Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

Pueri Cantores: educare al canto liturgico

pueri cantores asti

Dedicarsi all’educazione musicale e al canto dei bambini la ritengo una scelta pastorale quanto mai opportuna, soprattutto se teniamo conto delle ben poche e magari poco serie proposte che in ambito musicale la scuola italiana offre ai bambini, da decenni. E si vede. L’analfabetismo musicale è da noi alle stelle, e in nessun’altra nazione europea accade una cosa del genere: al contrario, diffusamente nelle scuole si impara la musica e a suonare uno strumento musicale (N.B. nulla a che vedere con le nostre spifferate al flauto dolce). Inutile dire che tale situazione si ripercuote, con le ovvie e deleterie conseguenze che ben conosciamo, anche sul terreno liturgico: infatti i bambini di ieri e dell’altro ieri, sono i giovani e gli adulti di oggi. Impegniamoci dunque per il domani: la capacità vocale dei bambini è una dote preziosissima che se coltivata con equilibrio, li aiuterà a crescere in “armonia”, e potranno esprimere al meglio la loro personalità. Il cantare favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé attraverso l’uso del corpo e della voce, stimola la concentrazione nell’ascoltare e nell’imitare. Il coro favorisce la socializzazione utilizzando la vocalità di gruppo non solo come fine ma anche come mezzo per “stare insieme” e assimilare le regole principali di comportamento: rispetto per gli altri, silenzio e pazienza, autoascolto e ascolto degli altri durante il canto.

Dunque, adoperarsi affinché i bambini familiarizzino con il linguaggio musicale ed aiutarli ad assaporare il bello educandoli al canto liturgico, è a mio avviso non solo opportuno, ma quanto mai doveroso. Attenzione! Non mi sto affatto riferendo al gruppetto dell’oratorio affidato ad un inesperto animatore. Costui, per quante buone disposizioni abbia, non sarà in grado di puntare agli obiettivi sopra esposti: farà un po’ di aggregazione, anche simpaticamente, e basta. Bisogna avere la volontà di pensare “in grande” magari uscendo dal proprio orticello e “fare squadra”, tanto più se ad una singola realtà mancassero le risorse necessarie per affidarsi ad una persona competente.

La buona notizia è che, finalmente, con il mese di ottobre 2016 prenderà il via ad Asti il progetto che l’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale dedica alle voci bianche. Per info vedi qui.

Sequeri: musica per l’incanto della liturgia

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Di Pierangelo Sequeri, noto teologo milanese che da tempo si dedica ad esaminare i rapporti tra teologia, liturgia e musica, riporto un ampio stralcio di un suo articolo apparso recentemente su Avvenire. Mi sembrano indicazioni lucide e di buon senso. Sarebbe bene prenderne atto e con lungimiranza tirare le debite conseguenze.

L’equivoco fondamentale è stato quello di trattare la nuova ricerca di “canto popolare”, adatto alle celebrazioni parrocchiali normali, che è sempre esistito, come sostitutivo della “musica sacra”: sia del “gregoriano”, sia del canto polifonico. L’ingenuità della pretesa di sostituzione e la pigrizia della reazione di conservazione, hanno prodotto “teoremi” di cattiva qualità che hanno ingombrato il campo e condotto a una paralisi di sterilità. Lo stallo ha però prodotto, alla fine, anche una duplice consapevolezza che può diventare un buon inizio. La prima è che la musica per la liturgia deve essere regolata sui parametri della liturgia. La seconda consapevolezza è che la fase storica della nascita e della creazione della tradizione rituale è finita insieme con la cultura che fondava semplicemente sulla ripetizione delle origini la forza e la vitalità delle istituzioni. Sul canto e la musica nella liturgia riformata c’è stata una riflessione teologica specifica. Le ricadute però non sono state all’altezza del pensiero, perché la competenza e la pratica musicale si sono sottratte al compito, o ne sono state scoraggiate: sia da parte ecclesiastica che artistica.

Purtroppo, i musicisti e gli ecclesiastici si lamentano moltissimo e fanno pochissimo. I giovani migliori, in entrambi i campi, di conseguenza stanno alla larga. Il nostro problema attuale è la disaffezione: i repertori si formano per via di affinità ideologiche più che di sapienza liturgica. Lo stallo dell’affezione e le opposte incompetenze che si fronteggiano potrebbero essere disinnescati dalla riabilitazione di una “corporazione” o “confraternita” dei musicisti di chiesa, che dopo il Concilio sono stati abbandonati a loro stessi oppure sono caduti in ostaggio di opposti caporalati ideologici. Un’istituzione diocesana, con opportuno e severo percorso formativo, in dialogo permanente col Vescovo e con le istituzioni della cultura musicale. A chi, infine, mi chiede quali caratteristiche deve (o dovrebbe) avere, e cosa deve cercare una musica scritta per una liturgia “contemporanea” rispondo che questa è una domanda semplice.

