Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

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In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

Sarah e la riforma della riforma

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Riporto la notizia, anche se non strettamente riferita ai nostri temi. Tuttavia, vi è già così tanta confusione in ambito liturgico, e conseguentemente in quello musicale-celebrativo, che se il card. Sarah non ci mettesse del suo, ci farebbe un gran favore.

Da Radiovaticana.va

E’ opportuna una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal card. Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il card. Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa.

Perciò è bene ricordare che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”).

Per parte sua il Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu Proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”.

Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del card. Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci.

Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino.

L’antefatto. Da Vatican Insider:

Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino: «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile». Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito.

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma».

Cosa cantiamo oggi a messa?

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Condivido un articolo per certi versi polemico, ma che segnala aspetti importanti per il canto liturgico. Ad integrazione di quanto sarà affermato qui di seguito, riporto ciò che il Messale Romano, significativamente afferma circa il canto d’ingresso, ma che è applicabile anche per il canto alla presentazione dei doni e alla Comunione: “Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale” (OGMR 48). Anticipando un’espressione dell’articolo qui sotto, i testi del Graduale non possono essere sostituiti “a piacere”, certamente, ma a determinate condizioni sì: è possibile utilizzare un altro testo anziché l’antifona ivi contenuta, che comunque dovrebbe rimanere un punto di riferimento indiscusso per la scelta dei canti più pertinenti e per le nuove composizioni. In ogni caso, colpisce che nel suo complesso questa indicazione venga completamente ignorata e disattesa, quasi che il Messale non fosse roba nostra, con la complicità difficilmente giustificabile di preti e vescovi.

Fonte: www.cantualeantonianum.com

La domanda che si pongono ogni domenica i cori parrocchiali, qualche minuto prima della messa, è proprio questa: “cosa cantiamo oggi”. Sfogliano il libretto dei canti e buttano giù la lista dal solito repertorio che va bene dal Battesimo del Signore a Cristo Re. Molti ancora sono -ahimè – irretiti dalla falsa idea che il modo di cantare oggi nelle nostre messe sia quello promosso dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica. NIENTE DI PIU’ FALSO e addirittura facilmente provabile. Per chi legge l’inglese c’è un bell’articolo qui. Altrimenti ve ne faccio una breve sintesi.
Per molti potrebbe essere una sorpresa sapere che ogni messa ha i suoi canti propri, i cui testi non sono cambiabili a piacere, mentre la musica può essere composta in modi differenti sempre rispettando però il testo proprio dei canti del giorno. La Sacrosanctum Concilium, in un numerello di quelli che nessuno legge, il 117, scrive così: “Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.”
E al numero 121, parlando dei musicisti compositori si dice: “Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.”
Per quanto riguarda il primo punto si fece un grande sforzo che produsse la revisione per la nuova messa del Graduale Romanum (1974), cioè il libro di canti gregoriani dell’ordinario della messa (kyrie, gloria…) e del proprio di ogni celebrazione eucaristica (i testi del graduale sono i testi propri della liturgia romana dei canti d’introito, di offertorio e di comunione). In più, per le comunità parrocchiali meno provviste in fatto di coro o esperienza canora, venne prodotto lo splendido Graduale simplex (I ed. 1967; II ed. 1975), che come dice il titolo è un libro di canti semplici per la messa (appropriati, più che strettamente propri).
Abbiamo così ben due serie di testi approvati, con relativa musica gregoriana. Ora non si capisce perchè tutti i libri liturgici del Concilio siano stati adattati nelle lingue vernacole e questi due importantissimi libri, che contengono testi che non si dovrebbero mutare a piacimento (SC 22,3), sono rimasti patrimonio degli esperti e dei circoli di liturgisti (il grassetto è mio, ndr).
Non è questione di gregoriano o meno, ma il fatto che le antifone e i salmi che le accompagnano per ogni messa non è intenzione del Concilio vengano dati in balia dei ragazzi del coro parrocchiale. Come invece è avvenuto per quarant’anni, con grave diseducazione al canto vero della liturgia romana e in barba alla volontà del Concilio. Infatti, la vera tradizione liturgica romana antica, prevedeva per la messa solo il canto di antifone e salmi, il tutto preso per il 90% dalla sacra Scrittura, non dalla mente fervida di poeti improvvisati. La musica invece poteva variare da luogo a luogo e di tempo in tempo, per adattarsi alle esigenze, tenendo presente però della preminenza e della guida della melodia gregoriana.
La costituzione apostolica di Paolo VI con cui promulga il Messale Romano rinnovato dice in proposito chiaramente: “Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato. … sono state adattate le Antifone d’ingresso e di Comunione per le Messe lette. “. Quelle infatti che troviamo scritte nei messali sotto il titolo di antifone di Ingresso e di comunione sono le antifone eventualmente da LEGGERE nelle messe in cui il proprio non dovesse essere cantato. Per questo motivo il messale non riporta l’antifona di offertorio, perché nelle messe lette non si prevede mai che essa venga letta: c’è solo se viene cantata, e infatti nei graduali ecco che puntualmente compare.
Se poi entriamo nel merito, potete rendervi conto di quanto sia mutilata la liturgia e la comprensione delle singole feste da quando esse hanno perso i canti propri che le hanno accompagnate e sostenute, come colonna sonora e testuale, per centinaia e centinaia di anni.
Riflettiamo e procuriamoci, almeno per conoscenza, i libri liturgici che ancora mancano in sacrestia, cioè i graduali.

