Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Messa del Buon Pastore

Messa

Condivido con tutti il fatto che la Diocesi di Asti, nella celebrazione del Congresso Eucaristico (10-17 aprile 2016) convocato dal suo vescovo Francesco Ravinale con il motto “Pane del Cammino, Dono di Misericordia, Centro di Unità”, in vista della celebrazione conclusiva ha pensato ad una composizione che contenesse i canti del “Proprio”, tratti dal Graduale Romano e in lingua italiana: da qui il lavoro del M° Daniele Ferretti, la Messa del Buon Pastore per Assemblea, Coro a 4 voci, Ottoni e Organo, pubblicato dalle Edizioni Carrara di Bergamo. Nella quarta domenica di Pasqua la figura dominante è il Buon Pastore: l’immagine evocata nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10, da cui ogni anno è tratta la pericope evangelica, ha ben collocato la celebrazione del Congresso Eucaristico di Asti nell’alveo del Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco.

Canto d’Introito: celebra il Signore che si rende presente nell’assemblea riunita nel suo nome, mutuando le strofe e la prima parte del ritornello dal Salmo 32, il quale si presenta come un inno di lode alla provvidenza di Dio, che in questa domenica trova la sua concretizzazione nell’immagine del Buon Pastore. Per introdurre meglio i fedeli al mistero celebrato, poi, la seconda parte del ritornello, aggiunge un invito esortativo: “Ascoltiamo la voce del Buon Pastore, seguiamo con fede il Signore della vita”.
Salmo responsoriale: è tratto dal Salmo 99, il quale invita tutti i popoli a lodare con gioia il Signore. Il motivo della lode emerge nel versetto 3: “Siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” e il ritornello evidenzia questa consapevolezza dell’assemblea orante.
Canto al Vangelo: il versetto alleluiatico (Gv 10, 14) riprende il tema del conoscere: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”.
Canto alla presentazione dei doni: è tratto dal Salmo 62 e accompagna la carità dei fedeli che, offrendo con gioia il pane e il vino, non dimenticano coloro che ne sono sprovvisti, e cercano Dio come la terra arida cerca l’acqua. Con fede sicura, nell’io collettivo del salmista, cantano la fiducia di essere esauditi: “Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca”.
Canto alla Comunione: abbina l’Antifona propria di Comunione “Io sono il buon pastore e offro la vita per le mie pecore” (Gv 10, 14-15) al Salmo 22 (nella notissima versione De Marzi – Turoldo). In tal modo si è voluto lasciare spazio al canto religioso popolare, debitamente valorizzato nell’armonizzazione di Ferretti.

La Messa del Buon Pastore di Daniele Ferretti non cade nel fraintendimento ingenuo di una musica liturgica fruibile immediatamente, come quelle melodie che si cantano quasi da sole. Neppure qui si ricerca l’arte per l’arte: la parte dell’Assemblea è realmente alla portata delle capacità medie dei fedeli e consiste in brevi e opportuni interventi partecipativi, mentre complessivamente, si è dato vita ad una musica “contemporanea” per la liturgia di oggi: una musica per un servizio ecclesiale specifico – quello dei cantori – fatto di sacrificio e di passione. Pochi al servizio di molti, è l’immagine della ministerialità ecclesiale che si è tenuta presente elaborando questa Messa, nella convinzione che quello del coro, sia un ruolo specifico: come quello di chi presiede la celebrazione, del diacono o del lettore.

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Musica e liturgia, il tempo della RINASCITA?

organ

…Che tra liturgia e cultura ci sia una forte prossimità lo conferma monsignor Vincenzo De Gregorio, organista e dal settembre 2012 preside del Pontificio istituto di musica sacra, il “conservatorio” della Santa Sede: «Alcuni dei fenomeni italiani degli ultimi decenni non hanno riscontro in altri Paesi, dove la formazione musicale generale è diversa. Basti pensare che in Italia i libretti del canto liturgico riportano solo il testo, altrove c’è anche il pentagramma. Il problema a monte, dunque, resta soprattutto la formazione musicale». Di laici e sacerdoti: «Data la scarsa preparazione, molti parroci hanno dato spazio a chi si diletta di musica – persone alle quali, sia chiaro, va un grande rispetto per l’impegno. Questo però ha incoraggiato il dilettantismo e l’individualismo nelle scelte e nella creazione di nuove musiche».

