Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivio per il tag “azione liturgica”

Canto e “partecipazione attiva”

rito-assemblea-canto

Pubblico il mio intervento del 17 novembre al Seminario di Alba sul tema Musica sacra liturgica: dimensioni, esperienze, orizzonti. Ho pensato che tentare di mettere a fuoco il tema della partecipazione attiva in riferimento alla musica e quindi al canto, potesse tornare utile allo scopo poiché sicuramente ne è una dimensione. Farò riferimento alle nostre esperienze comuni e tenterò di mettere in luce quale compito ci aspetta. Sono personalmente convinto che la grande maggioranza dei problemi che ci troviamo ad affrontare con gli “addetti ai lavori” – tolti quelli che nascono da fragilità umane di vario tipo – hanno come comune denominatore il riferimento ad un’inadeguata modalità di partecipazione.

Vi propongo un approccio di tipo storico, per venire poi a delineare due modelli di partecipazione.

L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli compare per la prima volta nel Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X. Siamo nel 1903. Questo sgombra immediatamente il campo da conclusioni affrettate ed estremamente superficiali, sia di “destra” sia di “sinistra” – si passi l’allusione -, che attribuiscono l’istanza al Concilio Vaticano II. Tuttavia, durante il pontificato di papa Sarto, la richiesta di «partecipazione attiva» rimane una meteora poiché, pur fornendo delle indicazione pratiche, egli non esplicita cosa intenda porre all’attenzione quando la sollecita nei «sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa», quale «fonte» di «vero spirito cristiano». Già Pio X, quindi, ha voluto colpire una situazione non più sostenibile, così come fece anche Pio XI nella sua Costituzione apostolica Divini cultus: «Occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori». Ma come attuarla e perché è necessaria questa partecipazione?

Un approfondimento da parte del magistero arriva dopo 44 anni con Pio XII nelle sue due encicliche Mediator Dei (1947) e Musicae sacrae disciplina (1955): entrambe accolgono, seppur con molta prudenza, le acquisizioni fino ad allora maturate dal Movimento liturgico. In questi documenti si delinea il nostro primo modello di partecipazione. L’argomentazione di fondo istituisce il doppio binario del culto interno e di quello esterno, e di conseguenza presenta la partecipazione dei fedeli distinguendo quella interna da quella esterna (o attiva). La prima è fondamentale e la si ottiene con l’attenzione dell’anima al senso della celebrazione, e cioè, con un movimento interiore e strettamente personale, intimo, di ciascun fedele; la seconda, la partecipazione esterna o attiva, si aggiunge e perfeziona quella interna, e consiste nel rispondere alle parole del sacerdote e ai canti che vengono eseguiti. La debolezza di tale modo di intendere la partecipazione, sta proprio in questa disgiunzione, che stabilisce il primato della partecipazione interna, peraltro non legata al rito ma allo “stato d’animo” del fedele, il quale può in effetti procurarselo in vari modi, in una sorta di parallelismo devozionale fatto di preghiere private. Questo modello, che Pio XII ha codificato ma che già da secoli segnava profondamente la spiritualità cattolica, ha fatto sentire il suo influsso fino a noi che, lo ammettiamo o no, ne siamo per molti versi condizionati. Lo è il clero e, non sembri strano, lo sono pure i giovani. L’elemento canoro nelle nostre celebrazioni ne è l’esempio lampante. Secondo il modello appena esposto, il canto è sì un qualcosa di desiderabile, ma non veramente necessario; è accessorio. Dunque, se ciò che conta è la preghiera e la devozione personale, si può utilizzare questo accessorio in vario modo e, dallo stesso principio si può arrivare a scelte diametralmente opposte. Esempio: Canto al Vangelo. Per un’occasione importante la Corale polifonica della parrocchia di Santa Lucia esegue l’Hallelujah tratto dal Messiah di Haendel; per altra occasione il coretto degli animatori dell’oratorio della stessa parrocchia ripropone per l’ennesima volta Alleluia, la festa siamo noi (delle lampadine) di Giombini. Gli uni criticano la scelta degli altri: «Ma pensano di essere ad un concerto?» – «E’ ora di finirla con queste canzonette!» – «Cantano sempre in latino! (anche se il testo di Haendel è in inglese)» – «Queste chitarre sono insopportabili!». Discussioni infinite, che non si possono contare. Eppure la vera questione, non è il latino, l’inglese o l’italiano, l’organo o la chitarra, e nemmeno che una composizione sia un’opera d’arte e l’altra no. Il paradosso è che le due scelte illustrate nell’esempio, sembrerebbero sottendere chissà quali opposte e inconciliabili concezioni di liturgia, ma in realtà sono nient’altro che le due facce di una stessa medaglia. L’identico e forse inconsapevole presupposto è che “il cantare” non abbia nulla a che vedere con il rito, e che in fondo, il senso della celebrazione lo si colga altrove o lo si conosca già; dunque, si canterà sulla base di altri criteri: gli uni avranno scelto quel brano per “fare solennità”, e gli altri per “ricreazione”. In realtà non c’è differenza. Questo deve essere molto chiaro, per non cadere nei vicoli ciechi delle solite diatribe.

