Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Un canto anche per il diacono, il lettore e il salmista? Sì, ma…

diacono-lettore-salmista

Continuiamo la nostra lettura di Musicam Sacram (=MS). Viene detto qualcosa a proposito del canto di questi ministri? Poche cose, diciamo subito, anche perché ai tempi di MS la riforma dei ministeri doveva ancora venire, con la conseguenza di una situazione che si presentava fluttuante.

MS non accenna al ministero del diacono. Brevemente, si può dire che al canto liturgico del diacono è applicabile quello che appartiene al canto del ministro che presiede, al netto di ciò che fa riferimento alla presidenza di una celebrazione eucaristica. Più nello specifico, il canto del diacono si attua per svolgere tre funzioni. Innanzitutto per invitare ed esortare i fedeli a prestare attenzione, ad assumere determinati atteggiamenti o compiere alcuni gesti. In secondo luogo per guidare la preghiera dei fedeli, sostenendo una parte da solista nel canto delle intenzioni, alle quali tutti risponderanno con una supplica. A lui infine, spetta di proclamare il brano evangelico: per ciò che concerne il suo canto, vale quanto verrà detto qui di seguito a proposito delle altre letture.

Del ministero dei lettori, MS ne parla solamente due volte: nell’elenco dato al paragrafo 13 per affermarne la particolare importanza, e in MS 26 affinché «proferiscano le parti loro assegnate in modo ben intelligibile». I termini di “lettore” o “lettura” non devono trarre in inganno: leggere nella liturgia, non è una qualunque pronuncia di un testo, ma una proclamazione pubblica della Sacra Scrittura che nella tradizione cristiana come in quella ebraica viene di regola cantillata. Insegna il Gelineau: «La cantillazione si presenta come un recitativo ritmico-melodico che si avvale di formule semplici e stereotipe adatte alle intonazioni, agli accenti importanti e soprattutto alla interpunzione e alle cadenze delle frasi». Come il ministro che presiede e il diacono, neppure il lettore è un virtuoso del canto. Egli trasmette un testo sacro a cui si sforza, con la musica, di conferire tutta la sua potenza misteriosa. Siccome la Sacra Scrittura non è il “suo” canto, la liturgia gli impone formule di cantillazione sobrie e tradizionali. Tuttavia, non sono poche le perplessità in merito al canto delle letture bibliche, spesso sconsigliato con motivazioni anche superficiali. Bisogna dire, tuttavia, che nel corpus delle nuove melodie del 1983 (poste in appendice al Messale) non esiste alcun schema melodico per le letture – che invece esiste per il Vangelo – se non l’intonazione per terminare acclamando. Si vuole forse escludere definitivamente la cantillazione? Si diffida della possibilità di un annuncio cantato, che apparirebbe troppo sacrale? Oppure si dubita (realisticamente) della capacità esecutiva, essendo invalsa l’abitudine di scegliere all’ultimo momento delle persone per le letture? Anche se si è imposto l’uso di non cantare le letture, resta il fatto che questa scelta non è certamente apportatrice di una prassi idilliaca. La questione rimane pertanto aperta.

MS non fa parola neppure per il canto del salmista, ma al paragrafo 16 inserisce «le antifone, i salmi, i versetti intercalari o ritornelli» tra le parti che prima di tutte manifestano la partecipazione attiva di tutto il popolo. Nella celebrazione eucaristica il salmo responsoriale viene demandato ad una figura particolare. Una maggior consapevolezza biblica ha aiutato a distinguerlo dalle altre letture, ma ancora troppo spesso a questo canto viene fatta mancare la melodia, magari anche al ritornello.

Allego nuovamente la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

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Ma i preti cantano? Il canto del ministro che presiede

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Espressioni come presiedere la celebrazione, presbitero che presiede o altre similari, sono piuttosto recenti. In Musicam Sacram (=MS) la riscontriamo una sola volta al n. 14, ed è già rilevante: «Il sacerdote presiede la santa assemblea in persona di Cristo». In merito al canto, gli interventi del ministro che presiede riguardano: prima della celebrazione, una certa qual “regia” musicale concorrendo alla scelta delle parti cantate (cfr. MS 15); durante la celebrazione, il canto in dialogo con i fedeli e la partecipazione al canto dell’assemblea (cfr. MS 7, 16, 26).

