Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Papa Francesco: no alla mediocrità, sì alla formazione musicale

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Il discorso di Papa Francesco ai partecipanti al Convegno Internazionale sulla Musica Sacra (4 marzo 2017).

Mezzo secolo dopo l’Istruzione Musicam Sacram, il convegno ha voluto approfondire, in un’ottica interdisciplinare ed ecumenica, il rapporto attuale tra la musica sacra e la cultura contemporanea, tra il repertorio musicale adottato e usato dalla comunità cristiana e le tendenze musicali prevalenti. Di grande rilievo è stata anche la riflessione sulla formazione estetica e musicale sia del clero e dei religiosi sia dei laici impegnati nella vita pastorale, e più direttamente nelle scholae cantorum.
Il primo documento emanato dal Concilio Vaticano II fu proprio la Costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium. I Padri Conciliari ben avvertivano la difficoltà dei fedeli nel partecipare a una liturgia di cui non comprendevano più pienamente il linguaggio, le parole e i segni. Per concretizzare le linee fondamentali tracciate dalla Costituzione, furono emanate delle Istruzioni, tra cui, appunto, quella sulla musica sacra. Da allora, pur non essendo stati prodotti nuovi documenti del Magistero sull’argomento, vi sono stati diversi e significativi interventi pontifici che hanno orientato la riflessione e l’impegno pastorale.
È tuttora di grande attualità la premessa della menzionata Istruzione: «L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma, infatti, la celebrazione acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste» (n. 5).
Più volte il Documento, seguendo le indicazioni conciliari, evidenzia l’importanza della partecipazione di tutta l’assemblea dei fedeli, definita «attiva, consapevole, piena», e sottolinea anche molto chiaramente che la «vera solennità di un’azione liturgica non dipende tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione» (n. 11). Si tratta, perciò, innanzitutto, di partecipare intensamente al Mistero di Dio, alla “teofania” che si compie in ogni celebrazione eucaristica, in cui il Signore si fa presente in mezzo al suo popolo, chiamato a partecipare realmente alla salvezza attuata da Cristo morto e risorto. La partecipazione attiva e consapevole consiste, dunque, nel saper entrare profondamente in tale mistero, nel saperlo contemplare, adorare e accogliere, nel percepirne il senso, grazie in particolare al religioso silenzio e alla «musicalità del linguaggio con cui il Signore ci parla» (Omelia a S. Marta, 12 dicembre 2013). È in questa prospettiva che si muove la riflessione sul rinnovamento della musica sacra e sul suo prezioso apporto.
Al riguardo, emerge una duplice missione che la Chiesa è chiamata a perseguire, specialmente attraverso quanti a vario titolo operano in questo settore. Si tratta, per un verso, di salvaguardare e valorizzare il ricco e multiforme patrimonio ereditato dal passato, utilizzandolo con equilibrio nel presente ed evitando il rischio di una visione nostalgica o “archeologica”. D’altra parte, è necessario fare in modo che la musica sacra e il canto liturgico siano pienamente “inculturati” nei linguaggi artistici e musicali dell’attualità; sappiano, cioè, incarnare e tradurre la Parola di Dio in canti, suoni, armonie che facciano vibrare il cuore dei nostri contemporanei, creando anche un opportuno clima emotivo, che disponga alla fede e susciti l’accoglienza e la piena partecipazione al mistero che si celebra. Certamente l’incontro con la modernità e l’introduzione delle lingue parlate nella Liturgia ha sollecitato tanti problemi: di linguaggi, di forme e di generi musicali. Talvolta è prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche. Per questo i vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori, direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia, possono dare un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico. Per favorire questo percorso, occorre promuovere un’adeguata formazione musicale, anche in quanti si preparano a diventare sacerdoti, nel dialogo con le correnti musicali del nostro tempo, con le istanze delle diverse aree culturali, e in atteggiamento ecumenico.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora per il vostro impegno nell’ambito della musica sacra. Vi accompagni la Vergine Maria, che nel Magnificat ha cantato la santità misericordiosa di Dio. Vi incoraggio a non perdere di vista questo importante obiettivo: aiutare l’assemblea liturgica e il popolo di Dio a percepire e partecipare, con tutti i sensi, fisici e spirituali, al mistero di Dio. La musica sacra e il canto liturgico hanno il compito di donarci il senso della gloria di Dio, della sua bellezza, della sua santità che ci avvolge come una “nube luminosa”.