Cantare le parti più importanti /3

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Nei precedenti articoli ho scritto di come l’Ordinamento Generale del Messale Romano identifichi, tra le parti più importanti da destinare al canto, quelle che «devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40). Tuttavia, queste parti da cantare sono pressoché sempre destinate ad un “dire” scontato e spesso annoiato, a causa dell’ignoranza delle ragioni più profonde del canto liturgico.

Sollecitati dall’OGMR dobbiamo rispondere alla domanda: perché le parti cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea, e quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo, sono tra le più importanti da destinare al canto?

Dimensione comunitaria della liturgia
In primo luogo diciamo che proprio queste parti, qualora vengano cantate, contribuiscono fortemente ad esprimere la natura comunitaria della liturgia. In Sacrosanctum Concilium (26) leggiamo: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano». Le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, ma affinché ciò non rimanga solo un’affermazione di principio, questa dimensione ecclesiale del culto esige la partecipazione attiva dei fedeli tutti: i dialoghi, i saluti e le acclamazioni presenti nella celebrazione in numero assai significativo (secondo i casi la messa ne può comprendere anche 20 o 30) quando realizzati in canto, esprimono un coinvolgimento assolutamente maggiore del credente radunato in assemblea, e proprio per questo «favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo» (OGMR 34). Allo stesso modo, l’unità dell’assemblea è realizzata dal canto simultaneo del sacerdote e del popolo.

Dimensione partecipativa e ministeriale della liturgia
Un atto di comunicazione-partecipazione sta all’origine del popolo cristiano: quello compiuto da Dio in Cristo a favore dell’umanità. La Chiesa è risposta a questo dono di amore sempre attuale, sempre presente. La partecipazione attiva dei fedeli, è risposta all’iniziativa di Dio in questa logica di relazione, ed è favorita ed espressa soprattutto da quelle parti dialogate, che solo se cantate ottengono il giusto rilievo, in modo tale da «ravvivare l’azione di tutta la comunità» (OGMR 35).
L’atto con cui Dio rende partecipi gli uomini della propria vita è motivato non da un suo bisogno ma dalla necessità degli uomini: in tal modo Dio compie un servizio, un “ministero”. Il ministero liturgico, pertanto, non è anzitutto un “qualcosa da fare”, ma una traccia del mistero, della comunicazione di Dio. E’ un “essere di fronte a qualcuno”. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Presupposto del ministero è la differenza tra coloro che si trovano di fronte: di qui la diversità dei ministeri. Le «parti più importanti da destinare al canto» (OGMR 40) mettono in luce, più che ogni altra parte, la ricchezza e le diversità dei ministeri.

