Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Papa Francesco: no alla mediocrità, sì alla formazione musicale

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Il discorso di Papa Francesco ai partecipanti al Convegno Internazionale sulla Musica Sacra (4 marzo 2017).

Mezzo secolo dopo l’Istruzione Musicam Sacram, il convegno ha voluto approfondire, in un’ottica interdisciplinare ed ecumenica, il rapporto attuale tra la musica sacra e la cultura contemporanea, tra il repertorio musicale adottato e usato dalla comunità cristiana e le tendenze musicali prevalenti. Di grande rilievo è stata anche la riflessione sulla formazione estetica e musicale sia del clero e dei religiosi sia dei laici impegnati nella vita pastorale, e più direttamente nelle scholae cantorum.
Il primo documento emanato dal Concilio Vaticano II fu proprio la Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium. I Padri Conciliari ben avvertivano la difficoltà dei fedeli nel partecipare a una liturgia di cui non comprendevano più pienamente il linguaggio, le parole e i segni. Per concretizzare le linee fondamentali tracciate dalla Costituzione, furono emanate delle Istruzioni, tra cui, appunto, quella sulla musica sacra. Da allora, pur non essendo stati prodotti nuovi documenti del Magistero sull’argomento, vi sono stati diversi e significativi interventi pontifici che hanno orientato la riflessione e l’impegno pastorale.
È tuttora di grande attualità la premessa della menzionata Istruzione: «L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma, infatti, la celebrazione acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste» (n. 5).
Più volte il Documento, seguendo le indicazioni conciliari, evidenzia l’importanza della partecipazione di tutta l’assemblea dei fedeli, definita «attiva, consapevole, piena», e sottolinea anche molto chiaramente che la «vera solennità di un’azione liturgica non dipende tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione» (n. 11). Si tratta, perciò, innanzitutto, di partecipare intensamente al Mistero di Dio, alla “teofania” che si compie in ogni celebrazione eucaristica, in cui il Signore si fa presente in mezzo al suo popolo, chiamato a partecipare realmente alla salvezza attuata da Cristo morto e risorto. La partecipazione attiva e consapevole consiste, dunque, nel saper entrare profondamente in tale mistero, nel saperlo contemplare, adorare e accogliere, nel percepirne il senso, grazie in particolare al religioso silenzio e alla «musicalità del linguaggio con cui il Signore ci parla» (Omelia a S. Marta, 12 dicembre 2013). È in questa prospettiva che si muove la riflessione sul rinnovamento della musica sacra e sul suo prezioso apporto.
Al riguardo, emerge una duplice missione che la Chiesa è chiamata a perseguire, specialmente attraverso quanti a vario titolo operano in questo settore. Si tratta, per un verso, di salvaguardare e valorizzare il ricco e multiforme patrimonio ereditato dal passato, utilizzandolo con equilibrio nel presente ed evitando il rischio di una visione nostalgica o “archeologica”. D’altra parte, è necessario fare in modo che la musica sacra e il canto liturgico siano pienamente “inculturati” nei linguaggi artistici e musicali dell’attualità; sappiano, cioè, incarnare e tradurre la Parola di Dio in canti, suoni, armonie che facciano vibrare il cuore dei nostri contemporanei, creando anche un opportuno clima emotivo, che disponga alla fede e susciti l’accoglienza e la piena partecipazione al mistero che si celebra. Certamente l’incontro con la modernità e l’introduzione delle lingue parlate nella Liturgia ha sollecitato tanti problemi: di linguaggi, di forme e di generi musicali. Talvolta è prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche. Per questo i vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori, direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia, possono dare un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico. Per favorire questo percorso, occorre promuovere un’adeguata formazione musicale, anche in quanti si preparano a diventare sacerdoti, nel dialogo con le correnti musicali del nostro tempo, con le istanze delle diverse aree culturali, e in atteggiamento ecumenico.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora per il vostro impegno nell’ambito della musica sacra. Vi accompagni la Vergine Maria, che nel Magnificat ha cantato la santità misericordiosa di Dio. Vi incoraggio a non perdere di vista questo importante obiettivo: aiutare l’assemblea liturgica e il popolo di Dio a percepire e partecipare, con tutti i sensi, fisici e spirituali, al mistero di Dio. La musica sacra e il canto liturgico hanno il compito di donarci il senso della gloria di Dio, della sua bellezza, della sua santità che ci avvolge come una “nube luminosa”.

