Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Ma i preti cantano? Il canto del ministro che presiede

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Espressioni come presiedere la celebrazione, presbitero che presiede o altre similari, sono piuttosto recenti. In Musicam Sacram (=MS) la riscontriamo una sola volta al n. 14, ed è già rilevante: «Il sacerdote presiede la santa assemblea in persona di Cristo». In merito al canto, gli interventi del ministro che presiede riguardano: prima della celebrazione, una certa qual “regia” musicale concorrendo alla scelta delle parti cantate (cfr. MS 15); durante la celebrazione, il canto in dialogo con i fedeli e la partecipazione al canto dell’assemblea (cfr. MS 7, 16, 26).

L’atto di presiedere una celebrazione inizia prima di essa e colui che la presiede ne è il primo responsabile poiché deve guidare la preghiera di tutta l’assemblea, in tutte le sue espressioni. Per questo è suo compito preparare ogni azione liturgica non da solo, ma dialogando con «tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto» (MS 5), in questo caso con l’animatore del canto, il direttore del coro, l’organista, e gli altri ministri: chi presiede è chiamato a coordinare gli elementi (parole, gesti, canti…), e stimolare gli interventi dei fedeli e dei ministri. MS prevede, infatti, una serie di possibilità, dei gradi di partecipazione che dovrebbero essere di volta in volta vagliati per non cadere nel consunto programma canoro “inizio-offertorio-comunione-fine” con l’aggiunta “alleluia-santo”. La varietà delle modalità celebrative alle quali ci si riferisce (cfr. MS 7, 10, 16, 28) deve senza dubbio essere conosciuta e desiderata in primo luogo dal celebrante che presiede.

Durante la celebrazione, la natura gerarchica della Chiesa, rettamente intesa, sarà manifestata dal canto proprio di ciascun ministro, compreso quello del ministro ordinato che presiede. Il suo compito ministeriale richiamerà quel ministero già svolto dal Cristo in favore del suo popolo, quando pregherà a nome di tutta l’assemblea sollecitando la sua risposta: Amen! Purtroppo il canto dell’eucologia viene largamente considerato come un artificio, in primis dal clero. Ma viste le problematiche delle nostre assemblee, invece, ai pastori potrebbe quantomeno venire il dubbio che proprio questa possibilità musicale possa divenire utile per sottrarre i testi liturgici alla banalità di una lettura sciatta e incolore, all’ovvietà stereotipata delle formule e delle risposte ripetitive. L’alto compito di queste preghiere dialogate è quello di “annodare” l’assemblea celebrante. Non si tratta, pertanto, di briciole da lasciar cadere o di riti da osservare in maniera formalistica: il ministro ordinato che presiede l’assemblea dialoga con Dio e dialoga con i fedeli. L’equilibrio sincero, vero e umile del canto presidenziale viene garantito anche dalla musica che porta la sua preghiera, poiché se il canto assembleare può certamente far uso della poesia e del fascino dei ritmi, che il canto del coro arricchirà con il suo apporto, il canto del ministro che presiede si serve di una linea melodica sobria. Egli non è un virtuoso. Poche note, poche formule melodiche bastano alla sua preghiera o al suo rendimento di grazie.

Per i presbiteri che volessero scommettere sull’efficacia pastorale del loro canto liturgico, allego la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

Il canto: anzitutto mattoni e calce

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Mi sono recentemente trovato nella situazione di dover rendere con un’immagine la funzione del canto nella liturgia.

Vedete questa nostra bella Cattedrale? Noi ne ammiriamo le decorazioni e gli affreschi, ma guardate bene: osservate le mura, le colonne, i capitelli, gli archi. Tutto questo è fatto con mattoni e calce: sono questi a dare alla nostra Cattedrale la sua forma. Se non ci fossero le mura, neanche gli affreschi potrebbero esserci.