Per la visione teologica della liturgia che nel frattempo si è maturata, alla fine degli anni ’50 lo schema di lettura offerto da Mediator Dei non è più sufficiente, e l’annuncio del Concilio Vaticano II viene salutato come occasione per affrontare ed approfondire il tema. La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha voluto percorrere una via decisamente nuova nell’offrire la propria comprensione della liturgia e nell’indicare tutta l’azione liturgica quale mediazione necessaria e ineludibile per “entrare in contatto” con Dio. Essa abbandona decisamente lo schema interna/esterna e mostra un secondo modello di partecipazione. La serie assai rilevante di aggettivazioni che Sacrosanctum Concilium utilizza per descrivere la partecipazione all’azione liturgica, lascia infatti intendere che il documento voglia far cadere le formulazioni fino ad allora utilizzate. Esso non afferma un senso della celebrazione previamente dato, da afferrare con la mente, ma piuttosto da comprendersi per ritus et preces (attraverso i riti e le preghiere; SC 48). Per questo la partecipazione sarà detta attiva, comunitaria, fruttuosa, consapevole, facile, pia, piena, proporzionata all’età e alla cultura. La «partecipazione attiva», lungi dall’essere intesa come un “fare qualcosa”, è piuttosto quel “lasciarsi prendere” dalla forma rituale, cioè dal rito nel suo complesso, fatto di preghiere, canto, gesti, ascolto, movimenti del corpo, silenzio… Dunque il canto avrà il suo senso innanzitutto perché rituale, contribuendo così a dare forma alla celebrazione. La forma rituale, infatti “dice” qualcosa in ordine alla fede. Parole e gesti, tempi e spazi, e quindi il canto, influiscono sulla fede dei celebranti. Pertanto, in sede di “programmazione”, ci si dovrà domandare quale voglia essere il contributo della dimensione sonora (canto e musica) al fine di una celebrazione fruttuosa, e quale immagine di Chiesa si voglia far trasparire, tenendo presente che non vi è niente di più solenne e festoso che il canto di una concreta assemblea nel suo insieme, poiché questa è manifestazione della Chiesa. Gli interventi canori assembleari e in particolar modo quelli “dialoganti”, enfatizzano questa natura comunitaria della liturgia, del suo essere “Chiesa radunata”. Pertanto, anche tutto l’aspetto musicale deve essere pensato in riferimento all’immagine di “assemblea celebrante”.

Quali orizzonti? Di sicuro la recezione di tutte queste prospettive è un cammino lento e ancora lungo. Papa Francesco, in una recente intervista, ha detto che «la Chiesa – dicono gli storici – per metabolizzare un concilio, necessita mediamente di 100 anni: siamo a metà». Questa recezione implica l’acquisizione di una competenza nel celebrare. A questo aspetto si è dedicato anche il magistero più recente, nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, affermando l’ars celebrandi quale migliore condizione per la partecipazione attiva. L’arte del celebrare deve comprendere la forza dei riti, innescare il potenziale in essi nascosto, in un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzarne il lato più “corporeo”, non-verbale, emotivo e, in questo, canto e musica.

Il canto dell’assemblea liturgica /1

assemblea

Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

Rito ed emozione del canto

emozione

Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

Ascoltare – Cantare – Celebrare

cantare celebrare

Propongo alla vostra attenzione un testo di Universa Laus, il cosiddetto “Documento II”, pubblicato nel 2002, dal titolo: La musica nelle liturgie cristiane. Nella declinazione dei tre verbi – ascoltare, cantare, celebrare – viene messo in luce l’aspetto comunitario, interpersonale e ministeriale della liturgia, offrendo non pochi spunti di riflessione.

Universa Laus è un’associazione internazionale che si occupa dello studio del canto e della musica per la liturgia; ufficialmente è nata in Svizzera nell’aprile 1966, ma le radici di questo gruppo si trovano in un nucleo fondatore di liturgisti e musicologi che si era riunito per la prima volta nel 1962 (anche se alcuni di loro lavoravano insieme già da un decennio). L’oggetto iniziale del loro studio fu costituito dal sostegno fornito a coloro che erano incaricati di presentare e poi di attuare le riforme del Concilio Vaticano II (qui il sito di Universa Laus – Area italiana).