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Un canto anche per il diacono, il lettore e il salmista? Sì, ma…

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Continuiamo la nostra lettura di Musicam Sacram (=MS). Viene detto qualcosa a proposito del canto di questi ministri? Poche cose, diciamo subito, anche perché ai tempi di MS la riforma dei ministeri doveva ancora venire, con la conseguenza di una situazione che si presentava fluttuante.

MS non accenna al ministero del diacono. Brevemente, si può dire che al canto liturgico del diacono è applicabile quello che appartiene al canto del ministro che presiede, al netto di ciò che fa riferimento alla presidenza di una celebrazione eucaristica. Più nello specifico, il canto del diacono si attua per svolgere tre funzioni. Innanzitutto per invitare ed esortare i fedeli a prestare attenzione, ad assumere determinati atteggiamenti o compiere alcuni gesti. In secondo luogo per guidare la preghiera dei fedeli, sostenendo una parte da solista nel canto delle intenzioni, alle quali tutti risponderanno con una supplica. A lui infine, spetta di proclamare il brano evangelico: per ciò che concerne il suo canto, vale quanto verrà detto qui di seguito a proposito delle altre letture.

Del ministero dei lettori, MS ne parla solamente due volte: nell’elenco dato al paragrafo 13 per affermarne la particolare importanza, e in MS 26 affinché «proferiscano le parti loro assegnate in modo ben intelligibile». I termini di “lettore” o “lettura” non devono trarre in inganno: leggere nella liturgia, non è una qualunque pronuncia di un testo, ma una proclamazione pubblica della Sacra Scrittura che nella tradizione cristiana come in quella ebraica viene di regola cantillata. Insegna il Gelineau: «La cantillazione si presenta come un recitativo ritmico-melodico che si avvale di formule semplici e stereotipe adatte alle intonazioni, agli accenti importanti e soprattutto alla interpunzione e alle cadenze delle frasi». Come il ministro che presiede e il diacono, neppure il lettore è un virtuoso del canto. Egli trasmette un testo sacro a cui si sforza, con la musica, di conferire tutta la sua potenza misteriosa. Siccome la Sacra Scrittura non è il “suo” canto, la liturgia gli impone formule di cantillazione sobrie e tradizionali. Tuttavia, non sono poche le perplessità in merito al canto delle letture bibliche, spesso sconsigliato con motivazioni anche superficiali. Bisogna dire, tuttavia, che nel corpus delle nuove melodie del 1983 (poste in appendice al Messale) non esiste alcun schema melodico per le letture – che invece esiste per il Vangelo – se non l’intonazione per terminare acclamando. Si vuole forse escludere definitivamente la cantillazione? Si diffida della possibilità di un annuncio cantato, che apparirebbe troppo sacrale? Oppure si dubita (realisticamente) della capacità esecutiva, essendo invalsa l’abitudine di scegliere all’ultimo momento delle persone per le letture? Anche se si è imposto l’uso di non cantare le letture, resta il fatto che questa scelta non è certamente apportatrice di una prassi idilliaca. La questione rimane pertanto aperta.

MS non fa parola neppure per il canto del salmista, ma al paragrafo 16 inserisce «le antifone, i salmi, i versetti intercalari o ritornelli» tra le parti che prima di tutte manifestano la partecipazione attiva di tutto il popolo. Nella celebrazione eucaristica il salmo responsoriale viene demandato ad una figura particolare. Una maggior consapevolezza biblica ha aiutato a distinguerlo dalle altre letture, ma ancora troppo spesso a questo canto viene fatta mancare la melodia, magari anche al ritornello.

Allego nuovamente la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

Ma i preti cantano? Il canto del ministro che presiede

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Espressioni come presiedere la celebrazione, presbitero che presiede o altre similari, sono piuttosto recenti. In Musicam Sacram (=MS) la riscontriamo una sola volta al n. 14, ed è già rilevante: «Il sacerdote presiede la santa assemblea in persona di Cristo». In merito al canto, gli interventi del ministro che presiede riguardano: prima della celebrazione, una certa qual “regia” musicale concorrendo alla scelta delle parti cantate (cfr. MS 15); durante la celebrazione, il canto in dialogo con i fedeli e la partecipazione al canto dell’assemblea (cfr. MS 7, 16, 26).

