Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

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Ovvietà

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Il fatto che ciò che è ovvio venga anche compreso
è tutt’altro che ovvio.

L’incipit del libro di E. JÜNGEL, Dio mistero del mondo (Queriniana, Brescia, 1982, p. 7) nel quale mi sono imbattuto, contiene una profonda verità e rifulge in tutta la sua limpida veracità anche nell’ambito che qui ci interessa, quello liturgico-musicale.

Il fatto che nell’azione liturgica si canti, è considerato una tale ovvietà che sembra perfino superfluo e, per alcuni, pure fastidioso rifletterci. Che si siano assaporati i meravigliosi risvolti del sano canto liturgico, è tutt’altro che ovvio.

Sarah e la riforma della riforma

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Riporto la notizia, anche se non strettamente riferita ai nostri temi. Tuttavia, vi è già così tanta confusione in ambito liturgico, e conseguentemente in quello musicale-celebrativo, che se il card. Sarah non ci mettesse del suo, ci farebbe un gran favore.

Da Radiovaticana.va

E’ opportuna una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal card. Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il card. Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa.

Perciò è bene ricordare che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”).

Per parte sua il Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu Proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”.

Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del card. Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci.

Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino.

L’antefatto. Da Vatican Insider:

Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino: «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile». Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito.

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma».

Musica e liturgia, il tempo della RINASCITA?

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…Che tra liturgia e cultura ci sia una forte prossimità lo conferma monsignor Vincenzo De Gregorio, organista e dal settembre 2012 preside del Pontificio istituto di musica sacra, il “conservatorio” della Santa Sede: «Alcuni dei fenomeni italiani degli ultimi decenni non hanno riscontro in altri Paesi, dove la formazione musicale generale è diversa. Basti pensare che in Italia i libretti del canto liturgico riportano solo il testo, altrove c’è anche il pentagramma. Il problema a monte, dunque, resta soprattutto la formazione musicale». Di laici e sacerdoti: «Data la scarsa preparazione, molti parroci hanno dato spazio a chi si diletta di musica – persone alle quali, sia chiaro, va un grande rispetto per l’impegno. Questo però ha incoraggiato il dilettantismo e l’individualismo nelle scelte e nella creazione di nuove musiche».

La responsabilità, secondo De Gregorio, è però anche di chi non ha affrontato per tempo il problema. «Eppure i testi ufficiali erano chiari: i canti nelle lingue volgari devono essere approvati dall’ordinario. Questa indicazione è stata elusa due volte: in primis dallo stesso ordinario che non si è applicato all’esame e alla scelta delle musiche. E quindi da laici e dai religiosi, che si sono inventati cantautori. La lacuna è stata in parte sanata recentemente con la pubblicazione del repertorio nazionale della Cei nel 2009. Ma la raccolta è stata effettuata nel 1999: a oggi mancano quindi già quindici anni di musica. Se poi contiamo che ogni movimento ha il suo repertorio… Non sono per un dirigismo stretto, ma non posso nemmeno pensare che tutto possa passare senza un vaglio minimo».

Leggi l’articolo su Avvenire.

Nulla di nuovo o di non già detto. Ma le cose ripetute aiutano, ne sono sicuro. Tuttavia mi sono permesso di aggiungere un punto di domanda al titolo di Avvenire: il fatto è che vedere nell’oggi il tempo della rinascita mi sembra un po’ troppo. Direi piuttosto che quello odierno sia il tempo della semina, e che altri mieteranno quello che non hanno seminato…

Nel ’66 la Messa beat. E oggi?

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Dentro musica, battimani e scene isteriche. Fuori una calca di giovani, con le forze dell’ordine in stato di assedio a blindare l’ingresso. È il 27 aprile 1966 e non è un concerto dei Beatles, ma la prima esecuzione della Messa dei Giovani di Marcello Giombini: la celebre “messa beat”… E la Chiesa elettrizzata e anche sconvolta dagli esiti della costituzione Sacrosanctum Concilium che, ammettendo la lingua volgare nel rito, genera in alcuni una sorta di liberazione rispetto al passato, in altri una sensazione di profondo smarrimento. Questo fatto produce una terra di nessuno in cui diversi attori liturgico-musicali fanno la loro comparsa. E, naturalmente, gli uni contro gli altri… A 50 anni di distanza, quella “litigiosità” sulla musica nella liturgia non sembra venire a patti. Difficile trovare un argomento ecclesiastico su cui le discussioni siano più roventi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire.