Parlare di riforma della riforma

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Segnalo l’articolo di Cesare Giraudo S.J. su La Civiltà Cattolica (quaderno 3995) dal titolo «La riforma liturgica a 50 anni dal Vaticano II. “Parlare di riforma della riforma” è un errore», e mi permetto di presentarne un piccolo sunto. Siccome questa rivista viene esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, per questo motivo, e anche per certe attinenze dell’articolo con il campo della “musica liturgica”, merita attenzione.

Nel testo si prende atto che ancora si incontrano cattolici «che non nascondono le loro perplessità nei confronti della riforma liturgica». Giraudo riconosce che nella riforma liturgica attuata dopo il Vaticano II, «accanto alle luci, di certo preminenti, non mancano le ombre». In effetti «la risposta al progetto che emerge dai Praenotanda dei libri liturgici, a cinquant’anni dalla loro promulgazione, lascia ancora molto a desiderare». In questo contesto, l’autore si riferisce alla conferenza tenuta a Londra il 5 luglio scorso dal card. Sarah, nella quale veniva prospettata come rimedio una eventuale riforma della riforma e, in concreto, proponeva l’orientamento comune di sacerdoti e fedeli, rivolti insieme nella stessa direzione. In data 11 luglio, un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede precisava che sull’orientamento dell’altare non c’erano delle novità e inoltre affermava che era meglio evitare di usare l’espressione “riforma della riforma”, riferita alla liturgia. Già papa Francesco, in una intervista rilasciata recentemente a p. Antonio Spadaro, aveva dichiarato: «Il Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

In conclusione, Giraudo propone due linee di lavoro. In primo luogo segnala la necessità di puntare sulla riscoperta della dimensione del sacro: «Dobbiamo riscoprirla e farla nostra il più presto possibile, attraverso il giusto impiego di quei segni gestuali e verbali che aiutano a tenerla desta, quali un certo doveroso mantenimento della lingua latina e del patrimonio musicale che ha caratterizzato l’intera tradizione dell’Occidente”. In secondo luogo vi è il tema della formazione liturgica, poiché resta ancora molto da fare per metabolizzare Sacrosanctum Concilium: «La riforma liturgica è malata per il semplice motivo che i suoi odierni fruitori l’hanno recepita in maniera debole. Si tratta di una malattia da curare, non di un malato da sopprimere».

Sul canto liturgico: è necessario più dialogo?

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Sabato 22 c’è stata l’udienza giubilare, e come da programma erano presenti tutti i pellegrini aderenti al Giubileo delle Corali. Io ero curioso di sapere se Papa Francesco dicesse qualcosa in merito al canto liturgico, e cosa.

Nulla.

Il Papa non ha neppure avuto qualche parola particolare per i partecipanti, quando sono stati salutati in coda all’udienza, dopo i pellegrini dall’Umbria e l’Associazione Medici Cattolici; e quasi quasi è stato più caloroso nei confronti di un gruppetto di sbandieratori. Che Papa Francesco non si sia soffermato sul Giubileo delle Corali, però, non mi ha sorpreso più di tanto poiché l’udienza non era affatto dedicata a questo evento. Tuttavia ciò che ha detto, è ben applicabile anche a noi, quando dobbiamo parlare e confrontarci sul tema della musica e del canto liturgico. Ecco una sintesi:

Un aspetto della misericordia è il dialogo. Il dialogo è un segno di grande rispetto perché pone le persone in atteggiamento di ascolto e nella condizione di recepire gli aspetti migliori dell’interlocutore. Molte volte non incontriamo veramente i fratelli, soprattutto quando vogliamo far prevalere le nostre posizioni: quante volte stiamo ascoltando uno e lo fermiamo, non lasciamo che finisca di spiegare quello che vuol dire: non è dialogo, questo, ma aggressione.
Il vero dialogo necessita di momenti di silenzio in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello. Il dialogo aiuta ad umanizzare i rapporti e superare le incomprensioni. Come si risolverebbero più facilmente le incomprensioni se ci si ascoltasse. Di dialogo vive anche la Chiesa: il dialogo abbatte il muro delle incomprensioni.
Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro andranno meglio: ma se incomincio ad urlare, non avrà buon fine questo rapporto tra noi. Ascoltare, spiegare, mitezza: non abbaiare all’altro, non urlare, avere il cuore aperto!