L’atto di presiedere una celebrazione inizia prima di essa e colui che la presiede ne è il primo responsabile poiché deve guidare la preghiera di tutta l’assemblea, in tutte le sue espressioni. Per questo è suo compito preparare ogni azione liturgica non da solo, ma dialogando con «tutti coloro che devono curare la parte rituale o pastorale o del canto» (MS 5), in questo caso con l’animatore del canto, il direttore del coro, l’organista, e gli altri ministri: chi presiede è chiamato a coordinare gli elementi (parole, gesti, canti…), e stimolare gli interventi dei fedeli e dei ministri. MS prevede, infatti, una serie di possibilità, dei gradi di partecipazione che dovrebbero essere di volta in volta vagliati per non cadere nel consunto programma canoro “inizio-offertorio-comunione-fine” con l’aggiunta “alleluia-santo”. La varietà delle modalità celebrative alle quali ci si riferisce (cfr. MS 7, 10, 16, 28) deve senza dubbio essere conosciuta e desiderata in primo luogo dal celebrante che presiede.

Durante la celebrazione, la natura gerarchica della Chiesa, rettamente intesa, sarà manifestata dal canto proprio di ciascun ministro, compreso quello del ministro ordinato che presiede. Il suo compito ministeriale richiamerà quel ministero già svolto dal Cristo in favore del suo popolo, quando pregherà a nome di tutta l’assemblea sollecitando la sua risposta: Amen! Purtroppo il canto dell’eucologia viene largamente considerato come un artificio, in primis dal clero. Ma viste le problematiche delle nostre assemblee, invece, ai pastori potrebbe quantomeno venire il dubbio che proprio questa possibilità musicale possa divenire utile per sottrarre i testi liturgici alla banalità di una lettura sciatta e incolore, all’ovvietà stereotipata delle formule e delle risposte ripetitive. L’alto compito di queste preghiere dialogate è quello di “annodare” l’assemblea celebrante. Non si tratta, pertanto, di briciole da lasciar cadere o di riti da osservare in maniera formalistica: il ministro ordinato che presiede l’assemblea dialoga con Dio e dialoga con i fedeli. L’equilibrio sincero, vero e umile del canto presidenziale viene garantito anche dalla musica che porta la sua preghiera, poiché se il canto assembleare può certamente far uso della poesia e del fascino dei ritmi, che il canto del coro arricchirà con il suo apporto, il canto del ministro che presiede si serve di una linea melodica sobria. Egli non è un virtuoso. Poche note, poche formule melodiche bastano alla sua preghiera o al suo rendimento di grazie.

Per i presbiteri che volessero scommettere sull’efficacia pastorale del loro canto liturgico, allego la Prima melodia della Messa e l’audio per ascoltarne le melodie.

Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

Pueri Cantores: educare al canto liturgico

pueri cantores asti

Dedicarsi all’educazione musicale e al canto dei bambini la ritengo una scelta pastorale quanto mai opportuna, soprattutto se teniamo conto delle ben poche e magari poco serie proposte che in ambito musicale la scuola italiana offre ai bambini, da decenni. E si vede. L’analfabetismo musicale è da noi alle stelle, e in nessun’altra nazione europea accade una cosa del genere: al contrario, diffusamente nelle scuole si impara la musica e a suonare uno strumento musicale (N.B. nulla a che vedere con le nostre spifferate al flauto dolce). Inutile dire che tale situazione si ripercuote, con le ovvie e deleterie conseguenze che ben conosciamo, anche sul terreno liturgico: infatti i bambini di ieri e dell’altro ieri, sono i giovani e gli adulti di oggi. Impegniamoci dunque per il domani: la capacità vocale dei bambini è una dote preziosissima che se coltivata con equilibrio, li aiuterà a crescere in “armonia”, e potranno esprimere al meglio la loro personalità. Il cantare favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé attraverso l’uso del corpo e della voce, stimola la concentrazione nell’ascoltare e nell’imitare. Il coro favorisce la socializzazione utilizzando la vocalità di gruppo non solo come fine ma anche come mezzo per “stare insieme” e assimilare le regole principali di comportamento: rispetto per gli altri, silenzio e pazienza, autoascolto e ascolto degli altri durante il canto.