Quando parliamo di canto liturgico il discorso quasi subito scivola sui “canti”: inizio, offertorio, comunione. Come il visitatore distratto che si sofferma solo sugli affreschi. Non che ciò che è dipinto non sia importante, al contrario è espressione di fede. Anche “i canti” lo sono o dovrebbero esserlo: tuttavia sono momenti nei quali facilmente entra in causa il gusto personale, la preferenza per questo o quell’autore, dove si sceglie con criteri non proprio ortodossi. E allora da affreschi, questi canti si riducono a fregi, orpelli e ornamenti di questo o quello stile, diventando insignificanti o superflui nella celebrazione. E’ quanto mai urgente e importante, allora, invitare a soffermarsi sul canto in quanto atto del cantare e in quanto codice sonoro della celebrazione, essenziale per la sua forma. Cioè pensare al canto come ai mattoni e alla calce, elementi semplici e anche nascosti ma che posizionati uno sull’altro e uniti conferiscono alla Cattedrale la sua forma. Che brutta una celebrazione in-forme, come una tenda che si affloscia su se stessa: mai significativa se non grazie a cause esterne che talvolta aggiungono pathos, come una qualche festa o ricorrenza.

In che modo il canto contribuisce a dare forma alla celebrazione? Se l’invocare, il supplicare, l’acclamare, il proclamare, il dialogare, diventano quello che sono. Il canto permette che prendano la loro forma. Davvero troppo e oltre ogni ragionevole limite, condanniamo tutto al “dire” che può andare bene per lo spiegare e al massimo per il narrare, ma non per tutti i diversi modi di presa di parola che incontriamo nella celebrazione. Queste hanno bisogno del canto! Anche se solo di poche note.

Il canto: mattoni e calce per dare forma alla celebrazione (come il silenzio, i gesti e i movimenti del corpo…).

Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

La Messa finale della GMG 2016 a Cracovia. L’avete vista?

messa gmg cracovia

Qualche considerazione sull’aspetto musicale della Messa finale della GMG a Cracovia, presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae. Una celebrazione che ha la caratteristica della straordinarietà per via dell’assemblea formata pressoché da giovani, per il numero dei partecipanti (2.000.000 di persone?) e per il vastissimo spazio all’aperto necessario a contenere tutti. Progettare questa celebrazione, in modo tale da offrire la possibilità di una partecipazione attiva ai convenuti, è una bella sfida. Da quanto ho potuto osservare dall’esterno, mi pare che il programma musicale abbia dimostrato di essere in sintonia con l’aspetto festoso tipico di ogni GMG, ma senza concessioni a banalità o esagerazioni. Ad esempio, si può notare un uso abbondante di strumenti a percussione, non a sproposito, quanto piuttosto ad evidenziare l’aspetto ritmico delle composizioni, ma anche l’utilizzo della lingua latina nelle parti cantate e non della Messa (i giovani erano supportati da un libretto per la partecipazione alla GMG), come è ravvisabile nel Messale preparato per la GMG oltre che dal video di Youtube. I canti si possono ascoltare anche su Soundcloud. Nella celebrazione è stata eseguita la Missa Ioannis Pauli II composta da H. J. Botor, definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. Il gigantesco coro e l’orchestra – entrambi giovanili, evidentemente – hanno dimostrano di essersi preparati bene all’evento, e gli organizzatori hanno colto l’occasione per offrire ai musicisti una ricca esperienza di crescita. Tutto ben lontano dalle italiche chitarre fai-da-te a cui i nostri giovani sono tanto abituati, non per colpa loro, quanto piuttosto per l’inesistente impegno della pastorale – non solo giovanile – nel campo della formazione liturgico-musicale. Speriamo che anche su questo versante la GMG 2016 possa essere di esempio e portare qualche frutto.