Spero che il Giubileo delle Corali sia stata un’esperienza bella e significativa per chi vi ha partecipato. Personalmente non ne sono stato entusiasta, poiché non mi è sembrato un giubileo all’insegna del dialogo, appunto: per esempio, su 65 canti in programma, se ne sono contati ben 36 dello stesso autore (Mons. Frisina) e solo 9 di altri autori contemporanei (in questo caso però si è trattato di brani molto molto popolari, quindi proposte non proprio di rilievo). La restante parte: Missa de Angelis, poco altro di canto gregoriano, e Arcadelt, Bach, Mozart, Haendel (anche qui brani molto conosciuti). Ho sentito affermare che siccome il Giubileo delle Corali è stato organizzato dal Coro della Diocesi di Roma è ovvio che vi sia stata una preponderanza delle composizioni di Frisina. Obietto facendo notare che il canto liturgico non è di proprietà privata; altrimenti sarebbe stato più consono denominarlo Giubileo delle corali affiliate al Coro della Diocesi di Roma alias Marco Frisina!
Neppure mi è sembrato un giubileo scaturito dal dialogo: per esempio l’Ufficio Liturgico Nazionale, mentre sul proprio sito ha già pubblicato la notizia di un importante convegno su Musicam Sacram che si terrà nel marzo 2017, non ha mai fatto il minimo cenno al Giubileo delle Corali, neanche al suo approssimarsi.

Chiedo venia per questi pensieri, che tuttavia prendono l’avvio da fatti oggettivi: non ho intenzione di offendere nessuno. Ascoltare, spiegare, mitezza: ne abbiamo bisogno!

Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

La Missa Ioannis Pauli II di Botor alla GMG 2016 di Cracovia: ecco gli spartiti!

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La Missa Ioannis Pauli II composta da Henryk Jan Botor per la celebrazione conclusiva della GMG 2016 di Cracovia presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae, è stata definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. La composizione ha destato parecchio interesse, ma gli spartiti sembrano irreperibili. Li state cercando anche voi? Potete trovarli qui.

Youtube (video della Messa)
Soundcloud (audio dei canti)

La Messa finale della GMG 2016 a Cracovia. L’avete vista?

messa gmg cracovia

Qualche considerazione sull’aspetto musicale della Messa finale della GMG a Cracovia, presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae. Una celebrazione che ha la caratteristica della straordinarietà per via dell’assemblea formata pressoché da giovani, per il numero dei partecipanti (2.000.000 di persone?) e per il vastissimo spazio all’aperto necessario a contenere tutti. Progettare questa celebrazione, in modo tale da offrire la possibilità di una partecipazione attiva ai convenuti, è una bella sfida. Da quanto ho potuto osservare dall’esterno, mi pare che il programma musicale abbia dimostrato di essere in sintonia con l’aspetto festoso tipico di ogni GMG, ma senza concessioni a banalità o esagerazioni. Ad esempio, si può notare un uso abbondante di strumenti a percussione, non a sproposito, quanto piuttosto ad evidenziare l’aspetto ritmico delle composizioni, ma anche l’utilizzo della lingua latina nelle parti cantate e non della Messa (i giovani erano supportati da un libretto per la partecipazione alla GMG), come è ravvisabile nel Messale preparato per la GMG oltre che dal video di Youtube. I canti si possono ascoltare anche su Soundcloud. Nella celebrazione è stata eseguita la Missa Ioannis Pauli II composta da H. J. Botor, definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. Il gigantesco coro e l’orchestra – entrambi giovanili, evidentemente – hanno dimostrano di essersi preparati bene all’evento, e gli organizzatori hanno colto l’occasione per offrire ai musicisti una ricca esperienza di crescita. Tutto ben lontano dalle italiche chitarre fai-da-te a cui i nostri giovani sono tanto abituati, non per colpa loro, quanto piuttosto per l’inesistente impegno della pastorale – non solo giovanile – nel campo della formazione liturgico-musicale. Speriamo che anche su questo versante la GMG 2016 possa essere di esempio e portare qualche frutto.