Di seguito il testo (scarica il pdf):

UNIVERSA LAUS – Documento II
La musica nelle liturgie cristiane

Dio crea parlando. Ogni persona è chiamata a unirsi a quest’opera creatrice. Il Verbo suscita un popolo che parla e rimane in ascolto. Ogni cristiano è invitato a rendersi disponibile e vigilante per rispondere a Dio personalmente.

1. Ascoltare
1.1 L’ascolto impegna la totalità del corpo individuale. L’atteggiamento di ascolto per cui “tendiamo l’orecchio” mette in stato di vigilanza tutti i nostri sensi, così che il corpo si fa tutto udito. L’orecchio governa il corpo che ascolta. L’essere umano esiste perché tutto in lui è interpellato dall’ascolto.
1.2 Ascoltando la parola degli altri, colui che ne era incapace (in-fans) impara a parlare, fa propria l’immagine del suo corpo che ascolta e che parla: diventa se stesso e si rende presente al mondo. Il nostro modo di essere e la qualità del nostro ascolto dipendono da come noi stessi siamo stati accolti e ascoltati.
1.3 Il nostro ascolto è capace di offrire ospitalità all’altro così come egli è. Possiamo essere attenti, in ciò che egli esprime, a quello che dice, ai suoi silenzi, alla sua relazione con Dio, al rumore del mondo in lui e attorno a lui. L’ascolto ci armonizza con l’altro e, insieme a lui, con l’inaudito, che dalla sua parola e dal suo silenzio viene rivelato.
1.4 Non c’è liturgia senza ascolto comunitario della Parola di Dio né senza ciò che essa genera, cioè il reciproco ascolto tra i membri dell’assemblea. Il mettersi insieme in ascolto della Parola di Dio è la sorgente di ogni ascolto reciproco.
1.5 Ascoltare è la prima forma di partecipazione. Partecipare consapevolmente, attivamente e intensamente all’azione liturgica è qualcosa che va oltre la semplice esecuzione dei riti prescritti. Ascoltando, siamo mossi a rispondere con la preghiera, il canto e i gesti, così da aver parte con gli altri al mistero di Cristo.
1.6 Per ascoltare, diciamo che “facciamo silenzio” ma, in realtà, il silenzio è rivelato dal nostro ascolto. Il silenzio non è definito dall’assenza di rumore. Possiamo percepirlo quando il nostro corpo rimane quieto e disponibile, in atteggiamento di ascolto vigilante.
1.7 Il silenzio interiore è l’origine e la condizione della parola e del canto. Parola e canto sono intimamente legati al silenzio. Essi prendono valore dal silenzio da cui nascono, dal silenzio che li anima, e dal silenzio al quale tendono e nel quale hanno il loro compimento.
1.8 Il silenzio è l’atteggiamento della mente e del cuore di chi abbandona ogni chiacchiera inutile per volgersi verso il Verbo. Il silenzio interiore è la qualità fondamentale di tutti i gesti liturgici. In questo senso, non possiamo in realtà fare altro che modulare il silenzio, parlando, cantando, suonando, camminando, prostrandoci, ecc.
1.9 Nell’assemblea celebrante, i ministri, servi della Parola, devono avere un orecchio da discepoli, un “orecchio liturgico”. Se divengono “ascoltanti”, essi, mediante la parola, creano il canto, il gesto, la postura del corpo o il silenzio: condizioni necessarie perché l’orecchio dell’assemblea si apra e il suo ascoltare sia un tendere l’orecchio.
Scritture, di offrire ad essa il proprio corpo, perché l’assemblea possa a sua volta udirla, ascoltarla e lasciare che s’incarni in lei. Da parte sua, il ministro del canto ha il compito di essere in ascolto dell’assemblea per risvegliare in essa la voce che le è propria e per liberarne il canto.
1.11 Col tempo, le difficoltà della vita possono renderci sordi. La liturgia ha il potere di educarci e rieducarci incessantemente all’ascolto, alla parola e al canto.