Dimensione intersoggettiva della liturgia
La celebrazione liturgica contiene un misterioso e continuo dialogo fra Dio e il suo popolo: mediante la sua Parola, il Signore si rivela alla sua Chiesa e la rende partecipe del mistero di salvezza, e mediante i suoi canti la Chiesa confessa la propria fede al suo Signore. Quest’azione, come già detto, è comunitaria e ministeriale. Un atto di tutta la comunità che si realizza mediante diversi ministeri: il vescovo, il sacerdote e il diacono; il lettore e il salmista; i solisti e il coro. Il mistero della comunicazione fra Dio e il suo popolo è ben significato, nel canto liturgico, dalle continue chiamate e risposte. Il canto della Chiesa è come la risposta alla sua convocazione: il canto della Chiesa è innanzitutto canto di risposta.

Per concludere: “Dominus vobiscum”
Ogni parte o momento importante della messa: inizio, vangelo, preghiera eucaristica, comunione, congedo, si aprono con un dialogo tra il ministro e l’assemblea.
«Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito» è un dialogo che risale alle origini del culto cristiano. In ebraico come in latino, la formula non comporta il verbo: il tempo resta “aperto”. Siccome la traduzione in italiano necessitava di un verbo, con l’ottativo “sia” si è cercato di rendere questa apertura: «Il Signore è/sia/sarà con voi».
«Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (OGMR 50). Dunque, una verità troppo importante perché sia lasciata ad un “dire” senza rilievo: occorre una parola cantata per far emergere questo mistero.
Le parole «E con il tuo spirito» sono riprese da San Paolo (1Cor 2,10) e non significano un banale “e con te”, ma che il ministro ha ricevuto, riceve e riceverà dal Signore il dono dello Spirito per la sua funzione.
Il dialogo più sviluppato e più importante della messa si trova all’inizio della preghiera eucaristica. Eccezionalmente, il dialogo si sviluppa come se, per elevare molto in alto la preghiera comune, colui che presiede avesse bisogno di più slancio. La melodia procede come tre colpi d’ala, che l’assemblea ratifica: «E’ cosa buona e giusta». Che il presidente riprende, continuando la lode: «E’ veramente cosa buona e giusta».
Il Messale propone due melodie: la prima è di nuova composizione, la seconda si rifà a melodie gregoriane.

Cantare le parti più importanti /2

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Nel precedente articolo ho scritto a proposito delle parti più importanti da destinare al canto in una celebrazione eucaristica. Il Messale descrive gesti da compiere in canto laddove una prassi più che mai diffusa si limita al “dire”. Confesso di non aver mai cantato quelle parti, spettanti al sacerdote che presiede, finora. In seminario non mi è stato insegnato, figuriamoci; non ho mai visto farlo e in quindici anni nessuno mi ha mai incoraggiato a cantarle; non conosco sacerdoti che lo facciano. Prima di scrivere questo post, ho voluto fare un veloce sondaggio utilizzando Facebook, ponendo il quesito in due gruppi che raccolgono membri (più di 2.000) interessati al canto e alla musica liturgica. Ho ottenuto quasi 160 risposte che appaiono nell’immagine qui sopra. Sinceramente non so se e quanto tale sondaggio possa essere significativo. Tuttavia emerge il fatto che quanto avviene in Asti e dintorni, è un po’ mal comune (ma senza gaudio; anzi). Salvo pochissime isole felici presenti qui e la in Italia, le parti che dovrebbero essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo (cfr. OGMR 40) sono pressoché sempre consegnate ad un “dire” che, ne abbiamo l’esperienza, è quanto mai sbiadito e  spesso sopraffatto dall’abitudine annoiata.

Sembra che si salvi il canto della Dossologia che conclude la preghiera eucaristica e del Padre nostro. Ma il risultato non cambia e si può osservare un vero e proprio capovolgimento di precedenze: le parti che il Messale indica come le più importanti, da cantare praticamente sempre, nella prassi lo sono solo ogni tanto, in certe occasioni straordinarie. In via ordinaria invece, largo ai canti da inserire nei soliti momenti (inizio, offertorio, comunione, finale). E torniamo alla conclusione: si ignorano le ragioni profonde del canto liturgico. Formazione, formazione, formazione…

Rimane ancora da indagare perché siano più “importanti” le parti che devono essere cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea e dal sacerdote insieme al popolo.