Riti di introduzione

Prima dell’ingresso del Santo Padre il coro ha proposto Niech Pan udzieli mocy swemu ludowi (C. Paciorek) – Il Signore dia forza al suo popolo -,  un canto ostinato, fresco e gioioso, dal testo molto breve, nell’intento – presumo – di aiutare la massa di giovani a sintonizzarsi con l’imminente inizio della celebrazione. A tal fine si sono anche adoperati due commentatori, in varie lingue. Durante la processione d’ingresso, invece, si canta l’Inno del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordes sicut Pater! (Inwood).  Dopo l’atto penitenziale viene il Kyrie eleison (Botor). La composizione rispetta bene e valorizza con la giusta sobrietà la forma litanica: ogni proposta ripete due volte “Kyrie-Christe” all’unisono, mentre la risposta è prevista in polifonia (ma la parte principale, Soprani e Assemblea, riprende la stessa melodia della proposta). Il Gloria (Botor), assai brioso, viene intonato da un solista, e prosegue festoso all’unisono, ma anche a cori alterni, sia uomini/donne che unisono/polifonia. La composizione è anche breve (poco più di 2′): in tal modo non appesantisce i riti di introduzione.

Liturgia della Parola

La prima lettura viene proclamata in italiano e la seconda lettura in portoghese ma in entrambi i casi si conclude cantando Verbum  Domini – Deo gratias sulla melodia gregoriana. Il salmo responsoriale è cantato in polacco, accompagnato dal solo suono dell’organo: le strofe ricalcano un modulo gregoriano, il ritornello è semplice e viene cantato anche dal coro ad una voce. L’acclamazione al Vangelo utilizza un Alleluia (Botor) che si protrae abbondantemente (circa 2′) e tuttavia per il tempo giusto data la circostanza, in modo molto vivace: manca però il versetto. Il Vangelo viene cantato in polacco ma il saluto e l’annuncio con relative risposte (Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. Lectio sancti Evangelii secundum Lucam. Gloria tibi Domine) vengono cantati in gregoriano, così come la conclusione (Verbum Domini. Laus tibi Christe). A questo punto segue la proclamazione del Vangelo in paleoslavo: al canto del diacono risponde un coro femminile. Per la professione di fede si canta il Credo III gregoriano. La preghiera dei fedeli è ben curata e valorizzata con interventi appropriati dei diversi ministri: viene introdotta dal Santo Padre in latino; a questi segue un diacono che con melodia gregoriana esorta l’assemblea a pregare secondo le intenzioni proposte, che vengono lette da alcuni fedeli in diverse lingue; ad ognuna di esse segue l’invocazione del cantore e la preghiera dell’assemblea con il ritornello Kyrie eleison (Kyrie 10 dal repertorio di Taizé).

Liturgia eucaristica

Una preghiera dei fedeli così ben posta apre significativamente alla liturgia eucaristica. La processione dei doni è accompagnata dal canto in lingua polacca Jezu Ufam Tobie (Klamarz-Botor) – Gesù confido in te: le strofe sono destinate ad un solista, mentre il ritornello è facilmente cantabile da tutti. Il prefazio non è cantato, viste le note difficoltà di Papa Francesco. Il Sanctus (Botor) è una composizione brillante: l’esecuzione si caratterizza per un hosanna in excelsis insistentemente ripetuto e coinvolgente, anche con un cambio di tonalità. L’acclamazione Misterium fidei, la dossologia Per ipsum e il Pater noster sono cantati in gregoriano, ma non viene cantato il Quia tuum est regnum. Il diacono invita allo scambio della pace cantando Offerte vobis pacem con melodia gregoriana. Segue l’Agnus Dei (Botor), con melodia distesa e serena; la prima proposta viene cantata dalle donne, la seconda dagli uomini, la terza insieme sempre all’unisono; la risposta (miserere nobis e dona nobis pacem) è cantata dal coro in polifonia, tuttavia è bene intendibile la parte destinata all’Assemblea, semplice e ripetuta sempre due volte. Il canto alla comunione, anch’esso in lingua polacca, è Oto są baranki młode (Gałuszka) e, a seguire, Adoro te devote (gregoriano). Dopo il silenzio e il raccoglimento, la scelta è quella di proporre il canto Jesus Christe you are my life (Frisina) in stile decisamente più pop.