2. Cantare nella liturgia
2.1 Il gesto vocale è un traguardo nell’evoluzione del linguaggio umano: la posizione eretta ha reso possibile la risonanza della colonna vertebrale e di tutto il corpo; le labbra, la lingua e le mascelle, legate in origine alle funzioni di presa, sono divenute disponibili per il linguaggio articolato; il gesto corporeo primario si è trasformato in grido, poi in canto e in parola. In questo lento processo di umanizzazione, l’essere umano si identifica progressivamente con il logos che lo attraversa; diventa capace di donare se stesso per mezzo della parola e del canto.
2.2 L’atto di cantare mette in gioco tutta la persona. Richiede corpo disponibile, intelligenza e memoria vigilanti. Passando dalla parola al canto, la voce tende ad arricchirsi: si presenta più limpida, più sonora, più “elevata”, non più forte però. La voce cantata illumina la parola e l’intero essere.
2.3 Il canto unifica la persona e crea unità nell’assemblea. Il canto favorisce un atteggiamento di ascolto, compassione, gioia, serenità… Chi ascolta e canta con tutto il proprio corpo viene risvegliato, come soggetto, nel suo sentire e agire. Il canto tende a unificare anche i gruppi umani. Il canto comunitario, animato dallo Spirito, chiama all’unanimità tutti coloro che sono salvati da Cristo, perché lodino con un cuore solo e un’anima sola, formando così un’assemblea santa, corpo di un medesimo ascolto.
2.4 La pratica cristiana è essenzialmente comunitaria: si tratta di cantare insieme, cosa che presuppone un ascolto reciproco esigente. Non ascoltiamo allo stesso modo, quando ascoltiamo insieme. La voce riproduce soltanto ciò che l’orecchio sente; se perciò interiorizziamo la voce degli altri, interiorizziamo anche ciò che gli altri ascoltano. Questa armonizzazione aiuta ciascuno a non ripiegarsi su se stesso, fa passare attraverso la prova del crogiuolo comunitario e dischiude l’ascolto individuale. Le nostre voci possono allora unirsi per formare un’unica risposta, suscitata dal medesimo Spirito.
2.5 L’ascolto reciproco nel canto genera una nuova qualità di relazione fra le persone. Mentre ci rende attenti alla presenza vocale dei membri dell’assemblea, sollecita anche la nostra attenzione nei confronti della presenza quotidiana e concreta dei fratelli e delle sorelle. Il gesto vocale del canto comunitario impegna al gesto etico del servizio.
2.6 Per sua natura, il canto richiede a colui che canta di dare del suo. Per la sua natura ministeriale, il canto liturgico conduce gradualmente il cantore a offrire se stesso in sacrificio di lode nello Spirito, per mezzo di Cristo: il canto liturgico ha perciò funzione educativa, e di introduzione al mistero. Il canto nuovo è quello dell’uomo nuovo che mette in pratica la Parola: egli non canta soltanto con la voce, ma con la propria vita. Così il cantore diviene lode gradita a Dio.
2.7 Non vi sono, in liturgia, canti o musiche che siano sacri in se stessi. Nel culto cristiano, non la musica è sacra, ma la viva voce dei battezzati che cantano in Cristo e uniti a lui.
2.8 In liturgia, la bellezza di un canto o di una musica non esiste indipendentemente dalla celebrazione, dal luogo, dal rito e dall’assemblea che li accolgono. Il canto e la musica possono certamente manifestare ed esaltare la verità di ciò che l’assemblea sta vivendo. Ma ciò che importa è l’atteggiamento di ascolto e di canto di un’assemblea, disponibilità che le conferisce bellezza e che la apre alla bellezza ulteriore.
2.9 Il canto dell’assemblea è intimamente segnato da una gioia nuova, ma porta le tracce dei limiti dell’ascolto individuale e comunitario. Siamo messi alla prova dalla percezione di questi limiti, ma in realtà è una sofferenza di tipo diverso: deriva dal fatto che non siamo ancora completamente rinnovati dal “canto nuovo” che intoniamo e dalla “novità” di Colui che cantiamo.
2.10 Il canto dell’assemblea è sempre possibile, ma è sempre in ricerca della propria pienezza. Il canto è in tal modo testimonianza della Promessa: proclama che il Regno è già presente. Ed è al tempo stesso segno profetico: annuncia che il Regno deve ancora venire. Nella presenza e nell’attesa del Regno, i nostri canti non aggiungono nulla a ciò che Dio è, ma ci avvicinano a Lui.
2.11 Canti, inni, ritornelli e acclamazioni, utilizzati nelle liturgie cristiane, formano un corpus specifico. Essi hanno grande pregnanza in noi perché il canto, che unisce una musica e un testo, fa sì che essi entrino nella memoria. Come le orazioni, i prefazi e le altre parole della liturgia, sono un importante luogo di mediazione tra la Parola e le nostre parole umane.
2.12 Il corpo di colui che canta è il luogo sacro in cui egli sta alla presenza di Dio. Nella liturgia cristiana, il canto dell’assemblea ha bisogno del corpo di ciascuno, donato e unito a tutti, per formare un solo corpo. I credenti, resi capaci di fare corpo mediante il loro canto, uniti per mezzo dello Spirito per essere Corpo di Cristo, partecipano al mistero dell’Incarnazione e manifestano la gloria di Dio.