Continua

Cantare le parti più importanti

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Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR 40).

L’affermazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano ci porta subito ad un paio di domande: tra le parti da destinare al canto, quali sono quelle di maggior importanza? E perché lo sono?

Ricercare le risposte adatte significa andare alle ragioni più autentiche del canto liturgico. La prima domanda trova una risposta implicita nell’affermazione stessa di OGMR: tra le parti più importanti, vi sono soprattutto quelle spettanti ai ministri con la risposta dell’assemblea, o quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo. Elencando le parti che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, troviamo:

– i Saluti (Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito);
– le Orazioni (Colletta; Sulle offerte; Dopo la Comunione);
– dopo la I e II lettura (Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio). Il Messale indica solo la melodia per l’acclamazione finale;
– per il Vangelo (Dal Vangelo secondo… Gloria a te, o Signore). Preceduto dal saluto;
– dopo il Vangelo (Parola del Signore. Lode a te, o Cristo);
– il dialogo al Prefazio (e il Prefazio stesso, che è un tutt’uno con il dialogo che lo precede);
– l’acclamazione (Mistero della fede. Annunciamo…);
– la dossologia (Per Cristo… Amen.);
– benedizione.

Le parti nelle quali viene indicato che il popolo canti insieme al sacerdote, sono:

– l’Alleluia o, in Quaresima, altro canto (ma non il versetto);
– la professione di fede (il canto del Credo è un’opzione possibile, alternativa alla recita);
– il Santo;
– il Padre nostro

Dunque, una grande e variegata ricchezza di gesti liturgici da compiere in forma sonora che, ne sono certo, avrà sorpreso il lettore, il quale non avrà mancato di confrontare la multiforme proposta canora del Messale, con la prassi celebrativa conosciuta nel proprio ambiente. Una generalizzata mancanza di formazione liturgica ha portato a ignorare le ragioni più profonde del canto liturgico: esso è vissuto come ornamento, abbellimento e come occasione per una mal intesa “animazione” della Messa. Una sterminata e spesso scadente produzione di canti per l’ingresso, la presentazione dei doni, la comunione, la “fine” (sic), è nel contempo effetto e causa di questo disorientamento.

