Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

A parità di condizioni

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La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale (Sacrosanctum Concilium, 116).

La Costituzione conciliare sulla Liturgia precisa che il gregoriano è proprio della “liturgia romana”, ossia di una particolare tradizione liturgica della Chiesa romana. Questa condizione privilegiata del canto gregoriano, nonché la sua valenza di esemplarità anche per le nuove composizioni, è giustificata dal fatto che il suo repertorio è sorto nella fase in cui andavano fissandosi i testi stessi della liturgia, così che la liturgia romana di quell’epoca coincide con la sua forma cantata, e come tale è giunta a noi, (pur attraversando complesse vicissitudini storiche); nonché dalla sua qualità musicale e dal suo modo di aderire alla parola latina. Tuttavia l’espressione “a parità di condizioni” non è di facile comprensione. Anzi è un punto controverso: c’è chi lo sorvola come se semplicemente non esistesse o comunque minimizzando alquanto, e chi lo utilizza come una mannaia con la quale abbattere ogni benché piccolo utilizzo liturgico del canto gregoriano.

L’inciso in oggetto sembra implicitamente supporre che vi possa essere una pari condizione tra l’uso del gregoriano e l’uso di altri generi di musica e canto. Comunque lo si voglia interpretare, pare avere un valore limitativo: non si dà per il gregoriano un primato assoluto, ma relativo alle condizioni in cui viene utilizzato. Da quali fattori dipenderebbe questa parità di condizioni? Essi potrebbero riguardare la capacità esecutiva di coloro che cantano: sono in grado di sostenere questo canto come gli altri generi di canto, e a quale livello di qualità? Oppure di adesione culturale ai suoi valori musicali: chi appartiene ad altre tradizioni musicali è in grado di sintonizzarsi con questo repertorio? Oppure la conoscenza adeguata della lingua latina: si è in grado di comprendere il testo che si canta? Oppure il progetto celebrativo più generale che si intende perseguire: il canto gregoriano realizza allo stesso modo di altri generi musicali i valori celebrativi che si vogliono perseguire? Si deve supporre, inoltre, che tali condizioni non dovrebbero attribuirsi solo ad un coro preparato ma anche ad una comune assemblea di fedeli.

Tuttavia nell’agire pratico, riscontriamo preconcetti che non sono certo giustificabili: forse vi sarà capitato di interloquire con qualcuno che accusa il canto gregoriano di noiosità o incomprensibilità, ad esempio. Ci troviamo di fronte a semplificazioni non accettabili e che proprio non aiutano il discernimento. Certo, non è più pensabile di far partecipare i fedeli nel canto mediante il recupero e la restaurazione del gregoriano, così come Pio X (1903) auspicava: strada percorsa a fatica e con risultati deludenti. Ma neppure è serio ritenere che il canto gregoriano non abbia più nulla da dire al canto liturgico di oggi e che nulla di esso sia più cantabile. Anzi: senza fatica è possibile rinvenire in tale repertorio piccoli gioielli, eseguibili anche da un’assemblea media, in modo dignitoso, e comprendendo il testo cantato.

Il canto gregoriano

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Fonte: Famiglia Cristiana

Liturgia e Musica: un vincolo inscindibile. Un vincolo che subito porta all’idea del genere musicale dal nome più poetico che esista: il Canto Gregoriano. Due parole che evocano la pace, la meditazione e l’ascolto. Ma il Canto Gregoriano è soprattutto una linfa che percorre secoli di storia della Musica e della Liturgia. Ed è più che mai vivo ed attuale.

Lo dimostrano i partecipanti al 10° Congresso Internazionale “La Parola si fa suono” che si tiene a Lugano dall’8 al 12 settembre: provengono infatti da ogni parte del mondo. Giovanni Conti – musicologo e musicista, docente a Parma e Cremona, autore e responsabile di programmi per la radio e per la tv – è il Coordinatore scientifico del Congresso ed è vicepresidente della Società Internazionale di Studi sul Canto Gregoriano.