È una musica che non chiunque, e in qualunque modo, potrebbe improvvisare, cantare e suonare. Un servizio ecclesiale molto specifico, pieno di sacrificio di passione, di creazione e di responsabilità. Tutti potrebbero ascoltarla con commozione. Partecipare con brevi e opportuni interventi di conferma e di risonanza. Ma non potrebbero cantarla e suonarla. Sarebbe un incanto abilmente sottratto alla platealità tonale delle musiche che si cantano da sole. Scaverebbe nella fonetica e nella semantica letteraria della lingua materna (non sarebbe una musica nata col latino, adattata orribilmente a un mediocre italiano devozionale). Pochi si metterebbero di nuovo al servizio di molti: così affinata foneticamente, così aderente alla parola, così intensa nella sua capacità di far vibrare l’aula come incenso, che i cantori avrebbero un ruolo e un impegno speciale: come quello del prete, del diacono, del lettore, del predicatore.

Fu così il gregoriano dei monaci, fu così la polifonia sacra dei cantori. Qua e là, poi, un bel Tota pulchra e un Noi vogliam Dio per tutti, nella forma del canto popolare adatto alla contemporaneità dell’espressione media, ci starà benissimo. E non farà perdere alla liturgia il suo incanto. Anzi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire

Nella memoria di San Giovanni Paolo II

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In varie occasioni anch’io ho richiamato la preziosa funzione e la grande importanza della musica e del canto per una partecipazione più attiva e intensa alle celebrazioni liturgiche, ed ho sottolineato la necessità di purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica.

Giovanni Paolo II, Chirografo Mosso dal vivo desiderio, 3.

L’organo è metafora dell’assemblea liturgica

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, il 6 settembre ha preso la parola ad un concerto d’organo. Condivido il video, anche se l’audio è penalizzato dal riverbero, e offro uno stralcio del suo intervento a braccio.

Io non so che idea avete dell’organo. Forse qualcuno pensa che siano strumenti e suoni per alti livelli, che non vadano bene per i nostri linguaggi e per le nostre orecchie. Se fosse così saremmo un po’ nei guai. L’organo è la metafora dell’assemblea liturgica, perché ci sono tutte le voci: raccoglie le voci bianche e le voci adulte maschili e femminili, e tutte le voci dell’orchestra. Se l’organo è la metafora dell’assemblea liturgica, tutti gli altri strumenti per quanto possano essere vicini alla sensibilità nostra – chitarre, percussioni – devono rispettare una grammatica e una sintassi, ma lo strumento che più riesce a sintonizzarsi con l’assemblea liturgica è indubbiamente l’organo con la sua ricchezza di espressioni e di colori. Con l’organo si fa tutto. Il maestro concertista suona da solo e risponde a sé, punto e basta. Il maestro accompagnatore deve avere un feeling con chi canta, con un’avvertenza che ormai dalle nostre chiese è scomparsa – e io che le giro tutte ne sento di tutti colori – e cioè che gli strumenti non devono essere prevaricatori sulle voci. L’organo è una struttura pedagogica che ci dice tante cose: finezza, varietà, proporzione. Ci da il contesto necessario per la celebrazione, la lode e la preghiera. In musica ci sono mille espressioni: si va dal pianissimo al fortissimo. Nelle nostre celebrazioni ormai è tutto fortissimo, con qualunque assemblea, che canti un solista, che canti il coro. Sul piano musicale molte nostre celebrazioni sono piatte o sciatte. E’ questo quello che noi diamo a Dio per rendergli il vero culto? Forse è il tempo che dedichiamo una attenzione maggiore alla qualità, non tanto per le nostre orecchie quanto perché la nostra lode a Dio sia degna della sua maestà.

Perché l’organo e non la chitarra?

chitarra

E’ sbagliato vedere l’Organo e la Chitarra in termini di “o, o”. Entrambi sono egualmente validi e dipende dalle circostanze nelle quali sono usati. La mia unica riserva è che debbano essere suonati bene e in modo sensibile. Le chitarre strimpellate non hanno posto nella liturgia e organi suonati in malo modo possono essere un disastro liturgico. La Chiesa deve educare i suoi musicisti ai più alti livelli e mai permettere standard penosi. La musica liturgica deve condurre a Dio. Non deve far infuriare le persone e condurle sull’orlo dell’inferno. Sarà un grande giorno quando la Chiesa  insisterà su una musica che sia trascendente e guidi i fedeli alle porte del paradiso.

Fonte: M° Colin Mawby in Il Naufrago / Castaway

Condivido. Non si costruisce nulla con i giudizi a priori e le posizioni assunte per partito preso. Ogni dialogo è destinato a naufragare se parte da opposizioni tipo “organo sì, chitarra no”, oppure “questo canto mi piace, questo no”.