Aggiungo solo un veloce pensiero a margine. Probabilmente bisognava passare da lì e forse quegli esperimenti erano necessari: non mi sento di condannare e non mi straccio le vesti. In ogni caso, la questione odierna non è ciò che è stato. Il cammino che oggi deve essere decisamente intrapreso, è quello che conduce a mettere a tema la musica, e quindi il canto, come linguaggio della liturgia. Solo così sarà possibile superare la crisi della musica liturgica. E’ necessario far maturare quei punti di vista che, anche con scelte operative paradossalmente di segno opposto, riducono la musica liturgica a musica e canto nella liturgia o per la liturgia, dove le preposizioni dicono di due elementi pensati in modo estrinseco, che condividono unicamente la simultaneità dell’esecuzione, liturgica e musicale.

Povera musica liturgica

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Povera musica liturgica! Tante persone vi si dedicano con passione e competenza, ma quanto è ancora bistrattata! Da un lato, coloro che la vorrebbero semplicemente disponibile per dar sfoggio della loro arte (costoro non sono molti, ma piuttosto arrabbiati), dall’altro uno stuolo di pseudo animatori liturgici che, in liturgie appesantite da un abuso del linguaggio verbale, specie nelle troppo lunghe omelie, pensano la musica liturgica come un’occasione per aggregare o come un momento di preghiera “più leggero” all’insegna del “questo mi piace questo no”. Non ditemi che non è così, perché io stesso ci sono passato. Lo vedo, e ho l’occasione per constatarlo molto da vicino.

Siamo ancora nell’800 liturgico-musicale! Due secoli fa e anche di più, infatti, quando l’azione liturgica era una cosa riservata al clero, la musica serviva da sottofondo e da riempitivo ornamentale. La gente la viveva come un diversivo, trovandovi un motivo per svagarsi un po’: andava in chiesa anche per ascoltare la musica che piaceva: trascrizioni per organo di arie d’opera, brani organistici e pezzi cantati di sapore operistico.  Musica – preghiera – liturgia erano completamente disgiunti.

Certo, le cose non stanno più così, e i racconti dell’epoca, come questo, ci paiono incredibili e ci fanno sorridere. Ma siamo sicuri di essere tanto lontani da quella situazione? Se ciò che si canta non è attinente con il Mistero celebrato? Se il canto liturgico è vissuto come ricreazione o intermezzo musicale? Se il repertorio del coro si costruisce sul “mi piace”? E se il clero incoraggia tali modi di fare?

Al contrario, il canto liturgico nasce dentro la liturgia, non fuori da essa. Coloro che celebrano i divini misteri traggono il loro canto dal contesto liturgico, dalle azioni rituali da compiersi, dai testi della liturgia e della Sacra Scrittura affinché nell’atto del cantare, assemblea celebrante e ministri possano invocare, supplicare, acclamare, dialogare, annunciare, lodare, benedire comunitariamente. Se questo accade, allora il canto liturgico sarà non semplicemente inteso come un brano cantato inserito all’offertorio o alla comunione, per esempio, ma sarà il codice sonoro grazie al quale coloro che celebrano danno vita ad una serie variegata di atti liturgici per l’unica celebrazione nella quale si invoca, si supplica, si acclama, si dialoga, si annuncia, si loda, si benedice comunitariamente.

Poi sarà il silenzio?

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Ho iniziato a scrivere circa 30 anni fa a 4 voci dispari; poi accogliendo alcune osservazioni, ma soprattutto conoscendo la reale consistenza dei nostri cori parrocchiali, ho cominciato a comporre a 3 voci, due femminili e una maschile, per la mancanza di uomini nei nostri cori. Questa Messa rappresenta ancora un passo avanti, si presenta a due voci dispari, assemblea-donne e uomini. Con la preoccupazione di venire incontro alla realtà dei nostri cori. Nella prossima pubblicazione sarò costretto a scrivere soltanto il testo e sopra di esso i neumi, in campo libero senza rigo musicale. Se poi avrò ancora anni da vivere, scriverò il … silenzio.
Naturalmente scherzo, ma parlando seriamente sono veramente impensierito circa la situazione della musica liturgica oggi in Italia. Viviamo un momento di stasi, di calma piatta, fermi, senza più sollecitazioni di nessun tipo. Ci sono alcune isole felici, dove si continua a operare bene e a camminare, ma la maggior parte delle realtà ecclesiali e delle nostre comunità celebrative vive alla giornata senza alcun progetto o piano operativo. Il canto è ancora considerato come riempitivo e insignificante. Assemblea che canta, coro, solista, direttore, organista e strumentisti, sono ancora visti come facoltativi e opzionali.