Per questo sa svelare le due anime del Gregoriano: quella musicale-filologica e quella religiosa. La prima, che è la ragion d’essere della Società, fa riferimento alla figura ed all’opera di un parroco svizzero attivissimo a Milano che ha dato nuova vita al Gregoriano e che il Convegno ricorda a 10 anni dalla scomparsa: “Luigi Augustoni è stato uno dei protagonisti insieme al francese Eugène Cardine del processo di decodificazione dei segni dei manoscritti originali del Gregoriano”, ci spiega. “Già nel 1800 si era compresa l’importanza di ritornare alle fonti medievali del Canto, ma non si conosceva il significato dei segni, se ne era persa la memoria: Augustoni capì il significato dei segni e ne comprese le indicazioni interpretative. Erano molto diversi dalla scrittura attuale della musica con la quale vengono solo indicate l’altezza e la durata del suono”.

C’è una relazione con la pratica religiosa? O ciò è nato solo da un’esigenza scientifica e filologica?
“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come il canto ufficiale della liturgia. Tanto che ne ha sempre stimolato lo studio: non per nulla esiste il Pontificio Istituto per la Musica Sacra. La ricerca però si preoccupa di recuperare il Gregoriano allo stato più antico, con un’operazione soprattutto musicologica e filologica. La pratica liturgica se ne potrà giovare, anche perché i libri della liturgia non sono aggiornati da questo punto di vista”.

Questo cosa significa per i fedeli?
“Significa che quando si sente cantare il gregoriano nelle chiese lo si sente con una prassi non fedele. Con melodie diverse dalle originali, con delle interpretazioni libere. Ci sono dunque delle realtà che fanno il Gregoriano alla loro maniera, come il Coro della Cappella Sistina. Il lavoro di Augustoni è andato nell’altra direzione ed ha cambiato il volto dell’interpretazione”.

L’interesse per questo recupero è mondiale…
“E’ vero, dopo 40 anni di esistenza ormai la nostra associazione è diffusa in tutto il mondo. Abbiamo soci ovunque, in Giappone, Sudamerica, negli Stati Uniti, in Germania, Paesi Bassi, Polonia, Spagna: e dove non ci sono gruppi molto numerosi, come per esempio in Svezia, i soci si appoggiano ad altre delegazioni come quella tedesca”.

Il Gregoriano è inscindibilmente legato alla liturgia. Però spesso si organizzano concerti di Gregoriano o si pubblicano cd. Come mai?
“Il concerto di Gregoriano è nato nel momento in cui non è stato possibile legare il Canto alla Liturgia. In realtà il concerto così come l’elevazione spirituale hanno una funzione ed un vantaggio: permettono di spaziare su un repertorio vasto ed accostare brani diversi. Cosa che non è possibile durante una celebrazione”.

E’ un tema molto dibattuto, grazie anche alle molte novità scritte oggi da compositori famosi ed agli interventi di papi come Benedetto XVI ed, ai tempi, Paolo VI: come dobbiamo intendere la musica liturgica? Ci sono regole, modelli?
“I modelli sono quelli classici, e non bisogna certo copiare o imitare: occorre riferirsi alla tradizione gregoriana, o alla polifonia rinascimentale. Questo è un marchio che fa della musica cattolica, “la musica cattolica”. Insomma non basta che la musica sia piacevole, o da film. Questi generi sono altro dalla musica liturgica, indipendentemente dal valore dei compositori che può essere elevato”.

La presenza italiana al Congresso sarà nutrita?
“In Italia abbiamo diverse realtà corali di livello professionale. In 36 anni abbiamo formato direttori di cori, coristi, cantori che hanno abbracciato questa teoria interpretativa. Ma quello che mi preme dire è che noi non facciamo dell’archeologia musicale. Non siamo dei nostalgici. Nella nostra Associazione ci sono credenti, ma anche non credenti. Ma tutti noi siamo consapevoli e non esuliamo né dalla liturgia né dai testi musicati: la Parola alla quale si fa riferimento è la Parola biblica. Ed è una Parola che diviene suono perché oggetto di meditazione e di profonda riflessione da parte di anonimi musicisti che su quegli spezzoni di frase hanno costruito infinite melodie. Ed ognuno ha vissuto e percepito in modo diverso la Parola, costruendo brani uno diverso dall’altro”.

