Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Perché l’azione liturgica è “più nobile” se celebrata in canto? Risponde MS

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Chiedendo un’attenzione privilegiata al canto dell’assemblea liturgica – canto di popolo e ministri -, Musicam Sacram (= MS) sottolinea l’importanza dei diversi interventi canori: «l’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo» (MS 5). Rimarchiamo la menzione della partecipazione dei fedeli, la più trascurata nell’arco storico del secondo millennio cristiano; ma dobbiamo dedicare attenzione all’affermazione secondo cui la «forma più nobile» è data dal canto assembleare, qui messo in luce nella sua articolazione ministri-popolo (vedi), e non nel canto solo di qualcuno, solo del coro o solo dei fedeli. Sempre in MS 5, troviamo esplicitate, in una sorta di elenco, le ragioni per le quali la celebrazione è resa «più nobile» quando è in canto da cui possiamo anche comprendere in che cosa consista questa maggiore nobiltà. Riporto il testo di MS con un breve commento:

  • «La preghiera acquista un’espressione più gioiosa»; la preghiera liturgica diventa più saporosa e intensa. Il canto esprime molto di più che le semplici parole, ed è indubbio che il canto sia un gesto impegnativo e per questo più coinvolgente.
  • «Il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente»; nell’assemblea liturgica ci si riconosce l’uno di fronte all’altro nella propria diversità e, in questo senso, vengono meglio manifestate le diversità dei ministeri qualora ciascuno canti le parti che gli spettano. Cantare è un “saper perdersi” (cioè un rinunciare alla gestione autonoma del proprio tono di voce, del ritmo, dell’intensità, ecc…) per ritrovarsi in una nuova unità. Cantare è uscire da se stessi per affidarsi alla fraternità ecclesiale, fidarsi di essa, arricchirsi di essa, aderire ad essa.
  • «L’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci»; interessante osservazione. L’impegno sinceramente posto nell’unire la propria voce a quella degli altri, realizza e approfondisce la comunione fraterna. Solo una matura concezione della partecipazione attiva  può approvare tale affermazione, per la quale l’azione influisce sull’intenzione; al contrario, una certa schematizzazione, che procede da una mai sopita sfiducia nel corpo, la negherebbe con forza.
  • «Gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre»; occorre ripensare alla funzione della bellezza dell’espressione artistica e ai suoi effetti sull’animo umano. Un canto scelto con cura e ben eseguito o un brano strumentale collocato in modo pertinente nella celebrazione possiedono un grande potere penetrante. Tutte le arti hanno questo potere; ma la musica ha una potenza impressiva ed espressiva ineguagliabile;
  • «Tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste». Tra i modi con cui il linguaggio biblico descrive la condizione dei salvati vi è certamente il riferimento al canto: si pensi ad es., al canto nuovo davanti al trono dell’Agnello nella visione descritta nell’Apocalisse. La liturgia terrena ha il compito di esserne l’anticipazione profetica.

Inoltre, MS 5 si rivolge – con un certo vigore – ai pastori affinché «si sforzino in ogni modo di realizzare questa forma di celebrazione»: si vuole che queste istanze siano prese sul serio. Infine, lo stesso paragrafo chiede ai pastori di preparare le celebrazioni con cura e, soprattutto, non da soli: «d’accordo tra tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto». Vengono in tal modo implicitamente condannate scelte di comodo, ispirate solamente alla faciloneria e all’improvvisazione.