La responsabilità, secondo De Gregorio, è però anche di chi non ha affrontato per tempo il problema. «Eppure i testi ufficiali erano chiari: i canti nelle lingue volgari devono essere approvati dall’ordinario. Questa indicazione è stata elusa due volte: in primis dallo stesso ordinario che non si è applicato all’esame e alla scelta delle musiche. E quindi da laici e dai religiosi, che si sono inventati cantautori. La lacuna è stata in parte sanata recentemente con la pubblicazione del repertorio nazionale della Cei nel 2009. Ma la raccolta è stata effettuata nel 1999: a oggi mancano quindi già quindici anni di musica. Se poi contiamo che ogni movimento ha il suo repertorio… Non sono per un dirigismo stretto, ma non posso nemmeno pensare che tutto possa passare senza un vaglio minimo».

Leggi l’articolo su Avvenire.

Nulla di nuovo o di non già detto. Ma le cose ripetute aiutano, ne sono sicuro. Tuttavia mi sono permesso di aggiungere un punto di domanda al titolo di Avvenire: il fatto è che vedere nell’oggi il tempo della rinascita mi sembra un po’ troppo. Direi piuttosto che quello odierno sia il tempo della semina, e che altri mieteranno quello che non hanno seminato…

Come fare con i giovani?

giovani coro

Di tanto in tanto, quando si affronta la tematica del canto liturgico, emerge la questione della presenza (o assenza) dei giovani nei cori. Ovviamente non si sta parlando di cori “giovanili”, ma di cori parrocchiali e basta. Dunque, così è stato al Convegno dei cori liturgici che si è tenuto ad Asti il 21 febbraio nel corso del lavoro a gruppi che ha seguito la relazione iniziale. Si è avvertita una evidente preoccupazione, che perlopiù si è manifestata nella domanda: “Come fare a coinvolgerli?”. La questione è lecita, visto e considerato che i giovani sono il futuro – come si suol dire – e diventa ancor più significativa se consideriamo alcune realtà corali ormai formate in gran parte da ultrasettantenni, destinate quindi a ridimensionarsi fortemente, se non a sparire, nel giro di non molto. Anche questo fa parte di una Chiesa che cambia, talvolta a suo malgrado.

Innanzitutto dobbiamo ricordarci che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, e che il coro (o il direttore di coro) non può farsi carico di situazioni che richiedono l’attenzione pastorale della Chiesa nel suo complesso. Guardiamo, dunque, alla nostre assemblee: in quale percentuale sono formate da giovani? Ecco, direi che – sotto questo profilo – un coro parrocchiale goda di “buona salute” se l’età media dei suoi componenti rispecchia almeno quella dell’assemblea. Intendiamoci, non che questo mi lasci tranquillo, ma non lo reputo innanzitutto un problema del coro se tendenzialmente i giovani sono poco presenti a Messa. Un sano realismo, da questo punto di vista, permette di evitare anche certe scelte che la storia ha già indicato come scarsamente feconde e anzi talvolta fonte di problemi: vedasi i “cori giovanili”, una scorciatoia pastorale che quasi sempre perpetua errori già fatti. Vedasi anche il cosiddetto “repertorio giovanile” che ammicca in quanto facile, immediato, spicciolo, di solito non necessita di competenze musicali, né grosso impegno.