3. Celebrare con un cuore solo e una sola voce
3.1 Nella celebrazione liturgica, musica e canto permettono a tutti di radunarsi, di accogliersi nelle somiglianze e nelle differenze, di fare corpo senza escludere nessuno, di congiungersi all’azione di grazie dell’ekklesìa in preghiera. Per far sgorgare il canto profondo di tutti e di ciascuno, la musica liturgica deve toccare nell’intimo tutti coloro che vi partecipano, accordandosi ai loro ritmi vitali. Il corpo pacificato conduce al cuore pacificato, l’unità dell’essere all’unione delle persone. Nella stessa dinamica, in comunione fra loro attraverso l’ascolto e il canto, i membri dell’assemblea sono chiamati a uscire da se stessi per andare incontro agli altri.
3.2 Nell’azione liturgica, musica e canto hanno una funzione ospitale: aprire all’ascolto, creare uno spazio di identità mistica in cui gli esseri partecipano di ciò che è il loro fondamento. Preparano il gruppo e i singoli a formare un solo popolo. Musica e canti consentono a ciascuno di abitare nella casa del Signore e di unirsi alla grande lode che vi risuona.
3.3 Perché anche il più piccolo vi trovi il suo posto, la musica liturgica non dev’essere inaccessibile. Perché ciascuno possa essere guidato lungo un cammino di liberazione, essa non deve rimanere chiusa entro luoghi comuni. Come pellegrini che abitano in terra straniera, i fedeli radunati elevano un canto nuovo, che appare allora, al tempo stesso, conosciuto e inaudito.
3.4 Nell’umiltà del servizio, il canto rivela alla comunità ecclesiale che essa ha un ruolo profetico. Il canto comunitario manifesta a tutti che ciascuno riceve sempre e di nuovo se stesso dall’altro e arricchisce l’altro del proprio bene. Ricorda in tal modo che la comunità deve battersi contro il rifiuto della condivisione, lo smarrimento delle differenze, l’asservimento dei più deboli.
3.5 Lasciarsi pacificare, unire, liberare, accogliere e convertire: questo significa celebrare con la propria voce e con gli strumenti. Se tale è il canto nella liturgia cristiana, il ministero musicale nella Chiesa ha in sé qualcosa di temibile. Compositori, cantori, strumentisti non possono dedicarvisi con verità se non aiutando l’assemblea a divenire soggetto della celebrazione formando un solo corpo, e rimanendo con essa in ascolto di ciò che dice lo Spirito.
3.6 In liturgia, musica e canto hanno il compito di favorire, accompagnare ed esprimere il passaggio dalla morte alla vita, che è il frutto di ogni azione sacramentale. Senza violenza, musica e canto possono distogliere il discepolo dalla contemplazione di se stesso e aprirgli gli orizzonti più ampi della promessa evangelica. Senza tuttavia che nessuno – né presidente, né cantore, né ministro alcuno – possa considerarsi padrone del momento in cui si compie, in ciascun membro dell’assemblea, lo spogliamento di se stesso, e tanto meno il passaggio pasquale o l’adozione filiale.

Musica per pregare. Il contesto liturgico del testo musicale

organ

Dal blog di Andrea Grillo.

I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti (Maurice Merleau-Ponty).

