Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Ma i preti cantano? Il canto del ministro che presiede

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Espressioni come presiedere la celebrazione, presbitero che presiede o altre similari, sono piuttosto recenti. In Musicam Sacram (=MS) la riscontriamo una sola volta al n. 14, ed è già rilevante: «Il sacerdote presiede la santa assemblea in persona di Cristo». In merito al canto, gli interventi del ministro che presiede riguardano: prima della celebrazione, una certa qual “regia” musicale concorrendo alla scelta delle parti cantate (cfr. MS 15); durante la celebrazione, il canto in dialogo con i fedeli e la partecipazione al canto dell’assemblea (cfr. MS 7, 16, 26).

L’atto di presiedere una celebrazione inizia prima di essa e colui che la presiede ne è il primo responsabile poiché deve guidare la preghiera di tutta l’assemblea, in tutte le sue espressioni. Per questo è suo compito preparare ogni azione liturgica non da solo, ma dialogando con «tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto» (MS 5), in questo caso con l’animatore del canto, il direttore del coro, l’organista, e gli altri ministri: chi presiede è chiamato a coordinare gli elementi (parole, gesti, canti…), e stimolare gli interventi dei fedeli e dei ministri. MS prevede, infatti, una serie di possibilità, dei gradi di partecipazione che dovrebbero essere di volta in volta vagliati per non cadere nel consunto programma canoro “inizio-offertorio-comunione-fine” con l’aggiunta “alleluia-santo”. La varietà delle modalità celebrative alle quali ci si riferisce (cfr. MS 7, 10, 16, 28) deve senza dubbio essere conosciuta e desiderata in primo luogo dal celebrante che presiede.

Durante la celebrazione, la natura gerarchica della Chiesa, rettamente intesa, sarà manifestata dal canto proprio di ciascun ministro, compreso quello del ministro ordinato che presiede. Il suo compito ministeriale richiamerà quel ministero già svolto dal Cristo in favore del suo popolo, quando pregherà a nome di tutta l’assemblea sollecitando la sua risposta: Amen! Purtroppo il canto dell’eucologia viene largamente considerato come un artificio, in primis dal clero. Ma viste le problematiche delle nostre assemblee, invece, ai pastori potrebbe quantomeno venire il dubbio che proprio questa possibilità musicale possa divenire utile per sottrarre i testi liturgici alla banalità di una lettura sciatta e incolore, all’ovvietà stereotipata delle formule e delle risposte ripetitive. L’alto compito di queste preghiere dialogate è quello di “annodare” l’assemblea celebrante. Non si tratta, pertanto, di briciole da lasciar cadere o di riti da osservare in maniera formalistica: il ministro ordinato che presiede l’assemblea dialoga con Dio e dialoga con i fedeli. L’equilibrio sincero, vero e umile del canto presidenziale viene garantito anche dalla musica che porta la sua preghiera, poiché se il canto assembleare può certamente far uso della poesia e del fascino dei ritmi, che il canto del coro arricchirà con il suo apporto, il canto del ministro che presiede si serve di una linea melodica sobria. Egli non è un virtuoso. Poche note, poche formule melodiche bastano alla sua preghiera o al suo rendimento di grazie.

Per i presbiteri che volessero scommettere sull’efficacia pastorale del loro canto liturgico, allego la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

Il canto dei fedeli: tra il tutto e il niente, una partecipazione “per gradi”?

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Continuiamo il nostro approfondimento dell’Istruzione Musicam sacram (= MS). Al netto dei suoi problemi, il documento riesce ad  individuare ogni via possibile per promuovere la partecipazione attiva dei fedeli mediante il canto e ciò traspare in primis laddove si afferma che «nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la Schola cantorum che per i fedeli», bisogna «tenere conto delle possibilità di coloro che devono cantare» (MS 9).