Invece, un primo aspetto doveroso per un coro, anche nei confronti dei giovani, è che si facciano le cose bene. Bando al pressapochismo e all’improvvisazione, e ci si preoccupi che chi è alla guida del coro sia una persona competente, musicalmente e liturgicamente. Per quanto possibile. Già: magari non avrà conseguito una laurea in teologia o un diploma al conservatorio. Ma che conosca i fondamentali della musica e sappia distinguere l’Avvento dalla Quaresima, una dossologia da un Kyrie eleison, è chiedere troppo? Se queste competenze non ci sono, si può provvedere: andando a lezione e studiando. La persona sincera, che con bontà porta avanti il suo servizio musicale nella liturgia lo farà, magari incoraggiata dal parroco e supportata dalla comunità parrocchiale che gli pagherà il corso formativo. Una persona egocentrica, che nel coro parrocchiale ha trovato il suo spazio per apparire, no. Rimarrà nella sua ignoranza. E questa è tra le cose peggiori che possa capitare ad un coro e ai suoi giovani.

Un secondo aspetto importantissimo è quello relazionale. Non ci saranno molti giovani a Messa, ma alcuni sì. Qualcuno del coro li conosce? Magari, con i giusti modi, si potrebbe far loro un invito e chiedere se vogliono venire alle prossime prove, per vedere come funziona la cosa. Ammesso e non concesso che il “clima” che troveranno in quella sede sia disteso e sereno, accogliente, amichevole. Che il giovane (così come un adulto) non si ritrovi tra persone sbuffanti, venute quasi mal volentieri, o che parlano tra di loro di cose che non si comprendono. Vero?

Coristi e formazione

choir

Buongiorno a tutti,
vorrei conoscere il vostro parere sull’ aspetto più prettamente spirituale di un coro liturgico, cioè sulla formazione e sul percorso di fede che a mio avviso i coristi dovrebbero fare. Che tipo di iniziative prendete in questo senso? E quanto successo riscuotono? I vostri parroci sono attenti a quest’aspetto?
Io non riesco a considerare un coro liturgico come un coro qualsiasi, non ci si può limitare a cantare e basta, noi abbiamo motivazioni diverse, svolgiamo un vero e proprio ministero, ma mi sento un po’ sola quando affronto questo tipo di problemi. Qual’è la vostra esperienza? Grazie.

La questione è stata posta su Facebook in un gruppo dedicato agli “animatori liturgico-musicali” e certamente riguarda un aspetto importante e spesso doloroso: quello riguardante la formazione dei coristi di un coro liturgico. Alcuni utenti online hanno condiviso la necessità, preoccupati del fatto che si possa insinuare il pericolo dell’esibizionismo e constatando, peraltro, di non essere mai riusciti ad attuare una proposta formativa poiché i coristi stessi lamentano i loro troppi impegni. Altri hanno riaffermato l’importanza dell’aspetto spirituale e formativo in mancanza del quale il coro viene minato nel suo funzionamento. Si è inoltre constatato il diffuso disinteresse del clero. Tuttavia, al quesito sono mancate le risposte più attese, che sarebbero state anche per me le più interessanti. Racconti e testimonianze di esperienze positive e riuscite, purtroppo, queste non si sono viste. E neanche io ne ho da portare, ahimè.

Che dire. E’ inutile girarci intorno: i nostri cori parrocchiali sono composti in buona parte da persone che si sono unite per il semplice piacere di cantare e che hanno trovato un modo più gratificante di partecipare alla Messa. Ho esagerato? Forse, ma solo in parte. Nei cori liturgici sono presenti anche persone coscienziose che desiderano fare le cose per bene, e che tuttavia devono continuamente fare i conti con la disponibilità altrui. E non soffermiamoci sui casi di eccesso e mancanza di equilibrio, anch’essi presenti, da un versante e dall’altro. Mi sorgono, dunque, alcune domande: ma non è così anche nelle nostre assemblee? Esiste un’assemblea liturgica perfetta? Quanti dei fedeli presenti alla celebrazione domenicale, verrebbero ad una catechesi infrasettimanale? Non è il “mal comune” che voglio invocare. Ma solo constatare che ci stiamo imbattendo nella “normalità” del popolo di Dio, che certamente deve essere condotto ad una maggiore consapevolezza di ciò che celebra, con moderazione, cioè senza aspettarsi passi da gigante, e senza abbattersi.