L’atto di presiedere una celebrazione inizia prima di essa e colui che la presiede ne è il primo responsabile poiché deve guidare la preghiera di tutta l’assemblea, in tutte le sue espressioni. Per questo è suo compito preparare ogni azione liturgica non da solo, ma dialogando con «tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto» (MS 5), in questo caso con l’animatore del canto, il direttore del coro, l’organista, e gli altri ministri: chi presiede è chiamato a coordinare gli elementi (parole, gesti, canti…), e stimolare gli interventi dei fedeli e dei ministri. MS prevede, infatti, una serie di possibilità, dei gradi di partecipazione che dovrebbero essere di volta in volta vagliati per non cadere nel consunto programma canoro “inizio-offertorio-comunione-fine” con l’aggiunta “alleluia-santo”. La varietà delle modalità celebrative alle quali ci si riferisce (cfr. MS 7, 10, 16, 28) deve senza dubbio essere conosciuta e desiderata in primo luogo dal celebrante che presiede.

Durante la celebrazione, la natura gerarchica della Chiesa, rettamente intesa, sarà manifestata dal canto proprio di ciascun ministro, compreso quello del ministro ordinato che presiede. Il suo compito ministeriale richiamerà quel ministero già svolto dal Cristo in favore del suo popolo, quando pregherà a nome di tutta l’assemblea sollecitando la sua risposta: Amen! Purtroppo il canto dell’eucologia viene largamente considerato come un artificio, in primis dal clero. Ma viste le problematiche delle nostre assemblee, invece, ai pastori potrebbe quantomeno venire il dubbio che proprio questa possibilità musicale possa divenire utile per sottrarre i testi liturgici alla banalità di una lettura sciatta e incolore, all’ovvietà stereotipata delle formule e delle risposte ripetitive. L’alto compito di queste preghiere dialogate è quello di “annodare” l’assemblea celebrante. Non si tratta, pertanto, di briciole da lasciar cadere o di riti da osservare in maniera formalistica: il ministro ordinato che presiede l’assemblea dialoga con Dio e dialoga con i fedeli. L’equilibrio sincero, vero e umile del canto presidenziale viene garantito anche dalla musica che porta la sua preghiera, poiché se il canto assembleare può certamente far uso della poesia e del fascino dei ritmi, che il canto del coro arricchirà con il suo apporto, il canto del ministro che presiede si serve di una linea melodica sobria. Egli non è un virtuoso. Poche note, poche formule melodiche bastano alla sua preghiera o al suo rendimento di grazie.

Per i presbiteri che volessero scommettere sull’efficacia pastorale del loro canto liturgico, allego la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

Il canto dei fedeli: tra il tutto e il niente, una partecipazione “per gradi”?

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Continuiamo il nostro approfondimento dell’Istruzione Musicam sacram (= MS). Al netto dei suoi problemi, il documento riesce ad  individuare ogni via possibile per promuovere la partecipazione attiva dei fedeli mediante il canto e ciò traspare in primis laddove si afferma che «nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la Schola cantorum che per i fedeli», bisogna «tenere conto delle possibilità di coloro che devono cantare» (MS 9).

Per favorire il canto dei fedeli, in quattro diversi paragrafi MS chiede di valutare l’opportunità di una partecipazione “per gradi”: questo dettato costituisce una degli apporti più significativi di MS. Vi sono infatti «diversi gradi» tra la celebrazione «nella quale tutto ciò che richiede il canto viene di fatto cantato, e la forma più semplice» (MS 7); pertanto conviene variare i gradi di partecipazione «secondo la solennità dei giorni e delle assemblee» (MS 10); infine, per ragione di ordine pastorale, «vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione» (MS 28), scostandosi non poco dalla rigida distinzione di Messa solenne, cantata, letta (pur non abolendola). L’indicazione di principio su ciò che va anzitutto cantato, viene data da MS laddove si chiede di cominciare da quelle parti «che per loro natura sono di maggiore importanza» (MS 7), cioè quelle dove si manifesta maggiormente la natura comunitaria della liturgia: le risposte cantate dal popolo al canto dei ministri, e il canto di questi insieme ai fedeli. Lo stesso sarà affermato più avanti: «Comprenda prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e alle preghiere litaniche; inoltre le antifone e i salmi, i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i cantici» (MS 16). Per condurre «i fedeli alla partecipazione piena al canto» MS 28 si mantiene coerente al principio dato. Pertanto, tra ciò che viene indicato come il primo grado di partecipazione al canto della Messa – oltre alle parti spettanti a chi presiede – vengono appunto inseriti i dialoghi (al saluto iniziale, al prefazio, al Pax Domini e al congedo), e ciò che i fedeli devono convenientemente cantare insieme ai ministri e la Schola: il Sanctus, l’Amen al termine della dossologia della preghiera eucaristica, e il Pater noster con l’embolismo. Il secondo grado comprende la restante parte dell’Ordinario: in prima battuta Kyrie, Gloria, Agnus Dei, poi il Credo e, volendo, la preghiera dei fedeli. Il terzo grado comprende il canto del Proprio e le letture della Sacra Scrittura.