1. Ma l’azione rituale è veramente una “risorsa”?

Nonostante la Riforma Liturgica, e il secolo abbondante ormai trascorso dal Motu Proprio di Pio X (Tra le sollecitudini del 1903), la riscoperta della azione rituale, nella sua bellezza e nel suo esser risorsa ecclesiale, appare ancora un problema, non solo per i musicisti e per i maestri di coro, ma anzitutto per i semplici fedeli, per i pastori come anche per i teologi. Nella mia riflessione vorrei dunque partire dall’idea che non è affatto ovvio che l’azione rituale sia una risorsa, cioè che sia fonte di tutta l’azione della Chiesa. Proviamo ad esaminare le cause di questo nostro nascosto ma potente imbarazzo.
Certo, se ce lo dice un’autorità come Ambrogio – che usa la bella espressione (En. in Ps., 1, 9-12) di “fidei canora confessio” – siamo portati a pensare che la confessio fidei abbia buone ragioni per essere canora. Ma, nel fondo, siamo ancora abituati a pensare – secondo una tradizione teologica secolare – prima di tutto e forse esclusivamente alla confessio fidei “tout-court”, ricondotta e ridotta alla sua essenza, senza quegli accidenti di per sé considerati inessenziali come la musica, il rito, lo spazio, il tempo, il corpo, la luce, il tatto, il gusto, la vista e quant’altro.
Non riusciamo a capire la fidei canora confessio come risorsa perché affidiamo tutte le risorse ecclesiali ad una confessio fidei senza aggettivi, cioè ad una confessio fidei che non è di per sé né canora, né ritualis,corporalis, né sensibilis, né tangibilis, né visibilis. Il nostro ideale – di catechisti come di musicisti, di teologi come di pastori – è spesso soltanto quello di una fidei intellegibilis confessio. Come se fosse ovvio che intellegibile non è compatibile con sensibile e che canoro non è compatibile con comprensibile: così, la garanzia dell’umano/divino diventa per noi spesso disumanizzazione ad oltranza, in ragione di una comprensibilità e di una trasparenza che, appunto, non è più umana. E allora, poiché la nostra intelligenza non è sensibile, la sua dis-umanità travolge irreparabilmente tutto, sia la liturgia sia la musica. Ma se così non deve essere, è necessaria una fatica speciale, che è sempre anche fatica del concetto, oltre che compito ecclesiale e pastorale primario e qualificante.

2. Dal testo al contesto

Vi è dunque, per il musicista che voglia porsi criticamente nel proprio ministero liturgico, il problema di comprendere bene lo statuto della confessio fidei in relazione al cantus. Si badi, non si tratta affatto di dedurre il cantus dalla confessio fidei – come se fosse ovvio che la confessione avviene fuori, prima sopra o sotto il canto – né di sentimentalizzare il contenuto della fede con una sorta di “colonna sonora” musicale.
In entrambe queste possibilità – che non mi pare siano soltanto ipotetiche – credo che venga totalmente frainteso il ruolo specifico della mediazione rituale che lega e collega tra loro la musica e la confessione di fede. Il contesto, dell’una come dell’altra – cioè di ciò che può farsi testo – è una relazione (mistero d’amore) che non può mai farsi completamente testo.
Ecco il primo punto su cui vorrei soffermare la mia attenzione: per grazia di Dio, tanto la musica quanto la confessione di fede possono farsi testo, cioè possono prendere la forma di una serie di parole, oppure di una serie di note sul pentagramma, possono trasformarsi in repertori. Ma proprio questa provvidenziale opportunità si rivolta contro l’uomo quando essa pretende di sostituirsi al contesto, di valere come relazione, di stare al posto della res.
La prima risorsa della azione rituale sta proprio in questo: che, pur avvalendosi di varie testualità (musicali, verbali, ma anche rubricali…) non può mai essere ridotta a testo, a pena di perdere istantaneamente la propria verità di atto. Il testo è solo strumento e potenza, di un contesto che è vero fine e pienezza dell’atto.
In tal modo la azione rituale, proprio per questa sua imbarazzante complessità, conduce ogni testo alla relazione da cui deriva e verso cui aspira, restituisce al testo quella pienezza e concretezza da cui ogni testo, inevitabilmente, prende le distanze e astrae. L’azione rituale è il grande contesto/relazione che ricorda ad ogni suo testo (musicale o verbale, gestuale o iconico) la sua origine e la sua destinazione, in certo modo il suo perdono e la sua promessa.
In questo senso dovremmo capire che la musica per la liturgia è in realtà musica della liturgia e musica dalla liturgia: non dice una aggiunta che facciamo, o una funzione che garantiamo, bensì dà voce ad una necessità intrinseca alla azione rituale, che non può non farsi anche suono, voce, canto, accento, sincope, pausa, silenzio.