Dunque, adoperarsi affinché i bambini familiarizzino con il linguaggio musicale ed aiutarli ad assaporare il bello educandoli al canto liturgico, è a mio avviso non solo opportuno, ma quanto mai doveroso. Attenzione! Non mi sto affatto riferendo al gruppetto dell’oratorio affidato ad un inesperto animatore. Costui, per quante buone disposizioni abbia, non sarà in grado di puntare agli obiettivi sopra esposti: farà un po’ di aggregazione, anche simpaticamente, e basta. Bisogna avere la volontà di pensare “in grande” magari uscendo dal proprio orticello e “fare squadra”, tanto più se ad una singola realtà mancassero le risorse necessarie per affidarsi ad una persona competente.

La buona notizia è che, finalmente, con il mese di ottobre 2016 prenderà il via ad Asti il progetto che l’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale dedica alle voci bianche. Per info vedi qui.

Prima melodia per il rito della Messa

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Canto e musica esprimono un investimento sulla forma dell’atto liturgico che sposta l’azione su un piano “altro”. La peculiarità del canto liturgico, alla fin fine, sta proprio in questo: nel consentire il superamento del livello meramente informativo del “dire”. Infatti, non solo e non tanto per uno scambio di contenuti verbali si legge, si dialoga, si interagisce nella celebrazione, ma per instaurare la relazione tra Dio e l’assemblea. Ciò è particolarmente evidente nell’intonazione dell’eucologia o nella proclamazione cantata delle letture: una modalità di “prendere la parola” tipica del contesto rituale, che alla relazione Dio-popolo contribuisce a dare forma sacramentale, immettendo nella dimensione simbolica della liturgia. La seconda edizione italiana del Messale Romano (1983) riporta le melodie per il canto dei ministri in dialogo con l’assemblea: purtroppo, la scelta di collocarne la notazione in appendice, “ad experimentum”, non ne favorisce l’utilizzo e solo debolmente smentisce quella inespressa quanto diffusa idea – o di essa ne è conseguenza – che ancora intende il canto come un elemento superfluo ed accessorio alla celebrazione, un suo ornamento per la solennità o una ricreazione dei fedeli. La Conferenza Episcopale Italiana ha anche pubblicato un sussidio musicale (1993), sconosciuto ai più, contenente tutte le melodie finora edite nei libri liturgici in italiano, acquistabile anche online.

Prima melodia per il rito della Messa:
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Ascoltare – Cantare – Celebrare

cantare celebrare

Propongo alla vostra attenzione un testo di Universa Laus, il cosiddetto “Documento II”, pubblicato nel 2002, dal titolo: La musica nelle liturgie cristiane. Nella declinazione dei tre verbi – ascoltare, cantare, celebrare – viene messo in luce l’aspetto comunitario, interpersonale e ministeriale della liturgia, offrendo non pochi spunti di riflessione.

Universa Laus è un’associazione internazionale che si occupa dello studio del canto e della musica per la liturgia; ufficialmente è nata in Svizzera nell’aprile 1966, ma le radici di questo gruppo si trovano in un nucleo fondatore di liturgisti e musicologi che si era riunito per la prima volta nel 1962 (anche se alcuni di loro lavoravano insieme già da un decennio). L’oggetto iniziale del loro studio fu costituito dal sostegno fornito a coloro che erano incaricati di presentare e poi di attuare le riforme del Concilio Vaticano II (qui il sito di Universa Laus – Area italiana).

Di seguito il testo (scarica il pdf):

UNIVERSA LAUS – Documento II
La musica nelle liturgie cristiane

Dio crea parlando. Ogni persona è chiamata a unirsi a quest’opera creatrice. Il Verbo suscita un popolo che parla e rimane in ascolto. Ogni cristiano è invitato a rendersi disponibile e vigilante per rispondere a Dio personalmente.

