Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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La liminalità della musica liturgica

musica liminalità

Si può ritenere che il primo compito della musica liturgica (nella sua espressione sia vocale che strumentale) non sia propriamente e semplicemente quello di elevare l’animo dei fedeli, ma piuttosto  quello di strapparli dal loro mondo (interiore e/o esteriore) per far percepire loro il mondo simbolico del rito e collocarli all’interno di esso. Il coinvolgimento e l’elevazione spirituale dei celebranti dovrà passare attraverso questa condizione di turbamento emotivo, grazie al quale il nostro essere presenti a Dio, agli altri, al mondo viene sospeso e riattivato in modo nuovo. L’attuazione di questo compito può prodursi in molti modi, attraverso le molteplici strategie di cui dispone la musica. L’atto stesso di cantare può essere una prima soglia che, implicandoci corporalmente, ci strappa da una condizione preordinata e ci getta in una nuova situazione emotiva e relazionale. Anche con l’ascolto può aprirsi una breccia, purché sia un ascolto impressivo, un modo di lasciarsi raggiungere e toccare da ciò che ci circonda per diventare tutt’uno con questa realtà. La ricerca pastorale della partecipazione dovrà guardarsi con più attenzione dal rischio di accontentarsi di compiacere il gusto di qualcuno (sia esso ritenuto conservatore o innovatore) o di assestarsi sul minimo di capacità esecutive o di fruizione della musica, per promuovere piuttosto, con l’aiuto di chi è competente, sia la ricerca delle forme musicali adeguate sia l’educazione a servirsene. E’ un aspetto importante dell’ars celebrandi.

Fonte: Luigi Girardi, La liminalità della musica liturgica, in La liminalità del rito, a cura di G. Bonaccorso, ed. Messaggero Padova – Abbazia di Santa Giustina Padova, Padova 2014 (Caro Salutis Cardo. Contributi, 28), p. 269-292.

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Il patrimonio della musica sacra

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Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le scholae cantorum specialmente presso le chiese cattedrali; i vescovi poi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata in canto tutta l’assemblea dei fedeli possa dare la sua partecipazione attiva (Sacrosanctum Concilium, 114).

Si ritorna sul patrimonio della musica sacra, già esaltato al n. 112, per raccomandarne la conservazione e l’incremento. La conservazione dovrebbe tradursi nella possibilità di fruire ancora, seppure in diversi modi e occasioni (non solo liturgiche), dei canti che nel corso dei secoli sono stati prodotti e che sono giunti fino al tempo attuale. L’incremento dovrebbe prodursi sia con la composizione di nuovi canti o la loro assunzione da altre tradizioni (cf. SC 119 e 121), sia con lo studio ulteriore sulle fonti antiche.

Si capisce allora l’importanza data alle scholae cantorum, le quali svolgono “un vero ministero liturgico” (SC 29). Esse non solo arricchiscono la solennità delle celebrazioni, ma possono garantire l’esecuzione di alcune parti proprie previste dalla celebrazione e sono in grado anche di valorizzare i repertori della tradizione (quelli polifonici in particolare, ma anche il repertorio gregoriano più specifico). Ciò non significa però che si possono attribuire esclusivamente alle scholae cantorum la competenza e il compito del canto. Il coro, in quanto svolge un ministero, è all’interno dell’assemblea e ne è parte; anche per esso vale la regola richiamata in SC 28: “Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza”. La stessa collocazione del coro all’intero della chiesa deve mostrare questa integrazione del coro all’assemblea; lo chiarirà l’Istruzione Inter oecumenici al n. 97, dicendo: “La posizione della schola e dell’organo deve fare chiaramente risaltare che i cantori e l’organista fanno parte dell’assemblea dei fedeli; e sia tale che essi possano svolgere il loro ufficio liturgico nel modo più idoneo”.

Appare quindi decisivo anche l’appello finale di questo numero: curare diligentemente che in ogni celebrazione in canto “tutta l’assemblea dei fedeli possa dare la sua partecipazione attiva”. Si tratta di un principio fondamentale della costituzione, che, anche in relazione all’aspetto specifico del canto, era già stato indicato in SC 30: “Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni del popolo, le risposte, la salmodia, le antifone, i canti come pure le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo”.