Prima melodia per il rito della Messa

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Canto e musica esprimono un investimento sulla forma dell’atto liturgico che sposta l’azione su un piano “altro”. La peculiarità del canto liturgico, alla fin fine, sta proprio in questo: nel consentire il superamento del livello meramente informativo del “dire”. Infatti, non solo e non tanto per uno scambio di contenuti verbali si legge, si dialoga, si interagisce nella celebrazione, ma per instaurare la relazione tra Dio e l’assemblea. Ciò è particolarmente evidente nell’intonazione dell’eucologia o nella proclamazione cantata delle letture: una modalità di “prendere la parola” tipica del contesto rituale, che alla relazione Dio-popolo contribuisce a dare forma sacramentale, immettendo nella dimensione simbolica della liturgia. La seconda edizione italiana del Messale Romano (1983) riporta le melodie per il canto dei ministri in dialogo con l’assemblea: purtroppo, la scelta di collocarne la notazione in appendice, “ad experimentum”, non ne favorisce l’utilizzo e solo debolmente smentisce quella inespressa quanto diffusa idea – o di essa ne è conseguenza – che ancora intende il canto come un elemento superfluo ed accessorio alla celebrazione, un suo ornamento per la solennità o una ricreazione dei fedeli. La Conferenza Episcopale Italiana ha anche pubblicato un sussidio musicale (1993), sconosciuto ai più, contenente tutte le melodie finora edite nei libri liturgici in italiano, acquistabile anche online.

Prima melodia per il rito della Messa:
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La liminalità della musica liturgica

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Si può ritenere che il primo compito della musica liturgica (nella sua espressione sia vocale che strumentale) non sia propriamente e semplicemente quello di elevare l’animo dei fedeli, ma piuttosto  quello di strapparli dal loro mondo (interiore e/o esteriore) per far percepire loro il mondo simbolico del rito e collocarli all’interno di esso. Il coinvolgimento e l’elevazione spirituale dei celebranti dovrà passare attraverso questa condizione di turbamento emotivo, grazie al quale il nostro essere presenti a Dio, agli altri, al mondo viene sospeso e riattivato in modo nuovo. L’attuazione di questo compito può prodursi in molti modi, attraverso le molteplici strategie di cui dispone la musica. L’atto stesso di cantare può essere una prima soglia che, implicandoci corporalmente, ci strappa da una condizione preordinata e ci getta in una nuova situazione emotiva e relazionale. Anche con l’ascolto può aprirsi una breccia, purché sia un ascolto impressivo, un modo di lasciarsi raggiungere e toccare da ciò che ci circonda per diventare tutt’uno con questa realtà. La ricerca pastorale della partecipazione dovrà guardarsi con più attenzione dal rischio di accontentarsi di compiacere il gusto di qualcuno (sia esso ritenuto conservatore o innovatore) o di assestarsi sul minimo di capacità esecutive o di fruizione della musica, per promuovere piuttosto, con l’aiuto di chi è competente, sia la ricerca delle forme musicali adeguate sia l’educazione a servirsene. E’ un aspetto importante dell’ars celebrandi.

Fonte: Luigi Girardi, La liminalità della musica liturgica, in La liminalità del rito, a cura di G. Bonaccorso, ed. Messaggero Padova – Abbazia di Santa Giustina Padova, Padova 2014 (Caro Salutis Cardo. Contributi, 28), p. 269-292.

Cantare le parti più importanti /3

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Segue

Nei precedenti articoli ho scritto di come l’Ordinamento Generale del Messale Romano identifichi, tra le parti più importanti da destinare al canto, quelle che «devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40). Tuttavia, queste parti da cantare sono pressoché sempre destinate ad un “dire” scontato e spesso annoiato, a causa dell’ignoranza delle ragioni più profonde del canto liturgico.

Sollecitati dall’OGMR dobbiamo rispondere alla domanda: perché le parti cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea, e quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo, sono tra le più importanti da destinare al canto?

Dimensione comunitaria della liturgia
In primo luogo diciamo che proprio queste parti, qualora vengano cantate, contribuiscono fortemente ad esprimere la natura comunitaria della liturgia. In Sacrosanctum Concilium (26) leggiamo: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano». Le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, ma affinché ciò non rimanga solo un’affermazione di principio, questa dimensione ecclesiale del culto esige la partecipazione attiva dei fedeli tutti: i dialoghi, i saluti e le acclamazioni presenti nella celebrazione in numero assai significativo (secondo i casi la messa ne può comprendere anche 20 o 30) quando realizzati in canto, esprimono un coinvolgimento assolutamente maggiore del credente radunato in assemblea, e proprio per questo «favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo» (OGMR 34). Allo stesso modo, l’unità dell’assemblea è realizzata dal canto simultaneo del sacerdote e del popolo.