Per abbozzare alcune risposte ai quesiti iniziali, certamente non richiederei ai coristi altri incontri, oltre a quello celebrativo domenicale e a quello delle prove infrasettimanali. Già è molto. Se il coro si trova a provare per la domenica successiva, si potrebbe iniziare dedicando una maggiore attenzione al brano evangelico di quel giorno, magari leggendolo insieme e corredandolo di qualche altro brevissimo testo tratto dal formulario di quella celebrazione. Chi di dovere potrebbe poi dare conto ai coristi dei motivi che hanno spinto alla scelta di quei determinati canti (aggancio con le antifone e le orazioni). Il tutto nei dieci minuti iniziali. Se si inizia ad imparare un canto nuovo, anziché buttarsi a capofitto sulla melodia, si potrebbe iniziare soffermarsi sul testo, mettendo in luce gli aspetti più significativi di quel brano e collocandolo nel suo utilizzo liturgico. Per quello che riguarda gli incontri formativi, a mio avviso occorrerà agire a livello interparrocchiale e diocesano. Innanzitutto per determinare degli incontri tra direttori/responsabili dei cori, al fine di una conoscenza reciproca, uno scambio di esperienze e di opinioni, e in seguito, anche per far emergere alcune proposte per i coristi, sempre a livello interparrocchiale e/o diocesano. Invito fin da subito a superare la resistenza: “Ma non vengono in parrocchia, figuriamoci altrove!”. Sarà anche così adesso, forse, non ne sono sicuro e al dire il vero, mi interessa solo in parte. Occorre preparare il terreno per il futuro, altrimenti…

P.S.
Domenica ci sarà ad Asti il primo convegno per i cori liturgici diocesani: “Atto di canto, atto di fede. Il linguaggio sonoro della Messa”. Speriamo bene!

Tre suggerimenti per iniziare un buon coro liturgico

coro

Uno degli elementi importanti per una buona celebrazione liturgica è senz’altro il coro. Ora, a volte formare un buon coro liturgico può essere molto difficile, in quanto le persone non sono educate al gusto liturgico e scambiano la celebrazione per una festa di compleanno. Ecco alcuni consigli.
1) Cerca di convincere i sacerdoti, prima di tutto, che ci sono documenti della Chiesa che vanno conosciuti e studiati. Puoi invitare qualche buon liturgista o musicista di Chiesa e far loro spiegare cosa è lecito e cosa non lo è.
2) Fai leva sull’idealismo. Non convincerà tutti, ma molti si sentiranno onorati di far parte di un gruppo che può influire sulla vita spirituale delle persone. Fai capire come è bello essere parte di una tradizione millenaria piuttosto che rincorrere l’ultima moda.
3) Sii accogliente. Spesso gruppi che vogliono difendere la tradizione si trasformano in paladini della morale, escludendo coloro che non si conformano ai loro standards (standards pubblici, su quelli privati si dovrebbe poi indagare). Sii accogliente, specialmente in questo momento storico di grande confusione. Il buon canto liturgico può essere balsamo per l’anima.

Fonte: Il naufrago

Cantare le parti più importanti /3

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Segue

Nei precedenti articoli ho scritto di come l’Ordinamento Generale del Messale Romano identifichi, tra le parti più importanti da destinare al canto, quelle che «devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40). Tuttavia, queste parti da cantare sono pressoché sempre destinate ad un “dire” scontato e spesso annoiato, a causa dell’ignoranza delle ragioni più profonde del canto liturgico.

Sollecitati dall’OGMR dobbiamo rispondere alla domanda: perché le parti cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea, e quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo, sono tra le più importanti da destinare al canto?