Rileggendo questo numero può rimanere l’impressione che gli estensori, con un certo prudente equilibrio, abbiano voluto contenere tutto l’esistente e lasciare aperto lo spazio in tutte le direzioni: occorre conservare il patrimonio, ma anche incrementarlo; occorre promuovere le scholae cantorum, ma anche favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Le singole affermazioni sono certo plausibili, ma prese nel loro insieme possono sembrare, se non contraddittorie, almeno non facili da comporre tra loro. Sul problema del repertorio, la costituzione tornerà più avanti (nn. 116-119). In ogni caso, non sarebbe corretto semplicemente enfatizzare una sola di queste affermazioni (dato che la costituzione non la esclude) e farla diventare un criterio unico e assoluto, per legittimare una prassi che si disinteressa dagli altri criteri: ad esempio, legittimare un repertorio polifonico eseguito dalla schola in modo da escludere sistematicamente l’assemblea; o, il contrario, decidere una completa esclusione delle scholae in nome del canto assembleare. L’ermeneutica corretta del numero, per quanto difficile, deve risultare proprio dall’insieme delle parti e dalla tensione che esse producono. Così l’assemblea non è da intendere come un soggetto monolite che fagocita ogni altra ministerialità; nello stesso tempo, quello della schola è da intendere come un ministero dell’assemblea: può guidarla e sostenerla, può dialogare e alternarsi con essa, può accompagnare le sue azioni con esecuzioni appropriate.

In ogni caso, se si tiene presente l’intera costituzione, queste indicazioni non producono un equilibrio statico e paralizzato da istanze contrarie l’una all’altra. Vi è infatti un modello globale di celebrazione liturgica che SC delinea, tanto a livello di principi generali (c. I) quanto a livello di riforma concrete (cc. II-VII). A questo devono commisurarsi i singoli criteri contenuti in questo numero. Lo stesso patrimonio della tradizione musicale potrebbe contenere opere di grande valore, ma non rispondenti al modello celebrativo che si ispira ed è normato dalla riforma liturgica del Vaticano II. La sua custodia quindi non deve darsi necessariamente tramite l’uso liturgico.

Fonte: Luigi Girardi, in Serena Noceti e Roberto Repole (edd.), Sacrosanctum concilium – Inter mirifica (Commentario ai Documenti del Vaticano II, 1), EDB 2014, pp. 266-268.

da: Liturgia Opus Trinitatis, blog di Matias Augé

La musica liturgica in Italia

Antonio Parisi, La musica liturgica in Italia. Cinquant’anni di fatti, idee, speranze, Messaggero, Padova, 2013.

Segnalo questo libricino divulgativo e non impegnativo alla lettura, scritto da don Antonio Parisi, sacerdote e musicista dell’arcidiocesi di Bari-Bitondo, da circa trent’anni attivo a livello nazionale con vari incarichi presso l’Ufficio liturgico nazionale della CEI. L’interessante volumetto è uno strumento per la formazione attraverso una narrazione semplice e piacevole, accessibile a tutti, esperti e non, su questioni che la riforma liturgica ha posto a tema e su qualche problema che necessita ancora di attenzione: il canto dell’assemblea, gli strumenti, il gregoriano, il silenzio, il coro, la solennità, il repertorio, la formazione… La sua preziosità risiede anche nel fatto che aiuta a guardare a queste tematiche alzando lo sguardo al di là dei ristretti confini del proprio impegno a cui si può essere abituati.

Offro uno stralcio preso dal paragrafo dedicato al binomio giovani-liturgia:

Come poter operare e scegliere? Alcuni sacerdoti hanno risolto la questione con molta superficialità, accettando ogni sorta di canto, “perché così i giovani non scappano via”. Con simile premessa, ogni testo, ogni canto, ogni strumento, ogni ritmo, può avere cittadinanza liturgica. C’è il prete che lascia cantare tutto e soltanto un repertorio di gospel e spiritual, naturalmente in inglese; altri al contrario tutto e solo in gregoriano, naturalmente in latino. Come fare?

I lettori potranno avere la risposta, forse…

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