Riti di conclusione

Dopo l’orazione si canta Abba ojcze (Gora) inno della GMG 1991 di Czestochowa, che accompagna la consegna missionaria delle lampade a giovani rappresentanti dei vari continenti. Dopo l’Angelus e l’allocuzione conclusiva del Santo Padre, viene cantato Beati i misericordiosi! (Blycharz) inno della GMG 2016 di Cracovia.

Video della celebrazione su Youtube
Canti della GMG su Soundcloud
Messale della GMG
Libretto dei partecipanti della GMG (in inglese)

Papa Francesco: la felicità non è un’App, e neppure la Messa

francesco ragazzi

La Messa presieduta da Papa Francesco per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze il 24 aprile era da me attesa con una certa curiosità, lo confesso, soprattutto in riferimento al programma musicale della celebrazione. Ma, a giudicare dai commenti sui social, credo di non essere stato affatto il solo, anzi. Di sicuro il Santo Padre non entra nel merito delle singole scelte, ci mancherebbe, ma qualche suo input almeno di orientamento generale, immagino che venga richiesto e che arrivi. Dunque, poteva giungere da piazza San Pietro qualche sorpresa? Un “Alleluia-clap-clap”, ad esempio, che in qualunque Messa celebrata con i ragazzi nelle nostre diocesi e parrocchie viene piazzato? Direi che questa sarebbe stata un’aspettativa ingenua; ma qualche canto stile pop, o “moderno” come alcuni dicono, in molti se lo attendevano. Magari accompagnati da chitarre, batteria e bonghi. E ciò sarebbe stato accolto come un’ulteriore apertura di Papa Francesco, sempre attento alle esigenze del popolo. Invece, nulla di tutto questo. Ha cantato la Cappella Sistina “aggiustando” per l’occasione le consuete proposte (vedi più sotto). Un prete della mia Diocesi mi ha riferito che per alcuni ragazzi la Messa è stata un po’ pesante, ma che ci sono anche stati momenti di silenzio bello e orante. Certo, ci sta tutto che un ragazzo o una ragazza dai 13 ai 16 anni – al terzo giorno di permanenza a Roma, che a seguito di giornate impegnative ha dormito (?) nel sacco a pelo – che alle ore 7.30 di domenica si trova già in Piazza San Pietro per la Messa delle 10.30, possa essere un po’ “fuso”. E quindi? Questa Messa ci suggerisce l’idea che il canto liturgico non è ricreazione, e che non va usato, anzi, abusato in tal senso. Inoltre certe idee che si fondano unicamente su preconcetti di certi adulti, devono cadere. Per esempio che il canto gregoriano non sia adatto ai ragazzi. Assolutamente falso: io stesso, che un tempo ero scettico, ho visto che non è così. Certo che se vedono noi storcere il naso appena sentiamo una parola di latino, è finita… Ma questa è pura ignoranza. “Non accontentatevi della mediocrità! (Papa Francesco).

Programma canoro della celebrazione

Canto d’inizio: Inno del Giubileo della Misericordia
Atto penitenziale: Kyrie gregoriano semplice
Gloria (de angelis)
Alleluia gregoriano
Canto di offertorio: Passa questo mondo
Santo (G. M. Rossi)
Padre nostro gregoriano in italiano
Canti di comunione: Beati quorum via integra est;
Sei tu Signore il pane; Il Signore è il mio pastore
Regina coeli.

Altri interventi cantati tra cui la proclamazione del Vangelo.

Libretto delle celebrazione
Youtube

Papa Francesco, la ninna nanna e il canto liturgico

papa francesco pueri cantores

L’esempio portato da Papa Francesco nel suo colloquio con i Pueri Cantores, che già ho raccolto in questo articolo, può ancora giovare ai temi che ci interessano. Forse per la lettura di questo articolo vi servirà più pazienza del solito e per questo mi scuso.

Quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta.