Riti di introduzione

Prima dell’ingresso del Santo Padre il coro ha proposto Niech Pan udzieli mocy swemu ludowi (C. Paciorek) – Il Signore dia forza al suo popolo -,  un canto ostinato, fresco e gioioso, dal testo molto breve, nell’intento – presumo – di aiutare la massa di giovani a sintonizzarsi con l’imminente inizio della celebrazione. A tal fine si sono anche adoperati due commentatori, in varie lingue. Durante la processione d’ingresso, invece, si canta l’Inno del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordes sicut Pater! (Inwood).  Dopo l’atto penitenziale viene il Kyrie eleison (Botor). La composizione rispetta bene e valorizza con la giusta sobrietà la forma litanica: ogni proposta ripete due volte “Kyrie-Christe” all’unisono, mentre la risposta è prevista in polifonia (ma la parte principale, Soprani e Assemblea, riprende la stessa melodia della proposta). Il Gloria (Botor), assai brioso, viene intonato da un solista, e prosegue festoso all’unisono, ma anche a cori alterni, sia uomini/donne che unisono/polifonia. La composizione è anche breve (poco più di 2′): in tal modo non appesantisce i riti di introduzione.

Liturgia della Parola

La prima lettura viene proclamata in italiano e la seconda lettura in portoghese ma in entrambi i casi si conclude cantando Verbum  Domini – Deo gratias sulla melodia gregoriana. Il salmo responsoriale è cantato in polacco, accompagnato dal solo suono dell’organo: le strofe ricalcano un modulo gregoriano, il ritornello è semplice e viene cantato anche dal coro ad una voce. L’acclamazione al Vangelo utilizza un Alleluia (Botor) che si protrae abbondantemente (circa 2′) e tuttavia per il tempo giusto data la circostanza, in modo molto vivace: manca però il versetto. Il Vangelo viene cantato in polacco ma il saluto e l’annuncio con relative risposte (Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. Lectio sancti Evangelii secundum Lucam. Gloria tibi Domine) vengono cantati in gregoriano, così come la conclusione (Verbum Domini. Laus tibi Christe). A questo punto segue la proclamazione del Vangelo in paleoslavo: al canto del diacono risponde un coro femminile. Per la professione di fede si canta il Credo III gregoriano. La preghiera dei fedeli è ben curata e valorizzata con interventi appropriati dei diversi ministri: viene introdotta dal Santo Padre in latino; a questi segue un diacono che con melodia gregoriana esorta l’assemblea a pregare secondo le intenzioni proposte, che vengono lette da alcuni fedeli in diverse lingue; ad ognuna di esse segue l’invocazione del cantore e la preghiera dell’assemblea con il ritornello Kyrie eleison (Kyrie 10 dal repertorio di Taizé).

Liturgia eucaristica

Una preghiera dei fedeli così ben posta apre significativamente alla liturgia eucaristica. La processione dei doni è accompagnata dal canto in lingua polacca Jezu Ufam Tobie (Klamarz-Botor) – Gesù confido in te: le strofe sono destinate ad un solista, mentre il ritornello è facilmente cantabile da tutti. Il prefazio non è cantato, viste le note difficoltà di Papa Francesco. Il Sanctus (Botor) è una composizione brillante: l’esecuzione si caratterizza per un hosanna in excelsis insistentemente ripetuto e coinvolgente, anche con un cambio di tonalità. L’acclamazione Misterium fidei, la dossologia Per ipsum e il Pater noster sono cantati in gregoriano, ma non viene cantato il Quia tuum est regnum. Il diacono invita allo scambio della pace cantando Offerte vobis pacem con melodia gregoriana. Segue l’Agnus Dei (Botor), con melodia distesa e serena; la prima proposta viene cantata dalle donne, la seconda dagli uomini, la terza insieme sempre all’unisono; la risposta (miserere nobis e dona nobis pacem) è cantata dal coro in polifonia, tuttavia è bene intendibile la parte destinata all’Assemblea, semplice e ripetuta sempre due volte. Il canto alla comunione, anch’esso in lingua polacca, è Oto są baranki młode (Gałuszka) e, a seguire, Adoro te devote (gregoriano). Dopo il silenzio e il raccoglimento, la scelta è quella di proporre il canto Jesus Christe you are my life (Frisina) in stile decisamente più pop.