Dimensione comunitaria della liturgia
In primo luogo diciamo che proprio queste parti, qualora vengano cantate, contribuiscono fortemente ad esprimere la natura comunitaria della liturgia. In Sacrosanctum Concilium (26) leggiamo: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano». Le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, ma affinché ciò non rimanga solo un’affermazione di principio, questa dimensione ecclesiale del culto esige la partecipazione attiva dei fedeli tutti: i dialoghi, i saluti e le acclamazioni presenti nella celebrazione in numero assai significativo (secondo i casi la messa ne può comprendere anche 20 o 30) quando realizzati in canto, esprimono un coinvolgimento assolutamente maggiore del credente radunato in assemblea, e proprio per questo «favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo» (OGMR 34). Allo stesso modo, l’unità dell’assemblea è realizzata dal canto simultaneo del sacerdote e del popolo.

Dimensione partecipativa e ministeriale della liturgia
Un atto di comunicazione-partecipazione sta all’origine del popolo cristiano: quello compiuto da Dio in Cristo a favore dell’umanità. La Chiesa è risposta a questo dono di amore sempre attuale, sempre presente. La partecipazione attiva dei fedeli, è risposta all’iniziativa di Dio in questa logica di relazione, ed è favorita ed espressa soprattutto da quelle parti dialogate, che solo se cantate ottengono il giusto rilievo, in modo tale da «ravvivare l’azione di tutta la comunità» (OGMR 35).
L’atto con cui Dio rende partecipi gli uomini della propria vita è motivato non da un suo bisogno ma dalla necessità degli uomini: in tal modo Dio compie un servizio, un “ministero”. Il ministero liturgico, pertanto, non è anzitutto un “qualcosa da fare”, ma una traccia del mistero, della comunicazione di Dio. E’ un “essere di fronte a qualcuno”. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Presupposto del ministero è la differenza tra coloro che si trovano di fronte: di qui la diversità dei ministeri. Le «parti più importanti da destinare al canto» (OGMR 40) mettono in luce, più che ogni altra parte, la ricchezza e le diversità dei ministeri.

Dimensione intersoggettiva della liturgia
La celebrazione liturgica contiene un misterioso e continuo dialogo fra Dio e il suo popolo: mediante la sua Parola, il Signore si rivela alla sua Chiesa e la rende partecipe del mistero di salvezza, e mediante i suoi canti la Chiesa confessa la propria fede al suo Signore. Quest’azione, come già detto, è comunitaria e ministeriale. Un atto di tutta la comunità che si realizza mediante diversi ministeri: il vescovo, il sacerdote e il diacono; il lettore e il salmista; i solisti e il coro. Il mistero della comunicazione fra Dio e il suo popolo è ben significato, nel canto liturgico, dalle continue chiamate e risposte. Il canto della Chiesa è come la risposta alla sua convocazione: il canto della Chiesa è innanzitutto canto di risposta.

Per concludere: “Dominus vobiscum”
Ogni parte o momento importante della messa: inizio, vangelo, preghiera eucaristica, comunione, congedo, si aprono con un dialogo tra il ministro e l’assemblea.
«Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito» è un dialogo che risale alle origini del culto cristiano. In ebraico come in latino, la formula non comporta il verbo: il tempo resta “aperto”. Siccome la traduzione in italiano necessitava di un verbo, con l’ottativo “sia” si è cercato di rendere questa apertura: «Il Signore è/sia/sarà con voi».
«Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (OGMR 50). Dunque, una verità troppo importante perché sia lasciata ad un “dire” senza rilievo: occorre una parola cantata per far emergere questo mistero.
Le parole «E con il tuo spirito» sono riprese da San Paolo (1Cor 2,10) e non significano un banale “e con te”, ma che il ministro ha ricevuto, riceve e riceverà dal Signore il dono dello Spirito per la sua funzione.
Il dialogo più sviluppato e più importante della messa si trova all’inizio della preghiera eucaristica. Eccezionalmente, il dialogo si sviluppa come se, per elevare molto in alto la preghiera comune, colui che presiede avesse bisogno di più slancio. La melodia procede come tre colpi d’ala, che l’assemblea ratifica: «E’ cosa buona e giusta». Che il presidente riprende, continuando la lode: «E’ veramente cosa buona e giusta».
Il Messale propone due melodie: la prima è di nuova composizione, la seconda si rifà a melodie gregoriane.