Cosa cantiamo oggi a messa?

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Condivido un articolo per certi versi polemico, ma che segnala aspetti importanti per il canto liturgico. Ad integrazione di quanto sarà affermato qui di seguito, riporto ciò che il Messale Romano, significativamente afferma circa il canto d’ingresso, ma che è applicabile anche per il canto alla presentazione dei doni e alla Comunione: “Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale” (OGMR 48). Anticipando un’espressione dell’articolo qui sotto, i testi del Graduale non possono essere sostituiti “a piacere”, certamente, ma a determinate condizioni sì: è possibile utilizzare un altro testo anziché l’antifona ivi contenuta, che comunque dovrebbe rimanere un punto di riferimento indiscusso per la scelta dei canti più pertinenti e per le nuove composizioni. In ogni caso, colpisce che nel suo complesso questa indicazione venga completamente ignorata e disattesa, quasi che il Messale non fosse roba nostra, con la complicità difficilmente giustificabile di preti e vescovi.

Fonte: www.cantualeantonianum.com

La domanda che si pongono ogni domenica i cori parrocchiali, qualche minuto prima della messa, è proprio questa: “cosa cantiamo oggi”. Sfogliano il libretto dei canti e buttano giù la lista dal solito repertorio che va bene dal Battesimo del Signore a Cristo Re. Molti ancora sono -ahimè – irretiti dalla falsa idea che il modo di cantare oggi nelle nostre messe sia quello promosso dal Concilio Vaticano II e dalla riforma liturgica. NIENTE DI PIU’ FALSO e addirittura facilmente provabile. Per chi legge l’inglese c’è un bell’articolo qui. Altrimenti ve ne faccio una breve sintesi.
Per molti potrebbe essere una sorpresa sapere che ogni messa ha i suoi canti propri, i cui testi non sono cambiabili a piacere, mentre la musica può essere composta in modi differenti sempre rispettando però il testo proprio dei canti del giorno. La Sacrosanctum Concilium, in un numerello di quelli che nessuno legge, il 117, scrive così: “Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.”
E al numero 121, parlando dei musicisti compositori si dice: “Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.”
Per quanto riguarda il primo punto si fece un grande sforzo che produsse la revisione per la nuova messa del Graduale Romanum (1974), cioè il libro di canti gregoriani dell’ordinario della messa (kyrie, gloria…) e del proprio di ogni celebrazione eucaristica (i testi del graduale sono i testi propri della liturgia romana dei canti d’introito, di offertorio e di comunione). In più, per le comunità parrocchiali meno provviste in fatto di coro o esperienza canora, venne prodotto lo splendido Graduale simplex (I ed. 1967; II ed. 1975), che come dice il titolo è un libro di canti semplici per la messa (appropriati, più che strettamente propri).
Abbiamo così ben due serie di testi approvati, con relativa musica gregoriana. Ora non si capisce perchè tutti i libri liturgici del Concilio siano stati adattati nelle lingue vernacole e questi due importantissimi libri, che contengono testi che non si dovrebbero mutare a piacimento (SC 22,3), sono rimasti patrimonio degli esperti e dei circoli di liturgisti (il grassetto è mio, ndr).
Non è questione di gregoriano o meno, ma il fatto che le antifone e i salmi che le accompagnano per ogni messa non è intenzione del Concilio vengano dati in balia dei ragazzi del coro parrocchiale. Come invece è avvenuto per quarant’anni, con grave diseducazione al canto vero della liturgia romana e in barba alla volontà del Concilio. Infatti, la vera tradizione liturgica romana antica, prevedeva per la messa solo il canto di antifone e salmi, il tutto preso per il 90% dalla sacra Scrittura, non dalla mente fervida di poeti improvvisati. La musica invece poteva variare da luogo a luogo e di tempo in tempo, per adattarsi alle esigenze, tenendo presente però della preminenza e della guida della melodia gregoriana.
La costituzione apostolica di Paolo VI con cui promulga il Messale Romano rinnovato dice in proposito chiaramente: “Il testo del Graduale Romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è stato cambiato. … sono state adattate le Antifone d’ingresso e di Comunione per le Messe lette. “. Quelle infatti che troviamo scritte nei messali sotto il titolo di antifone di Ingresso e di comunione sono le antifone eventualmente da LEGGERE nelle messe in cui il proprio non dovesse essere cantato. Per questo motivo il messale non riporta l’antifona di offertorio, perché nelle messe lette non si prevede mai che essa venga letta: c’è solo se viene cantata, e infatti nei graduali ecco che puntualmente compare.
Se poi entriamo nel merito, potete rendervi conto di quanto sia mutilata la liturgia e la comprensione delle singole feste da quando esse hanno perso i canti propri che le hanno accompagnate e sostenute, come colonna sonora e testuale, per centinaia e centinaia di anni.
Riflettiamo e procuriamoci, almeno per conoscenza, i libri liturgici che ancora mancano in sacrestia, cioè i graduali.