Riti di conclusione

Dopo l’orazione si canta Abba ojcze (Gora) inno della GMG 1991 di Czestochowa, che accompagna la consegna missionaria delle lampade a giovani rappresentanti dei vari continenti. Dopo l’Angelus e l’allocuzione conclusiva del Santo Padre, viene cantato Beati i misericordiosi! (Blycharz) inno della GMG 2016 di Cracovia.

Video della celebrazione su Youtube
Canti della GMG su Soundcloud
Messale della GMG
Libretto dei partecipanti della GMG (in inglese)

Ancora sul Giubileo dei ragazzi e delle ragazze

papa francesco giubileo ragazzi

Questa mattina ho chiesto ad una ragazza quattordicenne, partecipante alle giornate del recente Giubileo dei ragazzi e delle ragazze, quale cosa più di tutte le fosse piaciuta. Immediatamente mi dice: “La Messa in piazza San Pietro!”. Vista la spontaneità della risposta, rilancio su che cosa l’abbia più colpita di quella Messa. Risposta: “Tutto!”. La sollecito ancora un paio di volte a cercare qualcosa in particolare, ma tra i suoi ricordi non riesce a conferire ad alcuni elementi più importanza che ad altri. Ci sarebbe troppo da raccontare. E questa è una buona cosa, a mio avviso, nel senso che una celebrazione deve coinvolgere a vari livelli e sotto diversi profili, senza che qualche aspetto travalichi gli altri. Allora le chiedo dell’omelia del papa, se ricorda qualche sua parola. Lei annuisce: “Dio vi vuole in piedi, sempre in piedi!”. Infine, il mio interesse mi spinge ad interpellarla sui canti. Lei non si scompone: “Sono abituata – mi dice – sono canti che conoscevo perché li ho già sentiti qui in parrocchia e in cattedrale”.

Riporto questa breve esperienza, poiché ancora una volta ne conseguo che i ragazzi non abbiano bisogno di “canti-per-ragazzi” ma di educazione al canto di tutti.

Prima melodia per il rito della Messa

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Canto e musica esprimono un investimento sulla forma dell’atto liturgico che sposta l’azione su un piano “altro”. La peculiarità del canto liturgico, alla fin fine, sta proprio in questo: nel consentire il superamento del livello meramente informativo del “dire”. Infatti, non solo e non tanto per uno scambio di contenuti verbali si legge, si dialoga, si interagisce nella celebrazione, ma per instaurare la relazione tra Dio e l’assemblea. Ciò è particolarmente evidente nell’intonazione dell’eucologia o nella proclamazione cantata delle letture: una modalità di “prendere la parola” tipica del contesto rituale, che alla relazione Dio-popolo contribuisce a dare forma sacramentale, immettendo nella dimensione simbolica della liturgia. La seconda edizione italiana del Messale Romano (1983) riporta le melodie per il canto dei ministri in dialogo con l’assemblea: purtroppo, la scelta di collocarne la notazione in appendice, “ad experimentum”, non ne favorisce l’utilizzo e solo debolmente smentisce quella inespressa quanto diffusa idea – o di essa ne è conseguenza – che ancora intende il canto come un elemento superfluo ed accessorio alla celebrazione, un suo ornamento per la solennità o una ricreazione dei fedeli. La Conferenza Episcopale Italiana ha anche pubblicato un sussidio musicale (1993), sconosciuto ai più, contenente tutte le melodie finora edite nei libri liturgici in italiano, acquistabile anche online.

Prima melodia per il rito della Messa:
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Kyrie eleison: la litania del Signore misericordioso

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Nell’anno del Giubileo Straordinario della Misericordia mi pare importante che gli operatori musicali della liturgia considerino meglio ed approfondiscano il significato e l’uso liturgico della litania Kyrie eleison, tradotto in italiano, impoverendone la portata, con “Signore pietà”.