Per favorire il canto dei fedeli, in quattro diversi paragrafi MS chiede di valutare l’opportunità di una partecipazione “per gradi”: questo dettato costituisce una degli apporti più significativi di MS. Vi sono infatti «diversi gradi» tra la celebrazione «nella quale tutto ciò che richiede il canto viene di fatto cantato, e la forma più semplice» (MS 7); pertanto conviene variare i gradi di partecipazione «secondo la solennità dei giorni e delle assemblee» (MS 10); infine, per ragione di ordine pastorale, «vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione» (MS 28), scostandosi non poco dalla rigida distinzione di Messa solenne, cantata, letta (pur non abolendola). L’indicazione di principio su ciò che va anzitutto cantato, viene data da MS laddove si chiede di cominciare da quelle parti «che per loro natura sono di maggiore importanza» (MS 7), cioè quelle dove si manifesta maggiormente la natura comunitaria della liturgia: le risposte cantate dal popolo al canto dei ministri, e il canto di questi insieme ai fedeli. Lo stesso sarà affermato più avanti: «Comprenda prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e alle preghiere litaniche; inoltre le antifone e i salmi, i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i cantici» (MS 16). Per condurre «i fedeli alla partecipazione piena al canto» MS 28 si mantiene coerente al principio dato. Pertanto, tra ciò che viene indicato come il primo grado di partecipazione al canto della Messa – oltre alle parti spettanti a chi presiede – vengono appunto inseriti i dialoghi (al saluto iniziale, al prefazio, al Pax Domini e al congedo), e ciò che i fedeli devono convenientemente cantare insieme ai ministri e la Schola: il Sanctus, l’Amen al termine della dossologia della preghiera eucaristica, e il Pater noster con l’embolismo. Il secondo grado comprende la restante parte dell’Ordinario: in prima battuta Kyrie, Gloria, Agnus Dei, poi il Credo e, volendo, la preghiera dei fedeli. Il terzo grado comprende il canto del Proprio e le letture della Sacra Scrittura.

C’è da osservare che, mentre MS 32-33 in vario modo sollecita la partecipazione di tutta l’assemblea ai canti del Proprio, magari «con ritornelli facili» oppure sostituendo «con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale», uso a quel tempo già in vigore con indulto in varie parti (e a questa possibilità si rifaranno ben presto le Conferenze episcopali), non così avviene per i canti che costituiscono l’Ordinario. Ad essi si riferisce MS 34: «Se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla Schola nel modo tradizionale, cioè “a cappella” o con accompagnamento». Ci troviamo di fronte ad una formulazione di compromesso. Infatti sono in principal modo le “Messe” polifoniche, composte dal rinascimento fin alla prima metà del ‘900, a costituire quel «patrimonio della musica sacra» che si deve conservare, e che soltanto una Schola altamente preparata le può eseguire. Il minimo che si poteva fare in sede di redazione di MS, per non uscire dai principi posti da Sacrosanctum Concilium, era la collocazione dell’inciso: «Purché il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto» (MS 34).

Perché l’azione liturgica è “più nobile” se celebrata in canto? Risponde MS

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Chiedendo un’attenzione privilegiata al canto dell’assemblea liturgica – canto di popolo e ministri -, Musicam Sacram (= MS) sottolinea l’importanza dei diversi interventi canori: «l’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo» (MS 5). Rimarchiamo la menzione della partecipazione dei fedeli, la più trascurata nell’arco storico del secondo millennio cristiano; ma dobbiamo dedicare attenzione all’affermazione secondo cui la «forma più nobile» è data dal canto assembleare, qui messo in luce nella sua articolazione ministri-popolo (vedi), e non nel canto solo di qualcuno, solo del coro o solo dei fedeli. Sempre in MS 5, troviamo esplicitate, in una sorta di elenco, le ragioni per le quali la celebrazione è resa «più nobile» quando è in canto da cui possiamo anche comprendere in che cosa consista questa maggiore nobiltà. Riporto il testo di MS con un breve commento:

  • «La preghiera acquista un’espressione più gioiosa»; la preghiera liturgica diventa più saporosa e intensa. Il canto esprime molto di più che le semplici parole, ed è indubbio che il canto sia un gesto impegnativo e per questo più coinvolgente.
  • «Il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente»; nell’assemblea liturgica ci si riconosce l’uno di fronte all’altro nella propria diversità e, in questo senso, vengono meglio manifestate le diversità dei ministeri qualora ciascuno canti le parti che gli spettano. Cantare è un “saper perdersi” (cioè un rinunciare alla gestione autonoma del proprio tono di voce, del ritmo, dell’intensità, ecc…) per ritrovarsi in una nuova unità. Cantare è uscire da se stessi per affidarsi alla fraternità ecclesiale, fidarsi di essa, arricchirsi di essa, aderire ad essa.
  • «L’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci»; interessante osservazione. L’impegno sinceramente posto nell’unire la propria voce a quella degli altri, realizza e approfondisce la comunione fraterna. Solo una matura concezione della partecipazione attiva  può approvare tale affermazione, per la quale l’azione influisce sull’intenzione; al contrario, una certa schematizzazione, che procede da una mai sopita sfiducia nel corpo, la negherebbe con forza.
  • «Gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre»; occorre ripensare alla funzione della bellezza dell’espressione artistica e ai suoi effetti sull’animo umano. Un canto scelto con cura e ben eseguito o un brano strumentale collocato in modo pertinente nella celebrazione possiedono un grande potere penetrante. Tutte le arti hanno questo potere; ma la musica ha una potenza impressiva ed espressiva ineguagliabile;
  • «Tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste». Tra i modi con cui il linguaggio biblico descrive la condizione dei salvati vi è certamente il riferimento al canto: si pensi ad es., al canto nuovo davanti al trono dell’Agnello nella visione descritta nell’Apocalisse. La liturgia terrena ha il compito di esserne l’anticipazione profetica.

Inoltre, MS 5 si rivolge – con un certo vigore – ai pastori affinché «si sforzino in ogni modo di realizzare questa forma di celebrazione»: si vuole che queste istanze siano prese sul serio. Infine, lo stesso paragrafo chiede ai pastori di preparare le celebrazioni con cura e, soprattutto, non da soli: «d’accordo tra tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto». Vengono in tal modo implicitamente condannate scelte di comodo, ispirate solamente alla faciloneria e all’improvvisazione.

Canto dell’assemblea o dei fedeli? Cosa ne dice Musicam Sacram

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Seppur originata in un contesto non del tutto sereno a causa delle diverse posizioni di liturgisti e musicisti, Musicam Sacram (= MS) lascia trasparire il suo forte carattere pastorale nei continui riferimenti alla «partecipazione attiva» dei fedeli. La parola «assemblea» compare 13 volte; «fedeli» 43 volte; «popolo» 23 volte. Leggendo il documento è possibile notare qualche oscillazione di significato attribuito al termine «assemblea»: con esso si vuole, in linea di massima, intendere «la Chiesa riunita per celebrare», popolo e ministri – questa deve essere considerata l’accezione più profonda e più teologicamente ricca del termine – ma talvolta sembra che si voglia anche semplicemente far riferimento ai «fedeli». Tuttavia, è riscontrabile una certa attenzione a non considerare come sinonimi questi diversi termini, che difatti non lo sono. Riaffermare qui che con il termine «assemblea» si intende «popolo e ministri» è importante, sia per rifarsi al dettato generale di Sacrosanctum Concilium, sia per abbandonare con decisione certe visioni tendenzialmente clericali delle azioni liturgiche. Il radunarsi in assemblea è il concreto manifestarsi della Chiesa fatta di persone numerose e diverse. Dunque, anche in ordine alla musica liturgica e ai suoi “attori”, è giusto mettere al centro quest’attenzione.

Dopo aver affermato che «le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa», in MS 16 leggiamo: «Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede». Il testo ricorda il tema della partecipazione mediante il canto, e il soggetto di tale azione è «l’assemblea tutta»; la partecipazione al culto cristiano, infatti, non conosce spettatori. MS accosta il canto assembleare al senso di solennità e di festa che questo conferisce alla celebrazione, dimensioni sulle quali bisogna soffermarsi: il solenne sarà altro rispetto a ciò che è ordinario e il festoso sarà altro rispetto a ciò che è quotidiano.  Ma queste dimensioni non saranno garantite né da particolari ornamenti cerimoniali o musicali, né da riferimenti a ciò che va di moda; non dall’esterno, ma dall’interno della celebrazione nascono la solennità e la festa, e a tale dinamica il canto assembleare giova grandemente. Questo è tra i più importanti e fondamentali compiti ministeriali di una musica che si voglia dire “liturgica”.