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Qual è il futuro del canto gregoriano, vista l’attuale situazione di generalizzato abbandono? E’ possibile che il canto gregoriano diventi qualcosa in più che un ambito per specialisti o per amanti del settore? E cosa? Nel post precedente mi sono dedicato ad una sintesi di tipo storico: qui vorrei partire dalle sollecitazioni del Concilio Vaticano II.

Il paragrafo 116 della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riserva alcune parole al canto gregoriano, riconoscendolo come “canto proprio della liturgia romana” e stabilisce che ad esso deve essere riservato il “posto principale”, “a parità di condizioni”. Che cosa si intende? Le condizioni alle quali SC si riferisce riguardano la possibilità di favorire la partecipazione così come intesa nel documento: una partecipazione attiva (SC 11, 14, 19, 21, 27, 30, 41, 48, 50, 113, 114, 124), piena (SC 14, 17, 21, 41), che richiede un coinvolgimento integrale della persona (interna ed esterna: SC 19;  consapevole: SC 11, 14, 28), il più possibile comunitaria (SC 21, 26, 27, 42), accessibile ai fedeli (facile: SC 50, 79), ma che necessita di un intenso atteggiamento spirituale (pia: SC 19), proporzionata all’età, alla condizione, al genere di vita e gradi di cultura (SC 19). Con oggettività, pertanto, occorre verificare le “pari condizioni”, cioè se sia opportuno utilizzare il canto gregoriano piuttosto che interventi canori di altro genere. Ad un’attenta verifica, bisogna ammettere la difficoltà ad ipotizzare che il canto gregoriano possa essere largamente impiegato nel canto liturgico odierno, anche se la sua totale sparizione appare del tutto ingiustificata, frutto di preconcetti più che di discernimento oculato. Pur procedendo con prudenza, non è affatto difficile trovare in quel repertorio qualche “perla” che possa ancora oggi favorire la vera partecipazione liturgica.

Dunque, viste le scarse probabilità di un suo impiego massiccio nelle nostre assemblee, perché SC definisce il canto gregoriano come “canto proprio della liturgia romana”? E’ un’espressione inserita ad omaggio del passato, o indica qualcosa di prezioso per il futuro? Il canto gregoriano ha in SC il riconoscimento che gli spetta per la sua connessione al rito, che è indiscutibile; perché nato dalla preghiera e per le celebrazioni liturgiche; per l’inscindibile legame tra il testo e le melodie. Possiamo allora dire che il canto gregoriano è canto “proprio” della liturgia romana, innanzitutto perché è esemplare. Ecco il futuro del canto gregoriano. Con questa esemplarità occorre confrontarci, e confrontare i nostri repertori: sono ritualmente pertinenti? La musica è al servizio della liturgia? Il testo è valorizzato dal linguaggio musicale? Ispira alla preghiera in connessione con un preciso momento rituale? Come afferma Giacomo Baroffio, “il futuro si crea andando alle sorgenti. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di Dio che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. E’ la stessa Parola che il cantore innalza a Dio quale preghiera della Chiesa. E’ canto delle parole con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica”. Il canto gregoriano è esemplare perché è nato dal “bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di Dio più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge”.