Il canto della ninna nanna riguarda momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che possiamo immaginare. La ninna nanna non viene da sola ma nasce e si fonde in un insieme di gesti tipici e identificabili, efficaci in quanto ripetuti, rituali: il contatto fisico, la vicinanza, il tempo dedicato e, appunto, il suono della voce. Elementi di varia natura dosati quasi ad arte, articolati a seconda delle situazioni. Non esiste una ricetta: dipende dalla conoscenza che ogni mamma ha del suo bambino. Tuttavia, la vita quotidiana ci istruisce sul fatto che questo modo di accompagnare ad una buonanotte non sia l’unico, ma che occorra considerarne anche un secondo, che pure può capitare, e che assomiglia molto, quanto a modalità, al contare “Uno, due, tre quattro”. Lo potremmo più o meno identificare con le parole: “Su, dormi”. Certo, questo messaggio espresso a livello verbale bada alla sostanza delle cose e l’obiettivo che  intendere raggiungere è lo stesso, ma penso che nessuno di noi voglia equiparare questa modalità con la prima, vero? Qui viene a mancare quell’efficacia che solo un’esperienza che “fa bene all’anima”, basata sull’utilizzo di diversi codici comunicativi può garantire: il linguaggio del contatto fisico, dello sguardo prolungato, il linguaggio verbale anche, ma soprattutto il linguaggio musicale. La melodia – attenzione –  più che il testo della ninna nanna, veicola il dolce e rassicurante suono della voce della mamma, raccoglie ed esprime a livello simbolico quello che intimamente si sta vivendo.

Ecco, venendo alle nostre liturgie, direi che molto spesso siano al livello del “Su, dormi”: si trasmettono i contenuti (se i preti si preparano, in genere si preoccupano solo dell’omelia) e si utilizza in modo pressoché esclusivo il linguaggio verbale. Una liturgia che bada alla sostanza. Avendone forse percezione dell’inadeguatezza e, più probabilmente, non conoscendo le vere potenzialità del rito, si fa ricorso ai linguaggi musicali, di conseguenza utilizzati in modo inconsapevole, estrinseco e maldestro. Viceversa, il celebrare è un’arte, come la ninna nanna. Occorre una competenza – teorica, ma anche esperienziale ed affettiva, come quella della mamma – verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parole e canto, gesti e silenzi, tempi e spazi, movimenti del corpo, luci, profumi e colori. Non solo aderenza alle norme, condizione necessaria ma non sufficiente: l’ars celebrandi non è rubricismo e ritualismo, ma comprensione della forza dei riti e capacità di innescarne il potenziale in essi nascosto. Un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzare il lato più “corporeo” e non-verbale, tra cui il linguaggio sonoro in primo luogo.

Come la melodia della ninna nanna si inscrive nella relazione mamma/bambino, la manifesta e ad essa rimanda, così musica e canto liturgico sono un tutt’uno con l’azione liturgica. Il canto stesso diventa rito, o comunque esprime, commenta, amplifica, rivela in un modo del tutto peculiare ciò che si sta facendo. Questa particolarità va ricercata nel “di più”, nel “non necessario” e più precisamente nella “gratuità” del canto: un investimento sulla forma dell’atto liturgico rispetto alla sua sostanza. Un eccedenza del modo di esprimere un contenuto, rispetto al contenuto stesso. Un differenza necessaria, poiché la liturgia non è solo scambio di contenuti, di informazioni: il linguaggio musicale, insieme a tutti gli altri codici previsti nell’azione liturgica, sono i veicoli messi a disposizione per andare “oltre”. Questo apporto è particolarmente evidente nella proclamazione cantata delle letture e nell’intonazione dell’eucologia (i testi del Messale): un modo di prendere la parola tipicamente liturgico, che sembrerebbe non aggiungere altro sul piano del contenuto, ma che in realtà immette efficacemente in un mondo “altro”, trasfigurato, quello della comunicazione Dio/popolo.

A mio avviso questa è per l’oggi una questione fondamentale del canto liturgico, alla quale i formatori devono condurre gli “animatori liturgici” e il clero, soprattutto, rifuggendo quelle diatribe anche accese che, ahimè, prendono il via dalla confusione odierna e da questioni del tutto secondarie.