Condivido, inoltre, che la questione della chitarra nelle azioni liturgiche sia legata in primo luogo non allo strumento, ma alla poca preparazione musicale di chi la utilizza. Posso ipotizzare, infatti, che colui che “strimpella” – per riprendere l’espressione di Mawby – la chitarra, possieda con molta probabilità una scarsa cultura e sensibilità musicale, e che sia inclinato ad apprezzare maggiormente un certo tipo di repertorio – poco impegnativo, leggero, spesso scadente anche nei testi – piuttosto che un repertorio di qualità, consono alla celebrazione liturgica? Credo di si. A questa situazione non si pone rimedio con gli aut aut o le pubbliche lamentele. È meglio creare le condizioni per un dialogo franco e pacato, senza illudersi di raccogliere frutti nell’immediato: Tu che suoni in chiesa, ne hai le capacità? In quale misura conosci la musica e la liturgia? Ti sei mai preoccupato di verificare le tue competenze e di cercare il confronto con una persona preparata?

Bene, ognuno si assuma le sue responsabilità, faccia quanto gli è possibile (e non ciò che gli è più comodo), e magari metta in conto di frequentare un bel corso formativo per un servizio liturgico sempre più degno del mistero che celebra.

Bellezza della musica /2

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Un funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto.

Queste parole di Benedetto XVI pronunciate il 21 novembre 2009 durante il suo incontro con gli artisti, ci riportano ancora una volta al tema della bellezza. L’esperienza del “bello” non è assolutamente da vedere come qualcosa di secondario o superfluo, ma di essenziale. La “scossa” provocata dalla bellezza alla quale si fa riferimento, così come lo “strappo all’accomodamento del quotidiano”, sono espressioni che riconducono alla dimensione della trascendenza del rito liturgico rispetto alla scansione temporale, come la festa lo è rispetto alla feria. Nella celebrazione portiamo certamente tutto il nostro quotidiano, ma in una dinamica che ci spinge “oltre” questo tempo. La musica liturgica ha una fondamentale importanza in questo, ma anch’essa, e non mi stancherò mai di dirlo, necessita di bellezza per poter svolgere il suo compito.

A tal proposito ricordo le parole di Giovanni Paolo II:

E’, dunque, necessario scoprire e vivere costantemente la bellezza della preghiera e della liturgia. Bisogna pregare Dio non solo con formule teologicamente esatte, ma anche in modo bello e dignitoso. A questo proposito, la comunità cristiana deve fare un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra.

A intenditor poche parole, verrebbe da dire. Ma non sono sicuro che molti siano coloro pronti ad intendere. E così occorre ripetere molte volte le esigenze della musica liturgica e offrire instancabilmente, anche a piccoli gruppi, occasioni di formazione.

Bellezza della musica

bellezza

Nel precedente post, traendo spunto dall’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, ho scritto a proposito di Sacrosanctum Concilium (n. 112) la quale, in merito alla musica sacra, afferma che «la Chiesa ammette tutte le forme della vera arte purché dotata delle qualità necessarie». Qui desidero riprendere da dove mi ero fermato.

Qual è la qualità artistica della musica, desiderabile in campo liturgico? Non certo la perfezione stilistica, come si esige in altri ambiti, come quello concertistico. Senza giocare al ribasso, possiamo dire che in una celebrazione sarà bello, per esempio, anche il canto spettante al ministro ordinato qualora abbia la proprietà dell’intonazione, della voce chiara e facilmente intendibile, seppure priva della qualità del cantante lirico; allo stesso modo, il canto del popolo ha le sue prerogative, che non possono essere giudicate con il metro utilizzato per misurare il canto dei professionisti: un prato fiorito è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti. Così è il canto dell’assemblea. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste mancanze, non alterano la bellezza dell’insieme, più di quanto i difetti dei singoli fiori quella del prato. Possiamo utilizzare la stessa metafora per riferirci non più al canto del popolo, ma a quello del coro o dei solisti. Se da questo prato coperto di fiori volessimo coglierne uno per donarlo ad una persona a noi cara, sceglieremmo indubbiamente il fiore più bello, non uno di quelli appassiti. Così il canto di coloro che ad esso sono deputati, non potrà non essere coltivato o lasciato alla libera iniziativa, ma nel limite del possibile dovrà essere frutto di applicazione e studio.

Anche per questo Sacrosanctum Concilium afferma che la musica liturgica deve avere la qualità della «vera arte». L’arte, rapportata all’ambito del rito, dice la differenza tra ciò che è naturale, qui inteso come ciò che è istintivo, grezzo, e ciò che viene fatto proprio nella celebrazione. Come il gesto rituale (si pensi al camminare o al porgere), pur contenendo inscindibilmente in sé tutto ciò che è genuinamente umano, subisce una sorta di modifica nel modo di attuarsi e un ampliamento di significato, così avviene nell’arte. Con la sua opera l’artista modifica ciò che è naturale: forse la natura non è bella? Eppure l’artista si sforza e desidera superarne e amplificarne la bellezza. Con la sua opera, l’artista ricerca il modo di andare oltre ciò che è naturalmente bello per giungere ad un altro ordine di bellezza. Nell’arte vi è come un movimento simile a quello che la Liturgia ci può permettere: raggiungere l’aldilà in questo mondo. Un pensiero di Simone Weil può dirci qualcosa: «In tutto quel che suscita in noi il sentimento pure ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno».

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