La posizione del coro

posizione

A volte mi capita di dover argomentare circa la più opportuna collocazione del coro nel contesto di una celebrazione liturgica. Se le chiese di nuova progettazione talvolta non prevedono per il coro uno spazio apposito, consono e acusticamente adatto, figuriamoci quelle più antiche, pensate e costruite per una prassi liturgica ben diversa da quella voluta del Concilio Vaticano II. Di tanto in tanto, quindi, ritornato certe constatazioni e proposte: “Nella navata non ci sentono, andiamo sulla tribuna dell’organo!”. Oppure: “In coro l’acustica è migliore!” (riferendosi alla struttura lignea posta solitamente dietro l’altare tridentino). Un giorno, recandomi in una parrocchia per preparare una liturgia diocesana, quando chiesi dove fosse il posto previsto per il coro, mi sentii rispondere con sarcasmo (e altrettanta ignoranza): “Ma in coro!”.
Circa l’origine del coro  come spazio architettonico, lascio ad altri approfondimenti; tuttavia, si tenga presente che esso venne sempre ritenuto, in teoria, come spazio destinato al canto ed alla preghiera di preti e monaci: in pratica, vi hanno avuto accesso anche altri uomini e bambini (maschi!, notare) per il fatto che tale servizio veniva considerato come “delegato”, cioè una sorta di “surrogato liturgico” del ministero del clero, che evidentemente non poteva essere presente in modo sufficiente dovunque. Di conseguenza, un coro eventualmente composto da uomini e donne (che venne ufficialmente contemplato solo nel 1958 con la Instructio voluta da Pio XII) doveva essere tassativamente collocato fuori dal presbiterio.
Le cose stanno diversamente per quello che riguarda la tribuna dell’organo, perché, oltre che a trovarvi posto la sua consolle, è sempre stata adibita per il coro e/o l’orchestra.
Tuttavia, se uno spazio possa essere considerato consono oppure no alla collocazione del coro, non dipende dal fatto che sia stato storicamente già utilizzato o meno in tal senso, da argomentazioni di acustica, di comodità o altro. L’unico tema con il quale bisogna davvero confrontarsi è dato dalla questione: posizionare il coro in questo o in quel luogo è rispondente alla natura della liturgia, e nello specifico, alla sua dimensione comunitaria? E quindi: è coerente con la sua identità e i suoi compiti?
Quello della natura della liturgia è un tema emerso in modo forte nel Concilio Vaticano II e, la Costituzione Sacrosanctum Concilium vi ha dedicato paragrafi densissimi, impossibili da riassumere in poche righe. Circa la dimensione comunitaria si dice: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa… Riguardano l’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo” (SC 26). Anche se ciascuno può essere coinvolto diversamente a seconda del proprio stato di vita, dei compiti o dei ministeri, l’azione liturgica a cui prende parte manifesta l’intera chiesa: da qui scaturisce la necessità della partecipazione attiva dell’assemblea celebrante, che esclude protagonismi, spettatori, ma anche partecipazioni solo interiori e private. Questa partecipazione attiva al Mistero celebrato si realizza per tutti in forza del proprio Battesimo e anche mediante i diversi ministeri. A questo proposito l’Ordinamento Generale del Messale Romano annota: “Il popolo di Dio, che si raduna per la Messa, ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (…). Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita (…). I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro partecipazione attiva” (OGMR 294).
Anche i vescovi piemontesi, in una nota del 2011, scrivono: “Poiché il coro fa parte dell’assemblea, è evidente che anche la sua collocazione all’interno della chiesa deve corrispondere a questo principio (…). Riteniamo opportuno raccomandare che la posizione del coro faccia quasi da cerniera tra i posti dei fedeli e il presbiterio, in quanto il coro fa parte dell’assemblea dei fedeli, pur svolgendo un suo particolare ufficio”. Questa indicazione segue molto da vicino quella contenuta in OGMR 312, ed introduce al tema dei compiti del coro, dei quali mi occuperò in un altro articolo.

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