Musicam Sacram e l’azione liturgica

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Tracciando una relazione dell’attività della Cappella Sistina al Concilio, Mons. Bartolucci, Maestro Direttore Perpetuo della Cappella, dice del grande plauso incontrato con le proprie esecuzioni presso i Padri Conciliari, plauso «inatteso e soprattutto di grande conforto! Si vuole che il popolo sia attivo, come se l’attività dell’uomo non fosse altro che muovere le braccia, le gambe, la bocca, e non vi fosse una sua attività più profonda, più umana, più essenziale: quello dello spirito».
Quando canta, è risaputo che la Cappella Sistina non fa stonature; ma che possa dirsi altrettanto quando scrive in prosa? Stando infatti a questa prosa del Maestro Perpetuo, la «liturgia, concreta sequenza di azioni pratiche, di orazioni e di letture» e di canto del popolo, sarebbe solo un «muover le braccia, le gambe, la bocca» (cosa muovono i cantori della Sistina? N.d.R).

Inizio la mia trattazione di Musicam  Sacram (= MS) con questo breve affaccio sui contrasti che caratterizzarono il tempo conciliare e post-conciliare, per farcene un’idea, in qualche modo. Il testo è uno stralcio di un vivace articolo pubblicato da Rivista Liturgica nel 1964 (2, p. 250-254), con il quale si intese rispondere alle osservazioni polemiche poste dal maestro Bartolucci, le quali oppongono ad una malintesa partecipazione attiva, il primato dello spirito. Come se muovere le braccia, le gambe, e la bocca non potessero essere attività profonde, pienamente umane ed essenziali. Il Vaticano II aveva invece guadagnato una nuova consapevolezza in ordine alla liturgia ed al suo essere azione di Cristo e della Chiesa, vedendo nella partecipazione attiva dei fedeli il superamento di qualunque dualità “spirito-corpo”. La celebrazione liturgica, nel suo darsi rituale, è azione; piuttosto, dovremo dire che la nostra prassi celebrativa ancora stenta a riappropriarsi dell’atto liturgico, anche in ordine al canto e alla musica.

Certamente MS risente del clima arroventato in cui fu redatta e dell’epoca nella quale vide la luce: anni di transizione anche da un punto di vista culturale e sociale, e di passaggio ad un modo più profondo di intendere la liturgia e, conseguentemente, la funzione della musica sacra. In essa si possono riscontrare passaggi che evidentemente sono il frutto di compromessi fra visioni diverse; argomentazioni che talvolta conseguono al dettato di Sacrosanctum Concilium (= SC), e che altre volte sembrano rimandare a istanze precedenti. Tuttavia l’Istruzione rimane la magna charta della musica e dei musicisti postconciliari, alla quale costantemente si riferiscono tutti i libri liturgici riformati venuti dopo la sua pubblicazione.

MS è composta da 69 paragrafi, suddivisi in un proemio (1-4) e nove capitoli:
I. Alcune norme generali (5-12);
II. I partecipanti alle celebrazioni liturgiche (13-26);
III. Il canto nella celebrazione della Messa (27-36);
IV. Il canto dell’Ufficio divino (37-41);
V. La musica sacra nella celebrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali, in particolari azioni sacre dell’anno liturgico, nelle celebrazioni della parola di Dio e nei pii e sacri esercizi (42-46);
VI. Quale lingua usare nelle azioni liturgiche celebrate in canto, e come conservare il patrimonio di musica sacra (47-53);
VII. La preparazione delle melodie per i testi in lingua volgare (54-61);
VIII. La musica strumentale (62-67);
IX. Le Commissioni per la musica sacra (68-69).