Nel linguaggio comune, infatti, si identifica la misericordia con il perdono: ciò non è sbagliato ma non rende piena ragione della ricchezza che il termine possiede nell’Antico Testamento, in virtù dell’esperienza d’Israele. Per esso, “misericordia” è compassione e fedeltà. Il primo termine, in ebraico raḥamîm, esprime l’attaccamento istintivo di una persona ad un’altra: secondo i semiti questo sentimento ha sede nel grembo materno, nelle viscere paterne. E’ la tenerezza che si traduce in atti: in compassione, pazienza, perdono, comprensione. Il secondo termine, ḥesed, designa la relazione che unisce due persone ed implica fedeltà. Pertanto la misericordia ha una base solida: non solo eco di un istinto di bontà, che può ingannarsi, ma anche bontà cosciente e voluta, fedele a se stessa. Entrambi i termini ebraici vengono molto spesso tradotti in greco con una parola che nel Nuovo Testamento significa anch’essa misericordia: èleos, da cui deriva la supplica liturgica Kyrie eleison. Nelle varie lingue parlate i termini raḥamîm, ḥesed, èleos, subiscono traduzioni che oscillano dalla misericordia all’amore, passando per la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà, e perfino la grazia di Dio. Per queste ragioni occorre valutare se per la litania dei riti di introito non sia più opportuno utilizzare l’acclamazione in greco, rispetto alla sua traduzione italiana – lecita ma limitativa – così come avviene per altri termini quali amen, alleluia, osanna (mantenuti in ebraico) e come fanno le liturgie che dai greci hanno preso la formula, come ad esempio la liturgia copta e la liturgia etiopica.

Per San Tommaso d’Acquino misericordia in latino è miserum cor, cuore rattristato, ricordando che San Giovanni Damasceno ravvisa nella misericordia una forma di tristezza: è il con-rattristarsi del Cristo che nella sua carne attua il grande amore del Padre: “Vedendo le folle ne sentì misericordia perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36); “sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì misericordia per loro” (Mt 14,14); “essendoci di nuovo molta folla, disse: Sento misericordia per questa folla (Mc 8,2). Sentì misericordia, cioè visse con loro la tristezza nel loro vivere. “Kyrie eleison… essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti” (OGMR 52). Ma nel Kyrie eleison non si disgiunga l’acclamare il Signore dall’implorare la sua misericordia, così come il Messale pare che appena giustapponga l’acclamazione e l’implorazione. Commenta Cabasilas:

Misericordia è che mentre eravamo ancora peccatori (Rm 5,6-11), il Padre, ricco di misericordia per il grande amore con il quale ci ha amati (Ef 2,4), ha donato il suo Unigenito (Gv 3,16); il quale non soltanto ha avuto misericordia della nostra situazione ma se ne è fatto socio e partecipe essendo stato egli stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi (Eb 4,15). Quando si è manifestata la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati per sua misericordia (Tt3,4-5). Così, chiama misericordia la carne che ha assunta.

Misericordia è il farsi carne del Figlio Unigenito. Misericordia è il Signore, o come dice papa Francesco in altro contesto: “Il nome di Dio è misericordia”. A tal riguardo, interessantissimo a mio parere è il fatto che nei manoscritti antichi, il testo sia scritto in una sola parola kyrieleison e che la musica gregoriana abbia rispettato questo elemento di filologia sviluppando a volte un melisma considerevole sulla e che garantisce il legame delle due parole Kyrie ed eleison. 

Uso

Oltre a quanto detto sopra, riporto per intero quanto scrive l’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 52:

Dopo l’atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore.
Ogni acclamazione viene ripetuta normalmente due volte, senza escluderne tuttavia un numero maggiore, in considerazione dell’indole delle diverse lingue o della composizione musicale o di circostanze particolari. Quando il Kyrie eleison viene cantato come parte dell’atto penitenziale, alle singole acclamazioni si fa precedere un «tropo».

Dunque, il Kyrie eleison è un canto che si omette solo se ha fatto parte dell’atto penitenziale qualora sia stata utilizzata la terza formula: Kyrie-Christe con “tropo”, cioè aggettivazioni del Cristo, illustrazioni della persona del Signore. Diversamente la litania non fa parte dell’atto penitenziale, ma lo segue. L’attuale rito della Messa prevede sei invocazioni (due Kyrie, due Christe, due Kyrie) alternate: tre come proposta e tre corrispondenti, come risposta e si lascia libertà di aumentare il numero delle acclamazioni, secondo l’opportunità. Tuttavia mai venga sottratta all’assemblea la sua implorazione e si valuti con attenzione l’utilizzo dei Kyrie polifonici, poiché solo in qualche caso viene rispettata la forma e la funzionalità litanica.