3. Il rito e la contestualizzazione del testo

A questo punto, non possiamo non chiederci in che modo la azione rituale realizzi questa sua potenza espressiva ed esperienziale. Come è possibile che proprio nel rito si possa passare, così potentemente, dal testo al contesto, dalla assenza attestata alla presenza adorata e ringraziata?
Qui è interessante commentare una bella teoria, che un bravo liturgista italiano ha recentemente proposto alla comune attenzione, e che merita di essere considerata con cura. Egli sostiene che la azione liturgica – collocandosi tra le esperienze simbolico-rituali – supera la distanza spazio-temporale, la distanza soggetto-oggetto, la distanza uno-molteplice con una tecnica molto diversa da quella cui siamo abituati. Lo sforzo “intelligente” (dove qui intelligenza va intesa in modo riduttivo come razionalità scientifica) di solito scava in profondità in un testo, contempla un brano musicale, esamina un quadro, analiticamente e dettagliatamente porta alla luce ciò che è nascosto. Cerca il vero “essere” del quadro, della parola, del gesto, della musica, contro la sua “apparenza”, in certo modo divide e separa sostanza e accidente, essenza ed esistenza, noumeno e fenomeno.
L’azione rituale esercita una “intelligenza” di altro tipo, dispiega una sapienza più sapiente di quella ordinaria, non tanto per argomentazione e deduzione, quanto per analogia e per associazione, per metafora e per metonimia. Con una bella espressione di R. Schaeffler potremmo dire che mentre la spiegazione causale ragiona in termini di “essere”, la ragione rituale utilizza la logica della “azione”, pensa con il fatto e per il fatto di agire.
Perciò il rito, di per sé, rinuncia a disvelare i testi, non procede alla ricerca – con procedimento analitico-argomentativo – dell’essenza nascosta delle azioni, ma mette accanto testi diversi (biblici, eucologici, musicali, gestuali, iconici, spaziali, temporali) e ne disvela il senso proprio del contesto/relazione mediante questa strategia di accostamento e di moltiplicazione, di analogia e di imitazione. La liturgia non spiega un testo, ma lo impiega, non lo definisce, ma lo agisce, non lo delimita ma lo imita.
E’ evidente, perciò, che una tale strategia comporta un concetto di coerenza assai diverso da quello cui siamo fin troppo abituati. La coerenza della liturgia non è anzitutto una coerenza sull’essere, ma una coerenza sulla azione; potremo dire, esagerando un poco, che la coerenza liturgica non è una coerenza sulla sostanza, ma una coerenza sull’accidente, non sull’invisibile, ma sul visibile, non sull’essenza, ma sull’esistenza.

4. Sensibilità rituale per l’intelligenza musicale

Evidentemente questa consapevolezza introduce – nella azione e nella coscienza ecclesiale – una cesura comportamentale e ideale, quella che giustamente dovremmo chiamare una interruzione di esperienza. La azione liturgica, operando nella maniera “estetica” che abbiamo considerato, cioè lavorando con gli accidenti prima che con le sostanze, con le esistenze prima che con le essenze, con i corpi prima che con le anime, con i sensi prima che con l’intelletto, introduce una singolare interruzione in tutte quelle forma di vita (pre- e post-liturgica) nelle quali si ha sempre a che fare – bene o male – con il primato dell’invisibile mentale sul visibile corporeo.
Apparirà forse paradossale, ma la logica dell’atto liturgico costituisce una singolare smentita di ogni spiritualismo/intellettualismo lavorativo o esistenziale, religioso o civile: la liturgia interrompe le evidenze della vita, i valori della esistenza, assumendo e imponendo al loro posto una logica della azione e del corpo. In tal modo ricostruisce il contesto relazionale che dà senso e pienezza ad ogni testo come ad ogni valore, ad ogni dovere come ad ogni diritto.
Se questo è il contesto liturgico, se questa è la logica della azione rituale come risorsa, che cosa ne deriva per il testo musicale? Vorrei indicare queste conseguenze in tre brevi passaggi:

a) il testo musicale non si delimita ad un singolo ambito, ma tende a fondersi con l’intero contesto, il che significa che l’attenzione musicale tende ad investire ogni manifestazione sonora: voce, voce parlante, cantillazione, canto, strumenti musicali, silenzio. E questa non è una novità nella storia della chiesa, non è il frutto di strane teorie di avanguardia, ma è piuttosto una sapienza antica che oggi stiamo riscoprendo lentamente, faticosamente, ma fruttuosamente. Ogni “evento sonoro” passa da testo a contesto, da oggetto da contemplare a relazione da vivere, da prospettiva con cui guardo a Dio a percezione dello sguardo che Dio rivolge su di me.

b) accanto a questa esperienza di fusione, ed anzi, proprio per permetterne più radicalmente l’esperienza, rimane però anche sempre una frattura, una necessaria coscienza della alterità e della differenza che la musica costituisce rispetto alla parola. Non la sua insignificanza, o la sua irrazionalità, ma il suo diverso modo di significare e di ragionare porta il contesto alla sua verità di relazione. Solo la coscienza del diverso modo di condurre alla referenza costituisce la vera ragion d’essere del “musicale” nell’ambito della esperienza liturgica. Che l’organo intervenga nella liturgia con diversi registri – oboe, flauto, trombone… – sollecita a comprendere il “significato” dei timbri musicali secondo una logica diversa da quella dei concetti. E’ l’organo stesso – come “orchestra” di registri diversi – ad escludere che ci sia “un solo strumento” della liturgia: nell’organo, nella sua costitutiva pluralità, tutti gli strumenti sono accolti e valorizzati nella celebrazione cristiana.

