà del Concilio. Infatti, la vera tradizione liturgica romana antica, prevedeva per la messa solo il canto di antifone e salmi, il tutto preso per il 90% dalla sacra Scrittura, non dalla mente fervida di poeti improvvisati. La musica invece poteva variare da luogo a luogo e di tempo in tempo, per adattarsi alle esigenze, tenendo presente però della preminenza e della guida della melodia gregoriana.
La costituzione apostolica di Paolo VI con cui promulga il Messale Romano rinnovato dice in proposito chiaramente: “Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato. … sono state adattate le Antifone d’ingresso e di Comunione per le Messe lette. “. Quelle infatti che troviamo scritte nei messali sotto il titolo di antifone di Ingresso e di comunione sono le antifone eventualmente da LEGGERE nelle messe in cui il proprio non dovesse essere cantato. Per questo motivo il messale non riporta l’antifona di offertorio, perché nelle messe lette non si prevede mai che essa venga letta: c’è solo se viene cantata, e infatti nei graduali ecco che puntualmente compare.
Se poi entriamo nel merito, potete rendervi conto di quanto sia mutilata la liturgia e la comprensione delle singole feste da quando esse hanno perso i canti propri che le hanno accompagnate e sostenute, come colonna sonora e testuale, per centinaia e centinaia di anni.
Riflettiamo e procuriamoci, almeno per conoscenza, i libri liturgici che ancora mancano in sacrestia, cioè i graduali.

Cantare le parti più importanti /2

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Segue

Nel precedente articolo ho scritto a proposito delle parti più importanti da destinare al canto in una celebrazione eucaristica. Il Messale descrive gesti da compiere in canto laddove una prassi più che mai diffusa si limita al “dire”. Confesso di non aver mai cantato quelle parti, spettanti al sacerdote che presiede, finora. In seminario non mi è stato insegnato, figuriamoci; non ho mai visto farlo e in quindici anni nessuno mi ha mai incoraggiato a cantarle; non conosco sacerdoti che lo facciano. Prima di scrivere questo post, ho voluto fare un veloce sondaggio utilizzando Facebook, ponendo il quesito in due gruppi che raccolgono membri (più di 2.000) interessati al canto e alla musica liturgica. Ho ottenuto quasi 160 risposte che appaiono nell’immagine qui sopra. Sinceramente non so se e quanto tale sondaggio possa essere significativo. Tuttavia emerge il fatto che quanto avviene in Asti e dintorni, è un po’ mal comune (ma senza gaudio; anzi). Salvo pochissime isole felici presenti qui e la in Italia, le parti che dovrebbero essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo (cfr. OGMR 40) sono pressoché sempre consegnate ad un “dire” che, ne abbiamo l’esperienza, è quanto mai sbiadito e  spesso sopraffatto dall’abitudine annoiata.

Sembra che si salvi il canto della Dossologia che conclude la preghiera eucaristica e del Padre nostro. Ma il risultato non cambia e si può osservare un vero e proprio capovolgimento di precedenze: le parti che il Messale indica come le più importanti, da cantare praticamente sempre, nella prassi lo sono solo ogni tanto, in certe occasioni straordinarie. In via ordinaria invece, largo ai canti da inserire nei soliti momenti (inizio, offertorio, comunione, finale). E torniamo alla conclusione: si ignorano le ragioni profonde del canto liturgico. Formazione, formazione, formazione…

Rimane ancora da indagare perché siano più “importanti” le parti che devono essere cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea e dal sacerdote insieme al popolo.

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Il patrimonio della musica sacra

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Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le scholae cantorum specialmente presso le chiese cattedrali; i vescovi poi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata in canto tutta l’assemblea dei fedeli possa dare la sua partecipazione attiva (Sacrosanctum Concilium, 114).

Si ritorna sul patrimonio della musica sacra, già esaltato al n. 112, per raccomandarne la conservazione e l’incremento. La conservazione dovrebbe tradursi nella possibilità di fruire ancora, seppure in diversi modi e occasioni (non solo liturgiche), dei canti che nel corso dei secoli sono stati prodotti e che sono giunti fino al tempo attuale. L’incremento dovrebbe prodursi sia con la composizione di nuovi canti o la loro assunzione da altre tradizioni (cf. SC 119 e 121), sia con lo studio ulteriore sulle fonti antiche.

Si capisce allora l’importanza data alle scholae cantorum, le quali svolgono “un vero ministero liturgico” (SC 29). Esse non solo arricchiscono la solennità delle celebrazioni, ma possono garantire l’esecuzione di alcune parti proprie previste dalla celebrazione e sono in grado anche di valorizzare i repertori della tradizione (quelli polifonici in particolare, ma anche il repertorio gregoriano più specifico). Ciò non significa però che si possono attribuire esclusivamente alle scholae cantorum la competenza e il compito del canto. Il coro, in quanto svolge un ministero, è all’interno dell’assemblea e ne è parte; anche per esso vale la regola richiamata in SC 28: “Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza”. La stessa collocazione del coro all’intero della chiesa deve mostrare questa integrazione del coro all’assemblea; lo chiarirà l’Istruzione Inter oecumenici al n. 97, dicendo: “La posizione della schola e dell’organo deve fare chiaramente risaltare che i cantori e l’organista fanno parte dell’assemblea dei fedeli; e sia tale che essi possano svolgere il loro ufficio liturgico nel modo più idoneo”.