1. Ascoltare
1.1 L’ascolto impegna la totalità del corpo individuale. L’atteggiamento di ascolto per cui “tendiamo l’orecchio” mette in stato di vigilanza tutti i nostri sensi, così che il corpo si fa tutto udito. L’orecchio governa il corpo che ascolta. L’essere umano esiste perché tutto in lui è interpellato dall’ascolto.
1.2 Ascoltando la parola degli altri, colui che ne era incapace (in-fans) impara a parlare, fa propria l’immagine del suo corpo che ascolta e che parla: diventa se stesso e si rende presente al mondo. Il nostro modo di essere e la qualità del nostro ascolto dipendono da come noi stessi siamo stati accolti e ascoltati.
1.3 Il nostro ascolto è capace di offrire ospitalità all’altro così come egli è. Possiamo essere attenti, in ciò che egli esprime, a quello che dice, ai suoi silenzi, alla sua relazione con Dio, al rumore del mondo in lui e attorno a lui. L’ascolto ci armonizza con l’altro e, insieme a lui, con l’inaudito, che dalla sua parola e dal suo silenzio viene rivelato.
1.4 Non c’è liturgia senza ascolto comunitario della Parola di Dio né senza ciò che essa genera, cioè il reciproco ascolto tra i membri dell’assemblea. Il mettersi insieme in ascolto della Parola di Dio è la sorgente di ogni ascolto reciproco.
1.5 Ascoltare è la prima forma di partecipazione. Partecipare consapevolmente, attivamente e intensamente all’azione liturgica è qualcosa che va oltre la semplice esecuzione dei riti prescritti. Ascoltando, siamo mossi a rispondere con la preghiera, il canto e i gesti, così da aver parte con gli altri al mistero di Cristo.
1.6 Per ascoltare, diciamo che “facciamo silenzio” ma, in realtà, il silenzio è rivelato dal nostro ascolto. Il silenzio non è definito dall’assenza di rumore. Possiamo percepirlo quando il nostro corpo rimane quieto e disponibile, in atteggiamento di ascolto vigilante.
1.7 Il silenzio interiore è l’origine e la condizione della parola e del canto. Parola e canto sono intimamente legati al silenzio. Essi prendono valore dal silenzio da cui nascono, dal silenzio che li anima, e dal silenzio al quale tendono e nel quale hanno il loro compimento.
1.8 Il silenzio è l’atteggiamento della mente e del cuore di chi abbandona ogni chiacchiera inutile per volgersi verso il Verbo. Il silenzio interiore è la qualità fondamentale di tutti i gesti liturgici. In questo senso, non possiamo in realtà fare altro che modulare il silenzio, parlando, cantando, suonando, camminando, prostrandoci, ecc.
1.9 Nell’assemblea celebrante, i ministri, servi della Parola, devono avere un orecchio da discepoli, un “orecchio liturgico”. Se divengono “ascoltanti”, essi, mediante la parola, creano il canto, il gesto, la postura del corpo o il silenzio: condizioni necessarie perché l’orecchio dell’assemblea si apra e il suo ascoltare sia un tendere l’orecchio.
Scritture, di offrire ad essa il proprio corpo, perché l’assemblea possa a sua volta udirla, ascoltarla e lasciare che s’incarni in lei. Da parte sua, il ministro del canto ha il compito di essere in ascolto dell’assemblea per risvegliare in essa la voce che le è propria e per liberarne il canto.
1.11 Col tempo, le difficoltà della vita possono renderci sordi. La liturgia ha il potere di educarci e rieducarci incessantemente all’ascolto, alla parola e al canto.