Papa Francesco: il canto educa l’anima

papa pueri cantores

Papa Francesco ha incontrato nell’Aula Paolo VI i 6.000 Pueri Cantores giunti a Roma per il 40° Congresso Internazionale. Dato che un suo autorevole intervento sulla questione del canto liturgico, per quanto atteso dagli addetti ai lavori, si fa attendere, merita dunque raccogliere anche i più piccoli accenni al riguardo. Ecco un breve estratto del suo discorso:

Domanda: Che cosa pensa del nostro canto? Le piace cantare?

Papa Francesco: “Che cosa pensi del nostro canto? Ti piace cantare?”… Mi piacerebbe sentirvi cantare di più! Ho sentito soltanto un canto, spero che ne facciate altri… Mi piace sentire cantare, ma, se io cantassi, sembrerei un asino, perché non so cantare. Neppure so parlare bene, perché ho un difetto nel modo di parlare, nella fonetica… Ma mi piace tanto sentir cantare. E vi dirò un aneddoto. Da bambino – noi siamo cinque fratelli – da bambini, la mamma, il sabato, alle due del pomeriggio, ci faceva sedere davanti alla radio per ascoltare. E cosa ascoltavamo? Tutti i sabati si faceva la trasmissione di un’opera [lirica]. E la mamma ci insegnava com’era quell’opera, ci spiegava: “Senti come fa questo…”. E da bambino ho provato il piacere di sentir cantare. Ma mai ho potuto cantare. Invece, uno dei miei nonni, che era falegname, mentre lavorava cantava sempre, sempre. Il piacere di sentire cantare mi viene da bambino. Mi piace tanto la musica e il canto. E cosa penso del vostro canto? Spero di sentirne qualcun altro. D’accordo? E’ possibile?
Vi dico una cosa: il canto educa l’anima, il canto fa bene all’anima. Per esempio, quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta. Sant’Agostino dice una frase molto bella. Ognuno di voi deve impararla nella propria lingua. Parlando della vita cristiana, della gioia della vita cristiana, dice così: “Canta e cammina”. La vita cristiana è un cammino, ma non è un cammino triste, è un cammino gioioso. E per questo canta. Canta e cammina, non dimenticare! E così la tua anima godrà di più della gioia del Vangelo.

Pur nella semplicità di un colloquio con i Pueri, Papa Francesco ha toccato una questione fondamentale del canto liturgico: “quando la mamma vuol fare addormentare il bambino… gli canta la ninna nanna… la canta…”. La ninna nanna, non si dice: si canta. Così cantando, la mamma ha speranza – fondata sull’esperienza ripetuta, direi rituale, appunto – che si crei quel clima sereno nel quale il bambino si addormenterà; cosa improbabile se iniziasse a contare “uno, due, tre…”. Il canto, nel contesto liturgico, è come la ninna nanna. Il tema di fondo, dunque, è quello della forma rituale, tema che la teologia e la pastorale liturgica più attenta indicano da un po’ di tempo come urgente. Infatti, un conto è il celebrare validamente, fermandosi alla sostanza della liturgia. In questo caso il 90% del tutto è compiuto dal prete che, utilizzando in modo esclusivo il linguaggio verbale (il detto), riafferma concetti e trasmette contenuti; il coro inserisce qualche canto in taluni momenti della celebrazione; talvolta spuntano cartelloni e si leggono le didascalie della catechista. Tutt’altra cosa è progettare una celebrazione nella speranza che sia fruttuosa, affidandosi intelligentemente alle potenzialità rituali. Qui entrano in gioco tutti quegli aspetti, e in primis il codice sonoro, ai quali l’attenzione alla forma rituale richiama. Il canto, da questo punto di vista, non è qualcosa di estrinseco, di aggiunto perché bello o divertente, ma un elemento rituale necessario affinché un rito venga posto nella sua pienezza, e comunque intrinseco all’azione che si sta compiendo, perché sia vissuta e partecipata con frutto.

Clicca qui per leggere l’intero discorso.

Io sono la porta

io sono la porta

Qualche tempo fa avevo segnalato la composizione del M° Di Lenola, il quale aveva musicato l’antifona Io sono la porta, per l’apertura della Porta Santa. Una sua registrazione è ora ascoltabile su Youtube seguendo questo link.

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