Alleluia?!

alleluia lampadine

Nell’affrontare questioni liturgico-musicali mi sono sempre promesso di motivare le mie affermazioni: cercherò di farlo anche in questo articolo, nel quale tratterò – per scoraggiarne l’utilizzo, dico subito –  del canto Alleluia. La nostra festa, detto “delle lampadine”, a motivo del simpatico gesto che l’accompagna. Testo e adattamento di Stefano Varnavà su musica di autore ignoto, in La nostra festa. Canti di festa per la preghiera comunitaria dei ragazzi, pubblicato da Rugginenti nel 1983.

Non entro nel merito di ciò che attiene specificamente all’aspetto musicale anche se è evidente che la composizione non ha molte pretese. Se venisse considerata una canzonetta per bimbi, buona per iniziare un loro momento di aggregazione, non le si farebbe certamente un torto. Comunque già il sottotitolo della raccolta è significativo: si deduce che i canti sono dedicati alla “preghiera comunitaria”  – che è cosa diversa dalla celebrazione liturgica – “dei ragazzi”, cioè occasioni nelle quali costoro siano presenti in modo esclusivo, o quasi. Ho interpretato male la volontà del compositore? Non credo. Anzi, ritengo, piuttosto, che non rispettino la volontà dell’autore coloro che – in buona fede, per carità – utilizzano questo brano a Messa come Canto al Vangelo, per di più in celebrazioni con variegata partecipazione di popolo. Ma non solo: non si rispetta neanche la volontà della Chiesa per i motivi che più avanti tenteremo di intuire. Ecco, intanto, le parole del canto in oggetto:

Alleluia.
La nostra festa non deve finire non deve finire e non finirà. (2 v.)
Perché la festa siamo noi che camminiamo verso te.
Perché la festa siamo noi cantando insieme così: la la la la la la.
Alleluia.

Contenuto del testo
Se ci si ferma al contenuto, sembra di riscontrare una visione superficiale della realtà, accanto ad un assai debole riferimento al trascendente, non meglio specificato: ciò sarà del tutto coerente con l’antropologia e la spiritualità cristiana, ed educativo alla vita secondo il Vangelo? Ad ogni modo, non dobbiamo certo scomodare le grandi tragedie umanitarie per accorgerci che in realtà la festa può finire, eccome.
Piuttosto è qualcos’altro a rimanere, seppure nascosto in mezzo alle difficoltà dell’esistenza: “La gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.” (Papa Francesco, Evangelii gaudium). La “gioia” è altra cosa dalla “festa delle lampadine”. E’ la gioia della fede, la gioia che viene dall’essere amici di Gesù: gioia che viene ravvivata, nel Canto al Vangelo, dal fatto che il Signore sta di nuovo per parlare, donando ai credenti ancora una volta la sua Parola.
La conseguente spinta a muoversi verso gli altri, viene proprio da qui, poiché è questa gioia che porta ad andare verso il prossimo portandogli in dono ciò che si è ricevuto. Invece, tornando al nostro canto, riscontriamo che alla festa segue un “cantando insieme: la la la la la la”. Non mi dilungo, e credo che non ci sia molto da aggiungere.