Don Antonio Parisi, nel presentare la sua nuova Messa Cristo Gesù sposo della Chiesa, allega queste parole. Me le disse anche poche settimane fa, in una cordiale telefonata intercorsa per altre questioni. Certo che sentite da una persona come lui, che in CEI si è prodigato per anni a favore della musica liturgica, fa un certo effetto. Chi opera nelle periferie diocesane ha talvolta la necessità di ascoltare parole che siano di orientamento operativo, e se le aspetta dagli organismi competenti. Invece niente. Ed anche le “isole felici” – come dice lui – lo sono solo a metà, ne sono convinto, perché devono sempre fare i conti con l’indifferenza di buona parte del clero oppure con l’intraprendenza ignorante di persone che nella musica liturgica vedono solo l’occasione per tirare avanti il loro piccolo orticello.

Sul sito delle Edizioni Carrara è possibile reperire la Messa Cristo Gesù sposo della Chiesa di Don Antonio Parisi, composta in vista della 66a Settimana Liturgica Nazionale che si terrà a Bari nell’agosto 2015. È una Messa scritta a due voci dispari, una voce per assemblea e coro femminile e l’altra voce per gli uomini (tenori e bassi), con accompagnamento organistico. La pubblicazione comprende spartito e CD. La parte destinata all’assemblea è semplice, cantabile e immediata. I canti dell’Ordinario sono concertanti  con l’Organo: un tentativo di sviluppare la parte organistica, ponendo attenzione alla forma musicale e alla durata del brano.

Perché l’organo e non la chitarra?

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E’ sbagliato vedere l’Organo e la Chitarra in termini di “o, o”. Entrambi sono egualmente validi e dipende dalle circostanze nelle quali sono usati. La mia unica riserva è che debbano essere suonati bene e in modo sensibile. Le chitarre strimpellate non hanno posto nella liturgia e organi suonati in malo modo possono essere un disastro liturgico. La Chiesa deve educare i suoi musicisti ai più alti livelli e mai permettere standard penosi. La musica liturgica deve condurre a Dio. Non deve far infuriare le persone e condurle sull’orlo dell’inferno. Sarà un grande giorno quando la Chiesa  insisterà su una musica che sia trascendente e guidi i fedeli alle porte del paradiso.

Fonte: M° Colin Mawby in Il Naufrago / Castaway

Condivido. Non si costruisce nulla con i giudizi a priori e le posizioni assunte per partito preso. Ogni dialogo è destinato a naufragare se parte da opposizioni tipo “organo sì, chitarra no”, oppure “questo canto mi piace, questo no”.

Condivido, inoltre, che la questione della chitarra nelle azioni liturgiche sia legata in primo luogo non allo strumento, ma alla poca preparazione musicale di chi la utilizza. Posso ipotizzare, infatti, che colui che “strimpella” – per riprendere l’espressione di Mawby – la chitarra, possieda con molta probabilità una scarsa cultura e sensibilità musicale, e che sia inclinato ad apprezzare maggiormente un certo tipo di repertorio – poco impegnativo, leggero, spesso scadente anche nei testi – piuttosto che un repertorio di qualità, consono alla celebrazione liturgica? Credo di si. A questa situazione non si pone rimedio con gli aut aut o le pubbliche lamentele. È meglio creare le condizioni per un dialogo franco e pacato, senza illudersi di raccogliere frutti nell’immediato: Tu che suoni in chiesa, ne hai le capacità? In quale misura conosci la musica e la liturgia? Ti sei mai preoccupato di verificare le tue competenze e di cercare il confronto con una persona preparata?

Bene, ognuno si assuma le sue responsabilità, faccia quanto gli è possibile (e non ciò che gli è più comodo), e magari metta in conto di frequentare un bel corso formativo per un servizio liturgico sempre più degno del mistero che celebra.