Continua

La posizione del coro

posizione

A volte mi capita di dover argomentare circa la più opportuna collocazione del coro nel contesto di una celebrazione liturgica. Se le chiese di nuova progettazione talvolta non prevedono per il coro uno spazio apposito, consono e acusticamente adatto, figuriamoci quelle più antiche, pensate e costruite per una prassi liturgica ben diversa da quella voluta del Concilio Vaticano II. Di tanto in tanto, quindi, ritornato certe constatazioni e proposte: “Nella navata non ci sentono, andiamo sulla tribuna dell’organo!”. Oppure: “In coro l’acustica è migliore!” (riferendosi alla struttura lignea posta solitamente dietro l’altare tridentino). Un giorno, recandomi in una parrocchia per preparare una liturgia diocesana, quando chiesi dove fosse il posto previsto per il coro, mi sentii rispondere con sarcasmo (e altrettanta ignoranza): “Ma in coro!”.
Circa l’origine del coro  come spazio architettonico, lascio ad altri approfondimenti; tuttavia, si tenga presente che esso venne sempre ritenuto, in teoria, come spazio destinato al canto ed alla preghiera di preti e monaci: in pratica, vi hanno avuto accesso anche altri uomini e bambini (maschi!, notare) per il fatto che tale servizio veniva considerato come “delegato”, cioè una sorta di “surrogato liturgico” del ministero del clero, che evidentemente non poteva essere presente in modo sufficiente dovunque. Di conseguenza, un coro eventualmente composto da uomini e donne (che venne ufficialmente contemplato solo nel 1958 con la Instructio voluta da Pio XII) doveva essere tassativamente collocato fuori dal presbiterio.
Le cose stanno diversamente per quello che riguarda la tribuna dell’organo, perché, oltre che a trovarvi posto la sua consolle, è sempre stata adibita per il coro e/o l’orchestra.
Tuttavia, se uno spazio possa essere considerato consono oppure no alla collocazione del coro, non dipende dal fatto che sia stato storicamente già utilizzato o meno in tal senso, da argomentazioni di acustica, di comodità o altro. L’unico tema con il quale bisogna davvero confrontarsi è dato dalla questione: posizionare il coro in questo o in quel luogo è rispondente alla natura della liturgia, e nello specifico, alla sua dimensione comunitaria? E quindi: è coerente con la sua identità e i suoi compiti?
Quello della natura della liturgia è un tema emerso in modo forte nel Concilio Vaticano II e, la Costituzione Sacrosanctum Concilium vi ha dedicato paragrafi densissimi, impossibili da riassumere in poche righe. Circa la dimensione comunitaria si dice: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa… Riguardano l’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo” (SC 26). Anche se ciascuno può essere coinvolto diversamente a seconda del proprio stato di vita, dei compiti o dei ministeri, l’azione liturgica a cui prende parte manifesta l’intera chiesa: da qui scaturisce la necessità della partecipazione attiva dell’assemblea celebrante, che esclude protagonismi, spettatori, ma anche partecipazioni solo interiori e private. Questa partecipazione attiva al Mistero celebrato si realizza per tutti in forza del proprio Battesimo e anche mediante i diversi ministeri. A questo proposito l’Ordinamento Generale del Messale Romano annota: “Il popolo di Dio, che si raduna per la Messa, ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (…). Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita (…). I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro partecipazione attiva” (OGMR 294).
Anche i vescovi piemontesi, in una nota del 2011, scrivono: “Poiché il coro fa parte dell’assemblea, è evidente che anche la sua collocazione all’interno della chiesa deve corrispondere a questo principio (…). Riteniamo opportuno raccomandare che la posizione del coro faccia quasi da cerniera tra i posti dei fedeli e il presbiterio, in quanto il coro fa parte dell’assemblea dei fedeli, pur svolgendo un suo particolare ufficio”. Questa indicazione segue molto da vicino quella contenuta in OGMR 312, ed introduce al tema dei compiti del coro, dei quali mi occuperò in un altro articolo.

Il Prefazio

di Antonio Parisi.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 79a così scrive: «Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono distinguere come segue: a) L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera di salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo».

Perché “cantarlo”?

Almeno durante le domeniche, le feste e le solennità, si dovrebbe sempre cantare il prefazio, per due motivi, l’uno di carattere musicale-estetico e l’altro di carattere pratico. Il canto del prefazio avviene con una tecnica particolare chiamata cantillazione, consiste nel recitare cantando su alcune note (corda di recita) il testo poetico del prefazio. Nella cantillazione viene data importanza al testo sacro o liturgico, viene prima la parola e poi la “musica”; rappresenta un modo rituale di valorizzare il testo. In pratica tra i due modelli espressivi che noi conosciamo, cioè il parlato e il cantato, la cantillazione (o anche recitativo) sta a metà strada. Tale recitar cantando solennizza la celebrazione, eleva il testo su un piano espressivo più intenso e profondo, riscatta il semplice parlato dando rispetto e onore alla parola. Avviene anche in altre religioni: per esempio il Corano viene sempre cantillato su moduli liberi, appunto per il rispetto che si deve alla parola sacra. L’altro motivo è di carattere pratico: per facilitare il canto del Santo è bene che il sacerdote canti il prefazio, con l’attenzione che la conclusione del prefazio dovrà legarsi totalmente al Santo, avendo l’accortezza di non farlo precedere da una introduzione strumentale troppo lunga, perché verrebbe a mancare il senso di continuità logica e musicale con lo stesso prefazio. Se il prefazio è declamato, allora è bene almeno intonare l’ultima parte di esso in modo da permettere l’attacco facilitato del canto del Santo (tale modo di procedere era chiamato escatocollo, cioè una formula che metteva insieme parlato e recitativo finale; un espediente per permettere, anche ai celebranti più restii, di cantare almeno l’indispensabile richiesto dal rito).