2. Cantare nella liturgia
2.1 Il gesto vocale è un traguardo nell’evoluzione del linguaggio umano: la posizione eretta ha reso possibile la risonanza della colonna vertebrale e di tutto il corpo; le labbra, la lingua e le mascelle, legate in origine alle funzioni di presa, sono divenute disponibili per il linguaggio articolato; il gesto corporeo primario si è trasformato in grido, poi in canto e in parola. In questo lento processo di umanizzazione, l’essere umano si identifica progressivamente con il logos che lo attraversa; diventa capace di donare se stesso per mezzo della parola e del canto.
2.2 L’atto di cantare mette in gioco tutta la persona. Richiede corpo disponibile, intelligenza e memoria vigilanti. Passando dalla parola al canto, la voce tende ad arricchirsi: si presenta più limpida, più sonora, più “elevata”, non più forte però. La voce cantata illumina la parola e l’intero essere.
2.3 Il canto unifica la persona e crea unità nell’assemblea. Il canto favorisce un atteggiamento di ascolto, compassione, gioia, serenità… Chi ascolta e canta con tutto il proprio corpo viene risvegliato, come soggetto, nel suo sentire e agire. Il canto tende a unificare anche i gruppi umani. Il canto comunitario, animato dallo Spirito, chiama all’unanimità tutti coloro che sono salvati da Cristo, perché lodino con un cuore solo e un’anima sola, formando così un’assemblea santa, corpo di un medesimo ascolto.
2.4 La pratica cristiana è essenzialmente comunitaria: si tratta di cantare insieme, cosa che presuppone un ascolto reciproco esigente. Non ascoltiamo allo stesso modo, quando ascoltiamo insieme. La voce riproduce soltanto ciò che l’orecchio sente; se perciò interiorizziamo la voce degli altri, interiorizziamo anche ciò che gli altri ascoltano. Questa armonizzazione aiuta ciascuno a non ripiegarsi su se stesso, fa passare attraverso la prova del crogiuolo comunitario e dischiude l’ascolto individuale. Le nostre voci possono allora unirsi per formare un’unica risposta, suscitata dal medesimo Spirito.
2.5 L’ascolto reciproco nel canto genera una nuova qualità di relazione fra le persone. Mentre ci rende attenti alla presenza vocale dei membri dell’assemblea, sollecita anche la nostra attenzione nei confronti della presenza quotidiana e concreta dei fratelli e delle sorelle. Il gesto vocale del canto comunitario impegna al gesto etico del servizio.
2.6 Per sua natura, il canto richiede a colui che canta di dare del suo. Per la sua natura ministeriale, il canto liturgico conduce gradualmente il cantore a offrire se stesso in sacrificio di lode nello Spirito, per mezzo di Cristo: il canto liturgico ha perciò funzione educativa, e di introduzione al mistero. Il canto nuovo è quello dell’uomo nuovo che mette in pratica la Parola: egli non canta soltanto con la voce, ma con la propria vita. Così il cantore diviene lode gradita a Dio.
2.7 Non vi sono, in liturgia, canti o musiche che siano sacri in se stessi. Nel culto cristiano, non la musica è sacra, ma la viva voce dei battezzati che cantano in Cristo e uniti a lui.
2.8 In liturgia, la bellezza di un canto o di una musica non esiste indipendentemente dalla celebrazione, dal luogo, dal rito e dall’assemblea che li accolgono. Il canto e la musica possono certamente manifestare ed esaltare la verità di ciò che l’assemblea sta vivendo. Ma ciò che importa è l’atteggiamento di ascolto e di canto di un’assemblea, disponibilità che le conferisce bellezza e che la apre alla bellezza ulteriore.
2.9 Il canto dell’assemblea è intimamente segnato da una gioia nuova, ma porta le tracce dei limiti dell’ascolto individuale e comunitario. Siamo messi alla prova dalla percezione di questi limiti, ma in realtà è una sofferenza di tipo diverso: deriva dal fatto che non siamo ancora completamente rinnovati dal “canto nuovo” che intoniamo e dalla “novità” di Colui che cantiamo.
2.10 Il canto dell’assemblea è sempre possibile, ma è sempre in ricerca della propria pienezza. Il canto è in tal modo testimonianza della Promessa: proclama che il Regno è già presente. Ed è al tempo stesso segno profetico: annuncia che il Regno deve ancora venire. Nella presenza e nell’attesa del Regno, i nostri canti non aggiungono nulla a ciò che Dio è, ma ci avvicinano a Lui.
2.11 Canti, inni, ritornelli e acclamazioni, utilizzati nelle liturgie cristiane, formano un corpus specifico. Essi hanno grande pregnanza in noi perché il canto, che unisce una musica e un testo, fa sì che essi entrino nella memoria. Come le orazioni, i prefazi e le altre parole della liturgia, sono un importante luogo di mediazione tra la Parola e le nostre parole umane.
2.12 Il corpo di colui che canta è il luogo sacro in cui egli sta alla presenza di Dio. Nella liturgia cristiana, il canto dell’assemblea ha bisogno del corpo di ciascuno, donato e unito a tutti, per formare un solo corpo. I credenti, resi capaci di fare corpo mediante il loro canto, uniti per mezzo dello Spirito per essere Corpo di Cristo, partecipano al mistero dell’Incarnazione e manifestano la gloria di Dio.