C’è da osservare che, mentre MS 32-33 in vario modo sollecita la partecipazione di tutta l’assemblea ai canti del Proprio, magari «con ritornelli facili» oppure sostituendo «con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale», uso a quel tempo già in vigore con indulto in varie parti (e a questa possibilità si rifaranno ben presto le Conferenze episcopali), non così avviene per i canti che costituiscono l’Ordinario. Ad essi si riferisce MS 34: «Se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla Schola nel modo tradizionale, cioè “a cappella” o con accompagnamento». Ci troviamo di fronte ad una formulazione di compromesso. Infatti sono in principal modo le “Messe” polifoniche, composte dal rinascimento fin alla prima metà del ‘900, a costituire quel «patrimonio della musica sacra» che si deve conservare, e che soltanto una Schola altamente preparata le può eseguire. Il minimo che si poteva fare in sede di redazione di MS, per non uscire dai principi posti da Sacrosanctum Concilium, era la collocazione dell’inciso: «Purché il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto» (MS 34).

Perché l’azione liturgica è “più nobile” se celebrata in canto? Risponde MS

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Chiedendo un’attenzione privilegiata al canto dell’assemblea liturgica – canto di popolo e ministri -, Musicam Sacram (= MS) sottolinea l’importanza dei diversi interventi canori: «l’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo» (MS 5). Rimarchiamo la menzione della partecipazione dei fedeli, la più trascurata nell’arco storico del secondo millennio cristiano; ma dobbiamo dedicare attenzione all’affermazione secondo cui la «forma più nobile» è data dal canto assembleare, qui messo in luce nella sua articolazione ministri-popolo (vedi), e non nel canto solo di qualcuno, solo del coro o solo dei fedeli. Sempre in MS 5, troviamo esplicitate, in una sorta di elenco, le ragioni per le quali la celebrazione è resa «più nobile» quando è in canto da cui possiamo anche comprendere in che cosa consista questa maggiore nobiltà. Riporto il testo di MS con un breve commento:

  • «La preghiera acquista un’espressione più gioiosa»; la preghiera liturgica diventa più saporosa e intensa. Il canto esprime molto di più che le semplici parole, ed è indubbio che il canto sia un gesto impegnativo e per questo più coinvolgente.
  • «Il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente»; nell’assemblea liturgica ci si riconosce l’uno di fronte all’altro nella propria diversità e, in questo senso, vengono meglio manifestate le diversità dei ministeri qualora ciascuno canti le parti che gli spettano. Cantare è un “saper perdersi” (cioè un rinunciare alla gestione autonoma del proprio tono di voce, del ritmo, dell’intensità, ecc…) per ritrovarsi in una nuova unità. Cantare è uscire da se stessi per affidarsi alla fraternità ecclesiale, fidarsi di essa, arricchirsi di essa, aderire ad essa.
  • «L’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci»; interessante osservazione. L’impegno sinceramente posto nell’unire la propria voce a quella degli altri, realizza e approfondisce la comunione fraterna. Solo una matura concezione della partecipazione attiva  può approvare tale affermazione, per la quale l’azione influisce sull’intenzione; al contrario, una certa schematizzazione, che procede da una mai sopita sfiducia nel corpo, la negherebbe con forza.
  • «Gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre»; occorre ripensare alla funzione della bellezza dell’espressione artistica e ai suoi effetti sull’animo umano. Un canto scelto con cura e ben eseguito o un brano strumentale collocato in modo pertinente nella celebrazione possiedono un grande potere penetrante. Tutte le arti hanno questo potere; ma la musica ha una potenza impressiva ed espressiva ineguagliabile;
  • «Tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste». Tra i modi con cui il linguaggio biblico descrive la condizione dei salvati vi è certamente il riferimento al canto: si pensi ad es., al canto nuovo davanti al trono dell’Agnello nella visione descritta nell’Apocalisse. La liturgia terrena ha il compito di esserne l’anticipazione profetica.