Tra gli apporti più significativi del documento può essere annoverato MS 13, il quale mette in luce l’aspetto celebrativo della liturgia e come la Chiesa si presenta in essa. Rifacendosi all’insegnamento di SC, ribadisce che «le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa», la quale, quando è riunita in assemblea per la celebrazione, «è popolo santo radunato e ordinato sotto la guida del vescovo o del sacerdote». In riferimento a questo paragrafo, è possibile notare come anche i vari ministri, tenendo conto della loro diversità, contribuiscono a manifestare la Chiesa e sono considerati parte dell’assemblea. MS ne distingue alcuni, a partire dai ministri ordinati (non viene citato il ministero diaconale, che ancora attendeva di essere riscoperto), per poi procedere ad una sorta di elenco non necessariamente esaustivo: «i ministranti, il lettore, il commentatore e i membri della Schola cantorum». Ma il capitolo della ministerialità rimane tutt’ora aperto, anche dopo la pubblicazione di specifici documenti. Uno dei compiti che ancora ci attende, infatti, è fare in modo che «ciascuno, ministro o fedeli, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC 28), cogliendo l’invito a fare in modo che in ogni celebrazione si osservi la verità dei ministeri, si rispetti il ruolo di tutti riconoscendo il valore dell’assemblea liturgica e della sua articolazione ministeriale.

Musicam Sacram a 50 anni dalla pubblicazione: approfondimenti

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Il prossimo 5 marzo ricorrerà il 50° anno dalla pubblicazione di Musicam Sacram, l’Istruzione del “Consilium” e della Congregazione dei Riti inerente l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II in materia di musica sacra. Spero che tale ricorrenza sia colta come un’occasione di formazione da non lasciarsi sfuggire, a nessun livello.

Inizio il 2017 anche sul blog, dunque, con il proposito di dedicarmi settimanalmente a questa Istruzione, da qui al suo anniversario, osservando come le istanze di Sacrosanctum Concilium siano state recepite nell’immediato post-concilio e quali soggetti nella comunità celebrante siano stati particolarmente chiamati in causa al fine di promuovere la «partecipazione attiva» per mezzo del linguaggio musicale. Scopriremo un documento che un po’ risente dei suoi anni e per questo potremmo talvolta “sentirlo” distante dalle attuali prassi celebrative, ma che soprattutto risente dell’epoca nella quale fu redatto – i primissimi anni della riforma liturgica – e dei problemi che allora dovette affrontare: si trattava di mettere a punto le giuste modalità partecipative dei fedeli al riparo dalle sperimentazioni più spericolate, e nello stesso tempo sostenere la causa conciliare rispetto a posizioni intransigenti, che ritenevano minacciato il patrimonio della musica sacra. D’altro canto Musicam Sacram, in ambito liturgico-musicale, è il documento post-conciliare tutt’ora più completo, che non manca di essere portatore d’istanze ancora oggi irrisolte e che, al fine della «partecipazione attiva» invocata da Sacrosanctum Concilium, attendono attuazione.

Canto e “partecipazione attiva”

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Pubblico il mio intervento del 17 novembre al Seminario di Alba sul tema Musica sacra liturgica: dimensioni, esperienze, orizzonti. Ho pensato che tentare di mettere a fuoco il tema della partecipazione attiva in riferimento alla musica e quindi al canto, potesse tornare utile allo scopo poiché sicuramente ne è una dimensione. Farò riferimento alle nostre esperienze comuni e tenterò di mettere in luce quale compito ci aspetta. Sono personalmente convinto che la grande maggioranza dei problemi che ci troviamo ad affrontare con gli “addetti ai lavori” – tolti quelli che nascono da fragilità umane di vario tipo – hanno come comune denominatore il riferimento ad un’inadeguata modalità di partecipazione.

Vi propongo un approccio di tipo storico, per venire poi a delineare due modelli di partecipazione.

L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli compare per la prima volta nel Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X. Siamo nel 1903. Questo sgombra immediatamente il campo da conclusioni affrettate ed estremamente superficiali, sia di “destra” sia di “sinistra” – si passi l’allusione -, che attribuiscono l’istanza al Concilio Vaticano II. Tuttavia, durante il pontificato di papa Sarto, la richiesta di «partecipazione attiva» rimane una meteora poiché, pur fornendo delle indicazione pratiche, egli non esplicita cosa intenda porre all’attenzione quando la sollecita nei «sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa», quale «fonte» di «vero spirito cristiano». Già Pio X, quindi, ha voluto colpire una situazione non più sostenibile, così come fece anche Pio XI nella sua Costituzione apostolica Divini cultus: «Occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori». Ma come attuarla e perché è necessaria questa partecipazione?