Dimensione partecipativa e ministeriale della liturgia
Un atto di comunicazione-partecipazione sta all’origine del popolo cristiano: quello compiuto da Dio in Cristo a favore dell’umanità. La Chiesa è risposta a questo dono di amore sempre attuale, sempre presente. La partecipazione attiva dei fedeli, è risposta all’iniziativa di Dio in questa logica di relazione, ed è favorita ed espressa soprattutto da quelle parti dialogate, che solo se cantate ottengono il giusto rilievo, in modo tale da «ravvivare l’azione di tutta la comunità» (OGMR 35).
L’atto con cui Dio rende partecipi gli uomini della propria vita è motivato non da un suo bisogno ma dalla necessità degli uomini: in tal modo Dio compie un servizio, un “ministero”. Il ministero liturgico, pertanto, non è anzitutto un “qualcosa da fare”, ma una traccia del mistero, della comunicazione di Dio. E’ un “essere di fronte a qualcuno”. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Presupposto del ministero è la differenza tra coloro che si trovano di fronte: di qui la diversità dei ministeri. Le «parti più importanti da destinare al canto» (OGMR 40) mettono in luce, più che ogni altra parte, la ricchezza e le diversità dei ministeri.

Dimensione intersoggettiva della liturgia
La celebrazione liturgica contiene un misterioso e continuo dialogo fra Dio e il suo popolo: mediante la sua Parola, il Signore si rivela alla sua Chiesa e la rende partecipe del mistero di salvezza, e mediante i suoi canti la Chiesa confessa la propria fede al suo Signore. Quest’azione, come già detto, è comunitaria e ministeriale. Un atto di tutta la comunità che si realizza mediante diversi ministeri: il vescovo, il sacerdote e il diacono; il lettore e il salmista; i solisti e il coro. Il mistero della comunicazione fra Dio e il suo popolo è ben significato, nel canto liturgico, dalle continue chiamate e risposte. Il canto della Chiesa è come la risposta alla sua convocazione: il canto della Chiesa è innanzitutto canto di risposta.

Per concludere: “Dominus vobiscum”
Ogni parte o momento importante della messa: inizio, vangelo, preghiera eucaristica, comunione, congedo, si aprono con un dialogo tra il ministro e l’assemblea.
«Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito» è un dialogo che risale alle origini del culto cristiano. In ebraico come in latino, la formula non comporta il verbo: il tempo resta “aperto”. Siccome la traduzione in italiano necessitava di un verbo, con l’ottativo “sia” si è cercato di rendere questa apertura: «Il Signore è/sia/sarà con voi».
«Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (OGMR 50). Dunque, una verità troppo importante perché sia lasciata ad un “dire” senza rilievo: occorre una parola cantata per far emergere questo mistero.
Le parole «E con il tuo spirito» sono riprese da San Paolo (1Cor 2,10) e non significano un banale “e con te”, ma che il ministro ha ricevuto, riceve e riceverà dal Signore il dono dello Spirito per la sua funzione.
Il dialogo più sviluppato e più importante della messa si trova all’inizio della preghiera eucaristica. Eccezionalmente, il dialogo si sviluppa come se, per elevare molto in alto la preghiera comune, colui che presiede avesse bisogno di più slancio. La melodia procede come tre colpi d’ala, che l’assemblea ratifica: «E’ cosa buona e giusta». Che il presidente riprende, continuando la lode: «E’ veramente cosa buona e giusta».
Il Messale propone due melodie: la prima è di nuova composizione, la seconda si rifà a melodie gregoriane.

Cantare le parti più importanti

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Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR 40).

L’affermazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano ci porta subito ad un paio di domande: tra le parti da destinare al canto, quali sono quelle di maggior importanza? E perché lo sono?