Inoltre, MS 5 si rivolge – con un certo vigore – ai pastori affinché «si sforzino in ogni modo di realizzare questa forma di celebrazione»: si vuole che queste istanze siano prese sul serio. Infine, lo stesso paragrafo chiede ai pastori di preparare le celebrazioni con cura e, soprattutto, non da soli: «d’accordo tra tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto». Vengono in tal modo implicitamente condannate scelte di comodo, ispirate solamente alla faciloneria e all’improvvisazione.

Canto dell’assemblea o dei fedeli? Cosa ne dice Musicam Sacram

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Seppur originata in un contesto non del tutto sereno a causa delle diverse posizioni di liturgisti e musicisti, Musicam Sacram (= MS) lascia trasparire il suo forte carattere pastorale nei continui riferimenti alla «partecipazione attiva» dei fedeli. La parola «assemblea» compare 13 volte; «fedeli» 43 volte; «popolo» 23 volte. Leggendo il documento è possibile notare qualche oscillazione di significato attribuito al termine «assemblea»: con esso si vuole, in linea di massima, intendere «la Chiesa riunita per celebrare», popolo e ministri – questa deve essere considerata l’accezione più profonda e più teologicamente ricca del termine – ma talvolta sembra che si voglia anche semplicemente far riferimento ai «fedeli». Tuttavia, è riscontrabile una certa attenzione a non considerare come sinonimi questi diversi termini, che difatti non lo sono. Riaffermare qui che con il termine «assemblea» si intende «popolo e ministri» è importante, sia per rifarsi al dettato generale di Sacrosanctum Concilium, sia per abbandonare con decisione certe visioni tendenzialmente clericali delle azioni liturgiche. Il radunarsi in assemblea è il concreto manifestarsi della Chiesa fatta di persone numerose e diverse. Dunque, anche in ordine alla musica liturgica e ai suoi “attori”, è giusto mettere al centro quest’attenzione.

Dopo aver affermato che «le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa», in MS 16 leggiamo: «Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede». Il testo ricorda il tema della partecipazione mediante il canto, e il soggetto di tale azione è «l’assemblea tutta»; la partecipazione al culto cristiano, infatti, non conosce spettatori. MS accosta il canto assembleare al senso di solennità e di festa che questo conferisce alla celebrazione, dimensioni sulle quali bisogna soffermarsi: il solenne sarà altro rispetto a ciò che è ordinario e il festoso sarà altro rispetto a ciò che è quotidiano.  Ma queste dimensioni non saranno garantite né da particolari ornamenti cerimoniali o musicali, né da riferimenti a ciò che va di moda; non dall’esterno, ma dall’interno della celebrazione nascono la solennità e la festa, e a tale dinamica il canto assembleare giova grandemente. Questo è tra i più importanti e fondamentali compiti ministeriali di una musica che si voglia dire “liturgica”.

Musicam Sacram e l’azione liturgica

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Tracciando una relazione dell’attività della Cappella Sistina al Concilio, Mons. Bartolucci, Maestro Direttore Perpetuo della Cappella, dice del grande plauso incontrato con le proprie esecuzioni presso i Padri Conciliari, plauso «inatteso e soprattutto di grande conforto! Si vuole che il popolo sia attivo, come se l’attività dell’uomo non fosse altro che muovere le braccia, le gambe, la bocca, e non vi fosse una sua attività più profonda, più umana, più essenziale: quello dello spirito».
Quando canta, è risaputo che la Cappella Sistina non fa stonature; ma che possa dirsi altrettanto quando scrive in prosa? Stando infatti a questa prosa del Maestro Perpetuo, la «liturgia, concreta sequenza di azioni pratiche, di orazioni e di letture» e di canto del popolo, sarebbe solo un «muover le braccia, le gambe, la bocca» (cosa muovono i cantori della Sistina? N.d.R).