Un approfondimento da parte del magistero arriva dopo 44 anni con Pio XII nelle sue due encicliche Mediator Dei (1947) e Musicae sacrae disciplina (1955): entrambe accolgono, seppur con molta prudenza, le acquisizioni fino ad allora maturate dal Movimento liturgico. In questi documenti si delinea il nostro primo modello di partecipazione. L’argomentazione di fondo istituisce il doppio binario del culto interno e di quello esterno, e di conseguenza presenta la partecipazione dei fedeli distinguendo quella interna da quella esterna (o attiva). La prima è fondamentale e la si ottiene con l’attenzione dell’anima al senso della celebrazione, e cioè, con un movimento interiore e strettamente personale, intimo, di ciascun fedele; la seconda, la partecipazione esterna o attiva, si aggiunge e perfeziona quella interna, e consiste nel rispondere alle parole del sacerdote e ai canti che vengono eseguiti. La debolezza di tale modo di intendere la partecipazione, sta proprio in questa disgiunzione, che stabilisce il primato della partecipazione interna, peraltro non legata al rito ma allo “stato d’animo” del fedele, il quale può in effetti procurarselo in vari modi, in una sorta di parallelismo devozionale fatto di preghiere private. Questo modello, che Pio XII ha codificato ma che già da secoli segnava profondamente la spiritualità cattolica, ha fatto sentire il suo influsso fino a noi che, lo ammettiamo o no, ne siamo per molti versi condizionati. Lo è il clero e, non sembri strano, lo sono pure i giovani. L’elemento canoro nelle nostre celebrazioni ne è l’esempio lampante. Secondo il modello appena esposto, il canto è sì un qualcosa di desiderabile, ma non veramente necessario; è accessorio. Dunque, se ciò che conta è la preghiera e la devozione personale, si può utilizzare questo accessorio in vario modo e, dallo stesso principio si può arrivare a scelte diametralmente opposte. Esempio: Canto al Vangelo. Per un’occasione importante la Corale polifonica della parrocchia di Santa Lucia esegue l’Hallelujah tratto dal Messiah di Haendel; per altra occasione il coretto degli animatori dell’oratorio della stessa parrocchia ripropone per l’ennesima volta Alleluia, la festa siamo noi (delle lampadine) di Giombini. Gli uni criticano la scelta degli altri: «Ma pensano di essere ad un concerto?» – «E’ ora di finirla con queste canzonette!» – «Cantano sempre in latino! (anche se il testo di Haendel è in inglese)» – «Queste chitarre sono insopportabili!». Discussioni infinite, che non si possono contare. Eppure la vera questione, non è il latino, l’inglese o l’italiano, l’organo o la chitarra, e nemmeno che una composizione sia un’opera d’arte e l’altra no. Il paradosso è che le due scelte illustrate nell’esempio, sembrerebbero sottendere chissà quali opposte e inconciliabili concezioni di liturgia, ma in realtà sono nient’altro che le due facce di una stessa medaglia. L’identico e forse inconsapevole presupposto è che “il cantare” non abbia nulla a che vedere con il rito, e che in fondo, il senso della celebrazione lo si colga altrove o lo si conosca già; dunque, si canterà sulla base di altri criteri: gli uni avranno scelto quel brano per “fare solennità”, e gli altri per “ricreazione”. In realtà non c’è differenza. Questo deve essere molto chiaro, per non cadere nei vicoli ciechi delle solite diatribe.