Ricercare le risposte adatte significa andare alle ragioni più autentiche del canto liturgico. La prima domanda trova una risposta implicita nell’affermazione stessa di OGMR: tra le parti più importanti, vi sono soprattutto quelle spettanti ai ministri con la risposta dell’assemblea, o quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo. Elencando le parti che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, troviamo:

– i Saluti (Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito);
– le Orazioni (Colletta; Sulle offerte; Dopo la Comunione);
– dopo la I e II lettura (Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio). Il Messale indica solo la melodia per l’acclamazione finale;
– per il Vangelo (Dal Vangelo secondo… Gloria a te, o Signore). Preceduto dal saluto;
– dopo il Vangelo (Parola del Signore. Lode a te, o Cristo);
– il dialogo al Prefazio (e il Prefazio stesso, che è un tutt’uno con il dialogo che lo precede);
– l’acclamazione (Mistero della fede. Annunciamo…);
– la dossologia (Per Cristo… Amen.);
– benedizione.

Le parti nelle quali viene indicato che il popolo canti insieme al sacerdote, sono:

– l’Alleluia o, in Quaresima, altro canto (ma non il versetto);
– la professione di fede (il canto del Credo è un’opzione possibile, alternativa alla recita);
– il Santo;
– il Padre nostro

Dunque, una grande e variegata ricchezza di gesti liturgici da compiere in forma sonora che, ne sono certo, avrà sorpreso il lettore, il quale non avrà mancato di confrontare la multiforme proposta canora del Messale, con la prassi celebrativa conosciuta nel proprio ambiente. Una generalizzata mancanza di formazione liturgica ha portato a ignorare le ragioni più profonde del canto liturgico: esso è vissuto come ornamento, abbellimento e come occasione per una mal intesa “animazione” della Messa. Una sterminata e spesso scadente produzione di canti per l’ingresso, la presentazione dei doni, la comunione, la “fine” (sic), è nel contempo effetto e causa di questo disorientamento.

Continua

Il Prefazio

di Antonio Parisi.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 79a così scrive: «Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono distinguere come segue: a) L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera di salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo».

Perché “cantarlo”?

Almeno durante le domeniche, le feste e le solennità, si dovrebbe sempre cantare il prefazio, per due motivi, l’uno di carattere musicale-estetico e l’altro di carattere pratico. Il canto del prefazio avviene con una tecnica particolare chiamata cantillazione, consiste nel recitare cantando su alcune note (corda di recita) il testo poetico del prefazio. Nella cantillazione viene data importanza al testo sacro o liturgico, viene prima la parola e poi la “musica”; rappresenta un modo rituale di valorizzare il testo. In pratica tra i due modelli espressivi che noi conosciamo, cioè il parlato e il cantato, la cantillazione (o anche recitativo) sta a metà strada. Tale recitar cantando solennizza la celebrazione, eleva il testo su un piano espressivo più intenso e profondo, riscatta il semplice parlato dando rispetto e onore alla parola. Avviene anche in altre religioni: per esempio il Corano viene sempre cantillato su moduli liberi, appunto per il rispetto che si deve alla parola sacra. L’altro motivo è di carattere pratico: per facilitare il canto del Santo è bene che il sacerdote canti il prefazio, con l’attenzione che la conclusione del prefazio dovrà legarsi totalmente al Santo, avendo l’accortezza di non farlo precedere da una introduzione strumentale troppo lunga, perché verrebbe a mancare il senso di continuità logica e musicale con lo stesso prefazio. Se il prefazio è declamato, allora è bene almeno intonare l’ultima parte di esso in modo da permettere l’attacco facilitato del canto del Santo (tale modo di procedere era chiamato escatocollo, cioè una formula che metteva insieme parlato e recitativo finale; un espediente per permettere, anche ai celebranti più restii, di cantare almeno l’indispensabile richiesto dal rito).