Pertinenza liturgica
In primo luogo, per quello che attiene all’utilizzo liturgico di questo canto, possiamo confrontarci con l’Ordinamento generale del Lezionario Romano, chiedendoci: che cosa fanno i credenti riuniti quando cantano l’Alleluia? Leggiamo: “L’Alleluia, costituisce un rito o atto a se stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per rivolgere a essa la sua parola, ed esprime con canto la sua fede” (OGLR 23). In poche parole ci viene detto quale sia la ragion d’essere del Canto al Vangelo. Tutti tesi al Signore che sta per parlare, quindi, e non al “noi che cantiamo la, la, la”. Sia ben chiaro: accogliere e salutare il Signore è un atto comunitario, e quindi azione di un noi. Ma l’Alleluia “delle lampadine” distrae l’assemblea, nel senso che la distoglie da ciò che dovrebbe accadere: porta a guardare a se stessi quando invece si dovrebbe volgere lo sguardo a Gesù.
In secondo luogo, occorre notare che il testo del Canto al Vangelo si trova nel Lezionario, incastonato tra le letture: dopo il Salmo Responsoriale nei giorni feriali oppure dopo la Seconda lettura nelle domeniche e nelle solennità. Ebbene, il testo del versetto, non è un elemento neutro, ma prezioso. Vale a dire che, il Canto al Vangelo, insieme agli altri testi della Liturgia della Parola, concorre a creare il contesto entro cui quel dato brano evangelico sarà proclamato. Per questo motivo non è opportuno, salvo poche e misurate eccezioni, sostituire il testo del Lezionario con un altro, poiché altrimenti si alterano quelle coordinate che la liturgia intende offrire per la comprensione dei testi biblici.

Prima conclusione
Forse qualcuno potrebbe dire che me la sono presa fin troppo con un canto che, come io stesso ho rilevato più sopra, ha poche pretese. Non ne avrei motivo, in effetti, se fosse utilizzato di tanto in tanto in qualche raduno di ragazzi o al catechismo: al contrario, viene indebitamente e purtroppo molte volte inserito nelle celebrazioni liturgiche. E tuttavia, se il problema fosse solo questo, limitato all'”Alleluia delle lampadine”, non sarebbe nulla. Invece non è così, e l’aver trattato di questa canzoncina ha per me un valore simbolico. E’ fondamentale, infatti, dedicare del tempo per tentare di mettere a fuoco le questioni e comprendere meglio quale sia la posta in gioco. E’ vero che le strade del Signore sono infinite, ma l’inconsapevolezza con la quale troppo spesso ci si accosta al canto liturgico, è un fatto grave e persistente di fronte al quale occorre adoperarsi per porre rimedio.

Seconda conclusione
In base a quanto si è osservato a proposito del brano Alleluia. La nostra festa, si delineano almeno due princìpi generali, che espongo qui molto sinteticamente.
In primo luogo, i canti che si utilizzano nella celebrazione liturgica devono essere dottrinalmente solidi e, salvo limitate eccezioni, possedere un chiaro contenuto biblico.
In secondo luogo, occorre fare in modo che i canti si integrino bene con il contesto di una determinata liturgia almeno a due livelli:
a) livello testuale: sarebbe opportuno che i canti scelti tengano in debito conto Antifone d’ingresso, di offertorio e di comunione, letture bibliche, canti tra le letture: Salmo Responsoriale e Canto al Vangelo, eucologia. Tendenzialmente senza sostituire questi testi con altri;
b) livello rituale: il canto/musica deve unirsi in modo coerente a quello che si sta facendo. Se con la sua seduzione (o con il suo fastidio) invece distrae dall’azione liturgica, deviando su di sé sola l’attenzione dei partecipanti, ha fallito il suo compito.

Cosa cantiamo oggi a messa?

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Condivido un articolo per certi versi polemico, ma che segnala aspetti importanti per il canto liturgico. Ad integrazione di quanto sarà affermato qui di seguito, riporto ciò che il Messale Romano, significativamente afferma circa il canto d’ingresso, ma che è applicabile anche per il canto alla presentazione dei doni e alla Comunione: “Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale” (OGMR 48). Anticipando un’espressione dell’articolo qui sotto, i testi del Graduale non possono essere sostituiti “a piacere”, certamente, ma a determinate condizioni sì: è possibile utilizzare un altro testo anziché l’antifona ivi contenuta, che comunque dovrebbe rimanere un punto di riferimento indiscusso per la scelta dei canti più pertinenti e per le nuove composizioni. In ogni caso, colpisce che nel suo complesso questa indicazione venga completamente ignorata e disattesa, quasi che il Messale non fosse roba nostra, con la complicità difficilmente giustificabile di preti e vescovi.