Il pensiero di un grande liturgista

Afferma molto bene J. Gelineau, grande liturgista scomparso l’8 settembre 2008 a 87 anni, che la cantillazione, i dialoghi, le risposte, le litanie, all’interno della celebrazione, rappresentano la spina dorsale del rito; è il primo e principale apporto che la musica deve dare alla verità del rito, sia per rendere il rito partecipato e sia per solennizzare la celebrazione. Una celebrazione solenne non si ha cantando una Messa di Mozart o di Perosi, ma attuando il rito in maniera vera e partecipata. Ribadisco ancora una volta che la chiesa non è una sala da concerto, che compito della celebrazione non è l’ascolto di musiche di autori famosi, che la liturgia non è un’accademia musicale, ma durante la celebrazione accade un evento, un incontro con una Presenza. Tale incontro avviene utilizzando mezzi espressivi e artistici propri dell’assemblea liturgica, naturalmente con la preoccupazione di elevare sempre più il livello, il gusto, la qualità di tali mezzi.

Istruzioni tecniche

Penso sia opportuno dare delle indicazioni tecniche per il “canto” del prefazio, che possono valere sia per l’esempio qui riprodotto e sia per tutti gli altri prefazi presenti nel messale romano. Ho scritto per esteso il prefazio di Natale, appunto perché tale intervento cantato è richiesto dalla solennità che si vive in quel giorno; sarebbe veramente deludente una recitazione sciatta e prosaica di un intervento che richiede liricità e intensità espressiva. Il prefazio è diviso in tre moduli: A – B – A; la prima e l’ultima sezione (A) sono uguali, invece la sezione intermedia (B) è musicalmente diversa. Inoltre il testo del modulo B cambia a seconda dei prefazi, invece i due moduli A hanno un testo sempre uguale in tutti i prefazi, eccettuata qualche breve differenza.

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L’esempio che riproduco ha la tonalità di mi bemolle maggiore, invece sul messale si trova la tonalità di fa maggiore; ho ritenuto opportuno abbassare di un tono la musica in modo da permettere a tutti i sacerdoti una cantillazione comoda e funzionale, anche per chi dice di «non saper cantare»; altro tema questo che affronterò prossimamente. L’attacco è su una corda di recita di sol, graficamente si presenta come una nota bianca e sotto di essa viene scritto il testo; il testo è diviso in quattro versi liberi, ogni verso ha una cadenza intermedia (indicata con note nere senza gambo) e l’ultimo verso, il quarto, ha una cadenza finale. Sul messale la cadenza intermedia è indicata con un asterisco (*), invece la cadenza finale ha due asterischi (**). La parte centrale (B) ha un modulo musicale diverso, di tre versi, anch’essi indicati con i vari asterischi. Per una buona cantillazione si richiede una buona recitazione e pronuncia del testo, un respiro alle virgole e ai punto e virgola, invece dopo il punto una pausa comoda. Naturalmente sarebbe un controsenso cantare il prefazio e non cantare il dialogo iniziale; dialogo iniziale che è sempre uguale, perciò imparato una volta si ripete sempre identico. Un’ultima osservazione: il prefazio va cantillato a voce scoperta, senza accompagnamento strumentale dell’organo; però uno strumento può sostenere la voce, specialmente di qualche sacerdote che si sente poco sicuro e con poca esperienza musicale. Per chi avesse a portata di mano una arpista, cosa quasi impossibile, io ritengo che tale strumento potrebbe accompagnare meglio dell’organo la voce del celebrante.

Per concludere

Ho pubblicato con anticipo (novembre) questo sussidio, in modo che gli animatori si premurino di insegnare, con delle prove, ai propri sacerdoti tale intervento cantato. Concludo ricordando un episodio che riguarda monsignor Mariano Magrassi, quando era arcivescovo di Bari: più di una volta mi chiamava in episcopio prima di una celebrazione importante e ripeteva con me le parti cantate sue proprie. Anche per l’attuale arcivescovo ho scritto per intero il prefazio del Giovedì santo per la messa della benedizione degli olii, in modo che lo possa cantare senza alcuna difficoltà.

(tratto da Vita pastorale)

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