Inizio la mia trattazione di Musicam  Sacram (= MS) con questo breve affaccio sui contrasti che caratterizzarono il tempo conciliare e post-conciliare, per farcene un’idea, in qualche modo. Il testo è uno stralcio di un vivace articolo pubblicato da Rivista Liturgica nel 1964 (2, p. 250-254), con il quale si intese rispondere alle osservazioni polemiche poste dal maestro Bartolucci, le quali oppongono ad una malintesa partecipazione attiva, il primato dello spirito. Come se muovere le braccia, le gambe, e la bocca non potessero essere attività profonde, pienamente umane ed essenziali. Il Vaticano II aveva invece guadagnato una nuova consapevolezza in ordine alla liturgia ed al suo essere azione di Cristo e della Chiesa, vedendo nella partecipazione attiva dei fedeli il superamento di qualunque dualità “spirito-corpo”. La celebrazione liturgica, nel suo darsi rituale, è azione; piuttosto, dovremo dire che la nostra prassi celebrativa ancora stenta a riappropriarsi dell’atto liturgico, anche in ordine al canto e alla musica.

Certamente MS risente del clima arroventato in cui fu redatta e dell’epoca nella quale vide la luce: anni di transizione anche da un punto di vista culturale e sociale, e di passaggio ad un modo più profondo di intendere la liturgia e, conseguentemente, la funzione della musica sacra. In essa si possono riscontrare passaggi che evidentemente sono il frutto di compromessi fra visioni diverse; argomentazioni che talvolta conseguono al dettato di Sacrosanctum Concilium (= SC), e che altre volte sembrano rimandare a istanze precedenti. Tuttavia l’Istruzione rimane la magna charta della musica e dei musicisti postconciliari, alla quale costantemente si riferiscono tutti i libri liturgici riformati venuti dopo la sua pubblicazione.

MS è composta da 69 paragrafi, suddivisi in un proemio (1-4) e nove capitoli:
I. Alcune norme generali (5-12);
II. I partecipanti alle celebrazioni liturgiche (13-26);
III. Il canto nella celebrazione della Messa (27-36);
IV. Il canto dell’Ufficio divino (37-41);
V. La musica sacra nella celebrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali, in particolari azioni sacre dell’anno liturgico, nelle celebrazioni della parola di Dio e nei pii e sacri esercizi (42-46);
VI. Quale lingua usare nelle azioni liturgiche celebrate in canto, e come conservare il patrimonio di musica sacra (47-53);
VII. La preparazione delle melodie per i testi in lingua volgare (54-61);
VIII. La musica strumentale (62-67);
IX. Le Commissioni per la musica sacra (68-69).

Tra gli apporti più significativi del documento può essere annoverato MS 13, il quale mette in luce l’aspetto celebrativo della liturgia e come la Chiesa si presenta in essa. Rifacendosi all’insegnamento di SC, ribadisce che «le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa», la quale, quando è riunita in assemblea per la celebrazione, «è popolo santo radunato e ordinato sotto la guida del vescovo o del sacerdote». In riferimento a questo paragrafo, è possibile notare come anche i vari ministri, tenendo conto della loro diversità, contribuiscono a manifestare la Chiesa e sono considerati parte dell’assemblea. MS ne distingue alcuni, a partire dai ministri ordinati (non viene citato il ministero diaconale, che ancora attendeva di essere riscoperto), per poi procedere ad una sorta di elenco non necessariamente esaustivo: «i ministranti, il lettore, il commentatore e i membri della Schola cantorum». Ma il capitolo della ministerialità rimane tutt’ora aperto, anche dopo la pubblicazione di specifici documenti. Uno dei compiti che ancora ci attende, infatti, è fare in modo che «ciascuno, ministro o fedeli, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC 28), cogliendo l’invito a fare in modo che in ogni celebrazione si osservi la verità dei ministeri, si rispetti il ruolo di tutti riconoscendo il valore dell’assemblea liturgica e della sua articolazione ministeriale.

Musicam Sacram a 50 anni dalla pubblicazione: approfondimenti

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Il prossimo 5 marzo ricorrerà il 50° anno dalla pubblicazione di Musicam Sacram, l’Istruzione del “Consilium” e della Congregazione dei Riti inerente l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II in materia di musica sacra. Spero che tale ricorrenza sia colta come un’occasione di formazione da non lasciarsi sfuggire, a nessun livello.