Per la visione teologica della liturgia che nel frattempo si è maturata, alla fine degli anni ’50 lo schema di lettura offerto da Mediator Dei non è più sufficiente, e l’annuncio del Concilio Vaticano II viene salutato come occasione per affrontare ed approfondire il tema. La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha voluto percorrere una via decisamente nuova nell’offrire la propria comprensione della liturgia e nell’indicare tutta l’azione liturgica quale mediazione necessaria e ineludibile per “entrare in contatto” con Dio. Essa abbandona decisamente lo schema interna/esterna e mostra un secondo modello di partecipazione. La serie assai rilevante di aggettivazioni che Sacrosanctum Concilium utilizza per descrivere la partecipazione all’azione liturgica, lascia infatti intendere che il documento voglia far cadere le formulazioni fino ad allora utilizzate. Esso non afferma un senso della celebrazione previamente dato, da afferrare con la mente, ma piuttosto da comprendersi per ritus et preces (attraverso i riti e le preghiere; SC 48). Per questo la partecipazione sarà detta attiva, comunitaria, fruttuosa, consapevole, facile, pia, piena, proporzionata all’età e alla cultura. La «partecipazione attiva», lungi dall’essere intesa come un “fare qualcosa”, è piuttosto quel “lasciarsi prendere” dalla forma rituale, cioè dal rito nel suo complesso, fatto di preghiere, canto, gesti, ascolto, movimenti del corpo, silenzio… Dunque il canto avrà il suo senso innanzitutto perché rituale, contribuendo così a dare forma alla celebrazione. La forma rituale, infatti “dice” qualcosa in ordine alla fede. Parole e gesti, tempi e spazi, e quindi il canto, influiscono sulla fede dei celebranti. Pertanto, in sede di “programmazione”, ci si dovrà domandare quale voglia essere il contributo della dimensione sonora (canto e musica) al fine di una celebrazione fruttuosa, e quale immagine di Chiesa si voglia far trasparire, tenendo presente che non vi è niente di più solenne e festoso che il canto di una concreta assemblea nel suo insieme, poiché questa è manifestazione della Chiesa. Gli interventi canori assembleari e in particolar modo quelli “dialoganti”, enfatizzano questa natura comunitaria della liturgia, del suo essere “Chiesa radunata”. Pertanto, anche tutto l’aspetto musicale deve essere pensato in riferimento all’immagine di “assemblea celebrante”.

Quali orizzonti? Di sicuro la recezione di tutte queste prospettive è un cammino lento e ancora lungo. Papa Francesco, in una recente intervista, ha detto che «la Chiesa – dicono gli storici – per metabolizzare un concilio, necessita mediamente di 100 anni: siamo a metà». Questa recezione implica l’acquisizione di una competenza nel celebrare. A questo aspetto si è dedicato anche il magistero più recente, nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, affermando l’ars celebrandi quale migliore condizione per la partecipazione attiva. L’arte del celebrare deve comprendere la forza dei riti, innescare il potenziale in essi nascosto, in un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzarne il lato più “corporeo”, non-verbale, emotivo e, in questo, canto e musica.

Il canto: anzitutto mattoni e calce

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Mi sono recentemente trovato nella situazione di dover rendere con un’immagine la funzione del canto nella liturgia.

Vedete questa nostra bella Cattedrale? Noi ne ammiriamo le decorazioni e gli affreschi, ma guardate bene: osservate le mura, le colonne, i capitelli, gli archi. Tutto questo è fatto con mattoni e calce: sono questi a dare alla nostra Cattedrale la sua forma. Se non ci fossero le mura, neanche gli affreschi potrebbero esserci.

Quando parliamo di canto liturgico il discorso quasi subito scivola sui “canti”: inizio, offertorio, comunione. Come il visitatore distratto che si sofferma solo sugli affreschi. Non che ciò che è dipinto non sia importante, al contrario è espressione di fede. Anche “i canti” lo sono o dovrebbero esserlo: tuttavia sono momenti nei quali facilmente entra in causa il gusto personale, la preferenza per questo o quell’autore, dove si sceglie con criteri non proprio ortodossi. E allora da affreschi, questi canti si riducono a fregi, orpelli e ornamenti di questo o quello stile, diventando insignificanti o superflui nella celebrazione. E’ quanto mai urgente e importante, allora, invitare a soffermarsi sul canto in quanto atto del cantare e in quanto codice sonoro della celebrazione, essenziale per la sua forma. Cioè pensare al canto come ai mattoni e alla calce, elementi semplici e anche nascosti ma che posizionati uno sull’altro e uniti conferiscono alla Cattedrale la sua forma. Che brutta una celebrazione in-forme, come una tenda che si affloscia su se stessa: mai significativa se non grazie a cause esterne che talvolta aggiungono pathos, come una qualche festa o ricorrenza.