Fonte: www.cantualeantonianum.com

La domanda che si pongono ogni domenica i cori parrocchiali, qualche minuto prima della messa, è proprio questa: “cosa cantiamo oggi”. Sfogliano il libretto dei canti e buttano giù la lista dal solito repertorio che va bene dal Battesimo del Signore a Cristo Re. Molti ancora sono -ahimè – irretiti dalla falsa idea che il modo di cantare oggi nelle nostre messe sia quello promosso dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica. NIENTE DI PIU’ FALSO e addirittura facilmente provabile. Per chi legge l’inglese c’è un bell’articolo qui. Altrimenti ve ne faccio una breve sintesi.
Per molti potrebbe essere una sorpresa sapere che ogni messa ha i suoi canti propri, i cui testi non sono cambiabili a piacere, mentre la musica può essere composta in modi differenti sempre rispettando però il testo proprio dei canti del giorno. La Sacrosanctum Concilium, in un numerello di quelli che nessuno legge, il 117, scrive così: “Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.”
E al numero 121, parlando dei musicisti compositori si dice: “Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.”
Per quanto riguarda il primo punto si fece un grande sforzo che produsse la revisione per la nuova messa del Graduale Romanum (1974), cioè il libro di canti gregoriani dell’ordinario della messa (kyrie, gloria…) e del proprio di ogni celebrazione eucaristica (i testi del graduale sono i testi propri della liturgia romana dei canti d’introito, di offertorio e di comunione). In più, per le comunità parrocchiali meno provviste in fatto di coro o esperienza canora, venne prodotto lo splendido Graduale simplex (I ed. 1967; II ed. 1975), che come dice il titolo è un libro di canti semplici per la messa (appropriati, più che strettamente propri).
Abbiamo così ben due serie di testi approvati, con relativa musica gregoriana. Ora non si capisce perchè tutti i libri liturgici del Concilio siano stati adattati nelle lingue vernacole e questi due importantissimi libri, che contengono testi che non si dovrebbero mutare a piacimento (SC 22,3), sono rimasti patrimonio degli esperti e dei circoli di liturgisti (il grassetto è mio, ndr).
Non è questione di gregoriano o meno, ma il fatto che le antifone e i salmi che le accompagnano per ogni messa non è intenzione del Concilio vengano dati in balia dei ragazzi del coro parrocchiale. Come invece è avvenuto per quarant’anni, con grave diseducazione al canto vero della liturgia romana e in barba alla volontà del Concilio. Infatti, la vera tradizione liturgica romana antica, prevedeva per la messa solo il canto di antifone e salmi, il tutto preso per il 90% dalla sacra Scrittura, non dalla mente fervida di poeti improvvisati. La musica invece poteva variare da luogo a luogo e di tempo in tempo, per adattarsi alle esigenze, tenendo presente però della preminenza e della guida della melodia gregoriana.
La costituzione apostolica di Paolo VI con cui promulga il Messale Romano rinnovato dice in proposito chiaramente: “Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato. … sono state adattate le Antifone d’ingresso e di Comunione per le Messe lette. “. Quelle infatti che troviamo scritte nei messali sotto il titolo di antifone di Ingresso e di comunione sono le antifone eventualmente da LEGGERE nelle messe in cui il proprio non dovesse essere cantato. Per questo motivo il messale non riporta l’antifona di offertorio, perché nelle messe lette non si prevede mai che essa venga letta: c’è solo se viene cantata, e infatti nei graduali ecco che puntualmente compare.
Se poi entriamo nel merito, potete rendervi conto di quanto sia mutilata la liturgia e la comprensione delle singole feste da quando esse hanno perso i canti propri che le hanno accompagnate e sostenute, come colonna sonora e testuale, per centinaia e centinaia di anni.
Riflettiamo e procuriamoci, almeno per conoscenza, i libri liturgici che ancora mancano in sacrestia, cioè i graduali.

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