Inizio il 2017 anche sul blog, dunque, con il proposito di dedicarmi settimanalmente a questa Istruzione, da qui al suo anniversario, osservando come le istanze di Sacrosanctum Concilium siano state recepite nell’immediato post-concilio e quali soggetti nella comunità celebrante siano stati particolarmente chiamati in causa al fine di promuovere la «partecipazione attiva» per mezzo del linguaggio musicale. Scopriremo un documento che un po’ risente dei suoi anni e per questo potremmo talvolta “sentirlo” distante dalle attuali prassi celebrative, ma che soprattutto risente dell’epoca nella quale fu redatto – i primissimi anni della riforma liturgica – e dei problemi che allora dovette affrontare: si trattava di mettere a punto le giuste modalità partecipative dei fedeli al riparo dalle sperimentazioni più spericolate, e nello stesso tempo sostenere la causa conciliare rispetto a posizioni intransigenti, che ritenevano minacciato il patrimonio della musica sacra. D’altro canto Musicam Sacram, in ambito liturgico-musicale, è il documento post-conciliare tutt’ora più completo, che non manca di essere portatore d’istanze ancora oggi irrisolte e che, al fine della «partecipazione attiva» invocata da Sacrosanctum Concilium, attendono attuazione.

Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam Sacram

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Il 2017 segnerà il cinquantesimo anno dalla pubblicazione dell’Istruzione Musicam sacram. Spero, quindi, che vi possano essere varie occasioni di studio e riflessione sulla nostra attuale prassi liturgico-musicale.

La prima che segnalo è quella del Pontificio Consiglio della Cultura in collaborazione con la Congregazione per l’Educazione Cattolica, la Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, il Pontificio Istituto Liturgico del Pontificio Ateneo S. Anselmo e il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Si tratta di un Convegno Internazionale su “Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam Sacram” che si terrà a Roma, presso il Centro Congressi Augustinianum, dal 2 al 4 marzo 2017. Il Convegno si rivolge ai rappresentati delle Conferenze Episcopali e degli Ordini religiosi, ai musicisti, ai curatori della  musica liturgica per associazioni e movimenti. Il Convegno si propone di stimolare una riflessione profonda – a livello musicale, liturgico, teologico e fenomenologico – che, oltre le polemiche sterili, possa essere una proposta positiva per un culto cristiano, espressione di lode a Dio, piacevole all’udito nella diversità dei modelli culturali.

Per maggiori informazioni consultate la pagina dedicata all’evento sul sito del Pontificio Consiglio della Cultura.

Qualche spunto

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Il prossimo anno ricorrerà il 50° anno dalla pubblicazione di Musicam Sacram (5 marzo 1967), Istruzione del “Consilium” e della Congregazione dei Riti, inerente l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II in materia di musica sacra. Un documento che risente del periodo nel quale fu redatto e dei problemi che allora dovette affrontare: si trattava di mettere a punto le modalità partecipative dei fedeli, e nello stesso tempo sostenere l’istanza conciliare rispetto a posizioni talvolta intransigenti. D’altro canto MS è il documento post-conciliare in ambito liturgico-musicale tutt’ora più completo, che non manca di essere portatore di sollecitazioni ancora oggi attuali. Ad esso non ne sono seguiti altri dello stesso tenore. Chissà se il 2017 ci riserverà qualche novità da questo punto di vista? Intanto ripassiamo qualche indicazione liberamente tratta da MS 4-11:

Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme. Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso.

L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma di celebrazione, infatti, la preghiera acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste.

Nello scegliere le parti da cantarsi si cominci da quelle che per loro natura sono di maggiore importanza: prima di tutto quelle spettanti al sacerdote e ai ministri, cui deve rispondere il popolo, o che devono essere cantate dal sacerdote insieme con il popolo; si aggiungano poi gradualmente quelle che sono proprie dei soli fedeli o della sola «schola cantorum».

Ogni volta che, per una celebrazione liturgica in canto, si può fare una scelta di persone, è bene dar la preferenza a coloro che sono più capaci nel canto; e ciò soprattutto quando si tratta di azioni liturgiche più solenni, di celebrazioni che comportano un canto più difficile o che vengono trasmesse per radio o per televisione.

Nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la «schola cantorum» che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di coloro che devono cantare. La Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti, e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli.

Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura. La forma più ricca del canto e l’apparato più fastoso delle cerimonie sono sì qualche volta desiderabili, quando cioè vi sia la possibilità di fare ciò nel modo dovuto; sarebbero tuttavia contrari alla vera solennità dell’azione liturgica, se portassero ad ometterne qualche elemento, a mutarla o a compierla in modo indebito.

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