Non si tratta, dunque, di affermare nostalgicamente la preziosità del canto gregoriano, lamentarsi per il suo scarsissimo utilizzo odierno e riproporre tout-court un repertorio di mille anni fa, ma nelle concrete situazioni occorre responsabilmente chiedersi: c’è qualcosa di meglio? Di più adatto? E perché?

Canto gregoriano

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Il canto gregoriano, oggi di fatto abbandonato dalle comuni assemblee liturgiche, continua a trovare forte interesse presso gli studiosi specializzati e conosce una certa divulgazione in ambito concertistico, anche se per un pubblico di “nicchia”. Come siamo arrivati a questo punto? E’ una vicenda lunga più di quindici secoli.

Il repertorio del canto cosiddetto “gregoriano”, si è formato lentamente lungo i secoli, fin dai primi secoli del cristianesimo a Roma per arrivare alle grandi rielaborazioni e creazioni carolingie a partire dal IX secolo e ai successivi contributi romani. Ha conosciuto la “concorrenza” del canto polifonico rinascimentale, e il declino dovuto alle nuove composizioni sacre – ad esso preferite – di epoca barocca e classica, e successivamente, in Italia, a causa delle melodie di sapore operistico. In questi secoli di decadenza, il canto gregoriano venne rimaneggiato grossolanamente a più riprese e abbruttito in vari modi nella prassi esecutiva rimanendo sì sempre in vigore, ma contaminato da una tradizione creatasi lungo i secoli, lontana da quella originale. Poi, agli inizi del novecento, per correggere gli abusi liturgico-musicali allora in essere, si affermò il movimento ceciliano. In quel periodo il canto gregoriano venne restaurato grazie a faticose verifiche storiche e filologiche, a coronamento delle quali, vennero pubblicati il Graduale e il Liber usualis, le nuove edizioni ufficiali del canto liturgico. L’allora Papa Pio X, nell’offrire la sua approvazione ai ceciliani e alla riscoperta del canto gregoriano, ebbe motivazioni squisitamente pastorali. In quei tempi, infatti, anche nelle basiliche romane si era molto lontani dal suo ideale liturgico, se lui stesso ebbe modo di lamentarsi: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero affatto neppure nei concerti profani di minor conto”. Pio X, era fermamente convinto che la soluzione a questa situazione potesse venire anche dalla riscoperta del canto gregoriano. Pertanto, nel suo Motu Proprio Tra le sollecitudini indicò: “Si procuri di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi”. Tuttavia, “anticamente” la lingua parlata di quei fedeli era il latino e, quella di rieducare il popolo al canto gregoriano, si rivelò un impresa che non raggiunse il suo fine. Al tempo di Pio X, liturgia e musica sacra erano ormai da secoli due aspetti, per così dire, disgiunti e indipendenti. Il canto dei fedeli, quale mezzo per l’auspicata partecipazione attiva dei fedeli (da Pio X, 1903, al magistero di Pio XII, 1958, la locuzione “partecipazione attiva” equivaleva a “partecipazione esteriore”) rimarrà qualcosa di desiderato ma solo un mezzo, eventualmente anche non necessario, per realizzare la “partecipazione interiore” ossia l’intima devozione dell’anima.

In questa frattura tra “interiore” e “esteriore” nella quale era ormai caduta la comprensione della partecipazione dei fedeli, cadrà anche la questione pastorale del canto gregoriano.

Il Concilio Vaticano II, riferendosi alla partecipazione liturgica con tutta una serie di aggettivi, permetterà il superamento di questa visione classica dualista; nel paragrafo 116 della Costituzione Sacrosanctum Concilium riserva alcune parole al canto gregoriano, riconoscendolo come “canto proprio della liturgia romana” e che pertanto “a parità di condizioni” ad esso deve essere riservato il “posto principale”. E’ possibile che il canto gregoriano diventi qualcosa in più che un ambito per specialisti o per amanti del settore? Ne tratterò in un prossimo post.

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