La crisi della musica liturgica

Interessante intervista al prof. Andrea Grillo, tutta da ascoltare, della quale riporto qui sotto uno stralcio inerente il nostro tema:

La crisi della musica liturgica è causata dalla crisi del senso rituale della liturgia. Oggi potrebbe esserci non solo la continuazione di una grande tradizione secolare, ma novità di ispirazione, di ritmica, di melodie, di armonie, ritualmente significative solo se accettiamo che la musica liturgica è musica nel contesto dell’azione rituale simbolica, che deve in qualche modo accompagnare, trasfigurare, anticipare, approfondire. Solo quando questo sarà di nuovo chiaro – dopo una generazione o due di attraversamento del guado – avremo di nuovo energie fresche che possano non scimmiottare altre esperienze per poter suonare e cantare in chiesa, ma farsi suggerire dall’esperienza che stanno vivendo, le migliori melodie, le migliori armonie, i migliori ritmi, i migliori timbri per questo scopo. Dunque, superare l’alternativa musica d’uso musica d’arte, entrare in una musica autenticamente liturgica dove uso e arte non siano più contradditori.

L’educazione musicale dei futuri preti

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Qualche giorno fa su internet, mi sono imbattuto più o meno per caso in un paragrafo della Ratio institutionis sacerdotalis, cioè il Regolamento degli studi teologici dei seminaristi, che è allegato al documento La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari (III ed.); il tutto è stato esaminato e approvato nel 2006 dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ambito è quanto mai importante perché ci si occupa del clero di domani. Ebbene, il paragrafo in questione riguarda lo studio della musica sacra.

Lo riporto integralmente. Vista la mia personale esperienza e avendo qualche notizia su ciò che accade oggi, mi chiedo: ma gli addetti ai lavori se ne sono dimenticati o lo ignorano consapevolmente? Oso sperare, tuttavia, che vi siano dei seminari che non lascino il Regolamento solo sulla carta!

MUSICA SACRA 

Obiettivi 

La musica sacra – in particolare il canto sacro – è intimamente unita alla liturgia. Pertanto la conoscenza, la formazione e la pratica della musica per la liturgia devono abituare gli alunni a cogliere la stretta unità tra rito e azione liturgica, ed educarli ad ammettere nel culto divino le forme musicali della vera arte, avendo la musica sacra il solo fine della gloria di Dio e della santificazione dei fedeli. Tale formazione contribuirà alla pertinenza delle celebrazioni liturgiche nei seminari e alla preparazione di pastori capaci di celebrare con proprietà ed afflato spirituale i misteri divini, favorendo la bellezza dei riti, la loro solennità e la comunione ecclesiale che lo stesso canto del rito favorisce.

Contenuti 

Il corso dovrà prevedere lo studio accurato dei principi basilari della musica liturgica secondo la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e l’istruzione Musicam sacram, analizzandone i fondamenti teologici, antropologici, estetici e pastorali. Sarà inoltre necessario conoscere la disciplina e le norme fondamentali per il canto sacro e alcune indicazioni di base sull’animazione e sulla partecipazione dei fedeli. Di grande utilità potrà essere un breve panorama della storia del canto sacro.
Si insista sulla conoscenza della natura e della funzione del canto dell’ordinario della Messa (parti del presbitero, dei vari ministri, della schola cantorum e dell’assemblea), cui gli alunni dovranno abituarsi già nelle celebrazioni liturgiche in seminario. Si dia il giusto risalto al canto del proprio della Messa (parti variabili) e all’arte del salmodiare. Si affronti il tema del canto della Liturgia delle ore (innodia, salmodia e canti responsoriali).
I seminaristi siano educati alle varie espressioni di canto liturgico (gregoriano, polifonico, popolare e “giovanile”), imparando a esercitare il discernimento sulle priorità, sulle qualità liturgiche, artistico-musicali e testuali dei brani, e a distinguere le diverse opportunità pastorali di uso degli stessi, abituandosi a differenziare il canto per la liturgia da quello per altre attività pastorali. Si offrano alcune nozioni sugli strumenti musicali per la liturgia.

Didattica

– Conoscenza e uso del repertorio gregoriano fondamentale, che la Chiesa riconosce come proprio della liturgia romana.
– Conoscenza ed uso del repertorio nazionale di canti per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana.
– Esercitazioni sull’ordinario della Messa e sul canto del celebrante.
– Apprendimento di alcune nozioni base di teoria e solfeggio musicale e sull’uso della voce, e per il suono – anche solo sommario – di uno strumento musicale, preferibilmente l’organo a canne.
– Esercitazioni seminariali su alcuni aspetti particolari della musica sacra.
– Preparazione accurata, in forma di laboratorio, del canto liturgico per le celebrazioni.
– Esercitazioni sul canto della Liturgia delle ore, soprattutto degli inni e della salmodia.

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