Il pensiero di un grande liturgista

Afferma molto bene J. Gelineau, grande liturgista scomparso l’8 settembre 2008 a 87 anni, che la cantillazione, i dialoghi, le risposte, le litanie, all’interno della celebrazione, rappresentano la spina dorsale del rito; è il primo e principale apporto che la musica deve dare alla verità del rito, sia per rendere il rito partecipato e sia per solennizzare la celebrazione. Una celebrazione solenne non si ha cantando una Messa di Mozart o di Perosi, ma attuando il rito in maniera vera e partecipata. Ribadisco ancora una volta che la chiesa non è una sala da concerto, che compito della celebrazione non è l’ascolto di musiche di autori famosi, che la liturgia non è un’accademia musicale, ma durante la celebrazione accade un evento, un incontro con una Presenza. Tale incontro avviene utilizzando mezzi espressivi e artistici propri dell’assemblea liturgica, naturalmente con la preoccupazione di elevare sempre più il livello, il gusto, la qualità di tali mezzi.

Istruzioni tecniche

Penso sia opportuno dare delle indicazioni tecniche per il “canto” del prefazio, che possono valere sia per l’esempio qui riprodotto e sia per tutti gli altri prefazi presenti nel messale romano. Ho scritto per esteso il prefazio di Natale, appunto perché tale intervento cantato è richiesto dalla solennità che si vive in quel giorno; sarebbe veramente deludente una recitazione sciatta e prosaica di un intervento che richiede liricità e intensità espressiva. Il prefazio è diviso in tre moduli: A – B – A; la prima e l’ultima sezione (A) sono uguali, invece la sezione intermedia (B) è musicalmente diversa. Inoltre il testo del modulo B cambia a seconda dei prefazi, invece i due moduli A hanno un testo sempre uguale in tutti i prefazi, eccettuata qualche breve differenza.

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L’esempio che riproduco ha la tonalità di mi bemolle maggiore, invece sul messale si trova la tonalità di fa maggiore; ho ritenuto opportuno abbassare di un tono la musica in modo da permettere a tutti i sacerdoti una cantillazione comoda e funzionale, anche per chi dice di «non saper cantare»; altro tema questo che affronterò prossimamente. L’attacco è su una corda di recita di sol, graficamente si presenta come una nota bianca e sotto di essa viene scritto il testo; il testo è diviso in quattro versi liberi, ogni verso ha una cadenza intermedia (indicata con note nere senza gambo) e l’ultimo verso, il quarto, ha una cadenza finale. Sul messale la cadenza intermedia è indicata con un asterisco (*), invece la cadenza finale ha due asterischi (**). La parte centrale (B) ha un modulo musicale diverso, di tre versi, anch’essi indicati con i vari asterischi. Per una buona cantillazione si richiede una buona recitazione e pronuncia del testo, un respiro alle virgole e ai punto e virgola, invece dopo il punto una pausa comoda. Naturalmente sarebbe un controsenso cantare il prefazio e non cantare il dialogo iniziale; dialogo iniziale che è sempre uguale, perciò imparato una volta si ripete sempre identico. Un’ultima osservazione: il prefazio va cantillato a voce scoperta, senza accompagnamento strumentale dell’organo; però uno strumento può sostenere la voce, specialmente di qualche sacerdote che si sente poco sicuro e con poca esperienza musicale. Per chi avesse a portata di mano una arpista, cosa quasi impossibile, io ritengo che tale strumento potrebbe accompagnare meglio dell’organo la voce del celebrante.

Per concludere

Ho pubblicato con anticipo (novembre) questo sussidio, in modo che gli animatori si premurino di insegnare, con delle prove, ai propri sacerdoti tale intervento cantato. Concludo ricordando un episodio che riguarda monsignor Mariano Magrassi, quando era arcivescovo di Bari: più di una volta mi chiamava in episcopio prima di una celebrazione importante e ripeteva con me le parti cantate sue proprie. Anche per l’attuale arcivescovo ho scritto per intero il prefazio del Giovedì santo per la messa della benedizione degli olii, in modo che lo possa cantare senza alcuna difficoltà.

(tratto da Vita pastorale)

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