c) infine, la musica, per tutte queste ragioni, risulta evidentemente parte sostanziale della azione liturgica e non semplicemente testo illustrativo, rappresentativo o esornativo di un altro testo scritto e rubricale. Essa diviene perciò corresponsabile della azione liturgica e non invece azione strumentale/professionale che commenta una essenza, la quale di per sé basterebbe fosse detta o pensata. Anzitutto la musica insegna alla Chiesa la lode del tatto, del timbro, del ritmo, della melodia, della armonia.

5. Alcune conclusioni

Il nostro breve percorso giunge alla sua fine con un piccolo bagaglio di acquisizioni: che la azione rituale sia risorsa bella e che la musica trovi in questo contesto il valore del suo testo, lo abbiamo inteso. Ma abbiamo scoperto ben di più, e cioè che la liturgia è risorsa bella non in sé, non quando si chiude in un qualsiasi testo, bensì proprio con l’attivare le risorse belle di cui vive: belle parole, belle musiche, bei gesti, belle luci, belle vesti, bei silenzi, bei movimenti, buon pane, buon vino fanno della liturgia una risorsa bella, ossia, i contesti iconici, verbali, materiali, temporali, spaziali e dunque anche musicali fanno del testo liturgico un vero contesto, una relazione, un riposo, una consolazione, una profezia e una promessa. Questo gioco di testi e contesti è evidentemente inesauribile: non ci sono né repertori fissi che garantiscono la liturgia, né idee liturgiche che garantiscano i repertori. In un certo senso, come abbiamo visto, la “musica” è sicuramente funzione della parola, ma, altrettanto certamente e in modo più profondo e originario, la parola è funzione della “musica”. La emancipazione da una ristrettezza di funzione della musica per la liturgia può accadere soltanto superando il ristretto concetto di “musica d’uso” che – funzionalizzando l’arte – pone termine alla stessa esperienza musicale come vera risorsa liturgica.
Una delle caratteristiche della ritualità è comunque la intransitività, una sorta di “non-immediatezza” comunicativa, che attinge a registri dell’esperire e del comunicare che non sono affatto usuali.
Lo strumento della espressione musicale (come canto solo, come canto accompagnato e come musica solo strumentale), nell’interrompere la padronanza comunicativa che la parola rende inevitabilmente “alla portata” della Chiesa, articola e dispiega tutta la potenzialità della Parola, che le parole, da sole, non solo non adeguano, ma a lungo andare possono sempre tradire e sfigurare.
Per fare questa esperienza del musicale occorre uscire da visioni riduttive della azione rituale, che le sottraggono proprio la qualità di risorsa e che in qualche modo sanno fare della musica solo uno “strumento” della liturgia, perché possono fare della liturgia solo uno strumento della teologia. Una tale musica non è affatto risorsa della liturgia, perché la liturgia non è affatto risorsa né per la fede né per la teologia.
Invece, comprendendo la risorsa originaria della liturgia rispetto all’atto di fede, sapremo ridare alla musica il senso di risorsa originaria per la liturgia. Per far ciò, dobbiamo e dovremo uscire da ogni comoda visione funzionalizzante e strumentalizzante, tanto della musica quanto della liturgia.
Il compito è di sicuro non facile, ma del tutto appassionante e a lungo andare anche assai gratificante. Esso, oltrettutto, coincide con la fatica di concetto teologico (e di contatto pastorale) che il Movimento Liturgico ha introdotto nel XX secolo all’interno della esperienza ecclesiale. Per comprenderne la portata, possiamo lasciarci guidare dalle parole di un grande pensatore francese del secolo scorso – Maurice Merleau-Ponty – che suonano qui per noi quasi come una bella musica. In esse risuona d’un tratto questa lapidaria sentenza: “I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti”. Una chiesa che si dimostri “intelligente” e “sensibile” – cioè che sia cosciente di scoprire e di esprimere la propria comunione con Dio non solo con la testa ma anche con le mani, non solo con l’intelletto ma anche con il tatto – saprà comprendere fino in fondo che la liturgia non è uno strumento nelle sue mani, ma un suo organo fondamentale, e così farà anche della musica uno dei suoi organi aggiunti, bella risorsa di una liturgia ricondotta alla sua vocazione originaria di fons.

Navigazione articolo