Appare quindi decisivo anche l’appello finale di questo numero: curare diligentemente che in ogni celebrazione in canto “tutta l’assemblea dei fedeli possa dare la sua partecipazione attiva”. Si tratta di un principio fondamentale della costituzione, che, anche in relazione all’aspetto specifico del canto, era già stato indicato in SC 30: “Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti come pure le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo”.

Rileggendo questo numero può rimanere l’impressione che gli estensori, con un certo prudente equilibrio, abbiano voluto contenere tutto l’esistente e lasciare aperto lo spazio in tutte le direzioni: occorre conservare il patrimonio, ma anche incrementarlo; occorre promuovere le scholae cantorum, ma anche favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Le singole affermazioni sono certo plausibili, ma prese nel loro insieme possono sembrare, se non contraddittorie, almeno non facili da comporre tra loro. Sul problema del repertorio, la costituzione tornerà più avanti (nn. 116-119). In ogni caso, non sarebbe corretto semplicemente enfatizzare una sola di queste affermazioni (dato che la costituzione non la esclude) e farla diventare un criterio unico e assoluto, per legittimare una prassi che si disinteressa dagli altri criteri: ad esempio, legittimare un repertorio polifonico eseguito dalla schola in modo da escludere sistematicamente l’assemblea; o, il contrario, decidere una completa esclusione delle scholae in nome del canto assembleare. L’ermeneutica corretta del numero, per quanto difficile, deve risultare proprio dall’insieme delle parti e dalla tensione che esse producono. Così l’assemblea non è da intendere come un soggetto monolite che fagocita ogni altra ministerialità; nello stesso tempo, quello della schola è da intendere come un ministero dell’assemblea: può guidarla e sostenerla, può dialogare e alternarsi con essa, può accompagnare le sue azioni con esecuzioni appropriate.

In ogni caso, se si tiene presente l’intera costituzione, queste indicazioni non producono un equilibrio statico e paralizzato da istanze contrarie l’una all’altra. Vi è infatti un modello globale di celebrazione liturgica che SC delinea, tanto a livello di principi generali (c. I) quanto a livello di riforma concrete (cc. II-VII). A questo devono commisurarsi i singoli criteri contenuti in questo numero. Lo stesso patrimonio della tradizione musicale potrebbe contenere opere di grande valore, ma non rispondenti al modello celebrativo che si ispira ed è normato dalla riforma liturgica del Vaticano II. La sua custodia quindi non deve darsi necessariamente tramite l’uso liturgico.

Fonte: Luigi Girardi, in Serena Noceti e Roberto Repole (edd.), Sacrosanctum concilium – Inter mirifica (Commentario ai Documenti del Vaticano II, 1), EDB 2014, pp. 266-268.

da: Liturgia Opus Trinitatis, blog di Matias Augé

Bellezza della musica

bellezza

Nel precedente post, traendo spunto dall’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, ho scritto a proposito di Sacrosanctum Concilium (n. 112) la quale, in merito alla musica sacra, afferma che «la Chiesa ammette tutte le forme della vera arte purché dotata delle qualità necessarie». Qui desidero riprendere da dove mi ero fermato.

Qual è la qualità artistica della musica, desiderabile in campo liturgico? Non certo la perfezione stilistica, come si esige in altri ambiti, come quello concertistico. Senza giocare al ribasso, possiamo dire che in una celebrazione sarà bello, per esempio, anche il canto spettante al ministro ordinato qualora abbia la proprietà dell’intonazione, della voce chiara e facilmente intendibile, seppure priva della qualità del cantante lirico; allo stesso modo, il canto del popolo ha le sue prerogative, che non possono essere giudicate con il metro utilizzato per misurare il canto dei professionisti: un prato fiorito è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti. Così è il canto dell’assemblea. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste mancanze, non alterano la bellezza dell’insieme, più di quanto i difetti dei singoli fiori quella del prato. Possiamo utilizzare la stessa metafora per riferirci non più al canto del popolo, ma a quello del coro o dei solisti. Se da questo prato coperto di fiori volessimo coglierne uno per donarlo ad una persona a noi cara, sceglieremmo indubbiamente il fiore più bello, non uno di quelli appassiti. Così il canto di coloro che ad esso sono deputati, non potrà non essere coltivato o lasciato alla libera iniziativa, ma nel limite del possibile dovrà essere frutto di applicazione e studio.

Anche per questo Sacrosanctum Concilium afferma che la musica liturgica deve avere la qualità della «vera arte». L’arte, rapportata all’ambito del rito, dice la differenza tra ciò che è naturale, qui inteso come ciò che è istintivo, grezzo, e ciò che viene fatto proprio nella celebrazione. Come il gesto rituale (si pensi al camminare o al porgere), pur contenendo inscindibilmente in sé tutto ciò che è genuinamente umano, subisce una sorta di modifica nel modo di attuarsi e un ampliamento di significato, così avviene nell’arte. Con la sua opera l’artista modifica ciò che è naturale: forse la natura non è bella? Eppure l’artista si sforza e desidera superarne e amplificarne la bellezza. Con la sua opera, l’artista ricerca il modo di andare oltre ciò che è naturalmente bello per giungere ad un altro ordine di bellezza. Nell’arte vi è come un movimento simile a quello che la Liturgia ci può permettere: raggiungere l’aldilà in questo mondo. Un pensiero di Simone Weil può dirci qualcosa: «In tutto quel che suscita in noi il sentimento pure ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno».

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