In che modo il canto contribuisce a dare forma alla celebrazione? Se l’invocare, il supplicare, l’acclamare, il proclamare, il dialogare, diventano quello che sono. Il canto permette che prendano la loro forma. Davvero troppo e oltre ogni ragionevole limite, condanniamo tutto al “dire” che può andare bene per lo spiegare e al massimo per il narrare, ma non per tutti i diversi modi di presa di parola che incontriamo nella celebrazione. Queste hanno bisogno del canto! Anche se solo di poche note.

Il canto: mattoni e calce per dare forma alla celebrazione (come il silenzio, i gesti e i movimenti del corpo…).

San Pio X, papa

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Oggi, se non fosse domenica, sarebbe la memoria liturgica di San Pio X: con l’occasione ricordo questo grande pastore riprendendo, con molta sintesi, il suo insegnamento nel campo della musica liturgica.

Il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, divenne papa il 4 agosto 1903. Parlando dei suoi atti si è talvolta utilizzata la parola “rivoluzionario”, per indicare, magari con una punta di esagerazione, l’audacia di molte delle sue riforme. Non si fa per nulla attendere il suo Motu proprio Tra le sollecitudini, emanato il 22 novembre 1903; da convinto ceciliano qual era, riprende non solo gran parte dei convincimenti già espressi a Venezia, ma fa qui confluire le idee migliori e più esigenti dei ceciliani dell’Ottocento, riuscendo a far sì che il documento costituisse il punto di arrivo e il coronamento dell’impegno di tutto il movimento liturgico-musicale, assai sviluppato in Europa, ma osteggiato in Italia. Le difficoltà non si attenuano negli anni a venire, ma con il suo Motu proprio, Pio X offre un radicale impulso per un’autentica riforma in ambito musicale, diventando punto di riferimento per il cammino ecclesiale fino al Concilio Vaticano II.

La musica è per la liturgia, la liturgia è per il popolo, l’assemblea liturgica è per la lode di Dio: Pio X ristabilisce l’ordine giusto fra musica, liturgia, assemblea, Dio. Inoltre precisa le caratteristiche della musica sacra nei termini di: santità, bontà delle forme/artisticità, universalità. In particolare si esige l’esclusione di ogni profanità. Pertanto la musica, nella sua forma, deve aderire alle funzioni dei diversi gesti rituali e non abusare per ampiezza affinché per mezzo suo i fedeli “siano più facilmente eccitati alla devozione”, e i testi cantati devono sempre essere comprensibili ad essi che ascoltano. Viene riconosciuta una identità ministeriale ai cantori, i quali svolgono un “vero ufficio liturgico”, ma ne sono tuttavia escluse le donne. E’ comunque da sottolineare l’attenzione data al popolo, la cui partecipazione, per attingere alla fonte dello spirito cristiano, deve essere “attiva”: l’espressione fa qui la sua felice comparsa in un documento ufficiale, per essere d’ora in poi costantemente ripresa e specialmente approfondita dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Notiamo i termini che nel pensiero del papa sottolineano l’importanza della liturgia vissuta dai fedeli, la quale è intesa come “partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa”; come tale la liturgia è la sorgente dello spirito cristiano, anzi “sua sorgente prima e indispensabile e che “la musica è parte integrande della liturgia”.

Ma queste parole non furono davvero comprese, almeno in un primo tempo. Non ci meravigliamo di questa difficoltà, visto che lo stesso insegnamento del magistero, in materia liturgica, non era poi così univoco. Inoltre, la locuzione “partecipazione attiva” compare un’unica volta non solo nel documento in oggetto, ma nell’intero magistero di Pio X. Ci voleva tempo. Ciò che è certo, è che neanche nella basiliche romane, si era molto prossimi all’ideale liturgico e musicale espresso da Pio X nel suo Motu Proprio, se lui stesso ebbe modo di lamentarsene con il cardinale vicario: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero neppure nei concerti profani di minor conto”.

Rito ed emozione del canto

emozione

Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

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