3. Celebrare con un cuore solo e una sola voce
3.1 Nella celebrazione liturgica, musica e canto permettono a tutti di radunarsi, di accogliersi nelle somiglianze e nelle differenze, di fare corpo senza escludere nessuno, di congiungersi all’azione di grazie dell’ekklesìa in preghiera. Per far sgorgare il canto profondo di tutti e di ciascuno, la musica liturgica deve toccare nell’intimo tutti coloro che vi partecipano, accordandosi ai loro ritmi vitali. Il corpo pacificato conduce al cuore pacificato, l’unità dell’essere all’unione delle persone. Nella stessa dinamica, in comunione fra loro attraverso l’ascolto e il canto, i membri dell’assemblea sono chiamati a uscire da se stessi per andare incontro agli altri.
3.2 Nell’azione liturgica, musica e canto hanno una funzione ospitale: aprire all’ascolto, creare uno spazio di identità mistica in cui gli esseri partecipano di ciò che è il loro fondamento. Preparano il gruppo e i singoli a formare un solo popolo. Musica e canti consentono a ciascuno di abitare nella casa del Signore e di unirsi alla grande lode che vi risuona.
3.3 Perché anche il più piccolo vi trovi il suo posto, la musica liturgica non dev’essere inaccessibile. Perché ciascuno possa essere guidato lungo un cammino di liberazione, essa non deve rimanere chiusa entro luoghi comuni. Come pellegrini che abitano in terra straniera, i fedeli radunati elevano un canto nuovo, che appare allora, al tempo stesso, conosciuto e inaudito.
3.4 Nell’umiltà del servizio, il canto rivela alla comunità ecclesiale che essa ha un ruolo profetico. Il canto comunitario manifesta a tutti che ciascuno riceve sempre e di nuovo se stesso dall’altro e arricchisce l’altro del proprio bene. Ricorda in tal modo che la comunità deve battersi contro il rifiuto della condivisione, lo smarrimento delle differenze, l’asservimento dei più deboli.
3.5 Lasciarsi pacificare, unire, liberare, accogliere e convertire: questo significa celebrare con la propria voce e con gli strumenti. Se tale è il canto nella liturgia cristiana, il ministero musicale nella Chiesa ha in sé qualcosa di temibile. Compositori, cantori, strumentisti non possono dedicarvisi con verità se non aiutando l’assemblea a divenire soggetto della celebrazione formando un solo corpo, e rimanendo con essa in ascolto di ciò che dice lo Spirito.
3.6 In liturgia, musica e canto hanno il compito di favorire, accompagnare ed esprimere il passaggio dalla morte alla vita, che è il frutto di ogni azione sacramentale. Senza violenza, musica e canto possono distogliere il discepolo dalla contemplazione di se stesso e aprirgli gli orizzonti più ampi della promessa evangelica. Senza tuttavia che nessuno – né presidente, né cantore, né ministro alcuno – possa considerarsi padrone del momento in cui si compie, in ciascun membro dell’assemblea, lo spogliamento di se stesso, e tanto meno il passaggio pasquale o l’adozione filiale.

Come fare con i giovani?

giovani coro

Di tanto in tanto, quando si affronta la tematica del canto liturgico, emerge la questione della presenza (o assenza) dei giovani nei cori. Ovviamente non si sta parlando di cori “giovanili”, ma di cori parrocchiali e basta. Dunque, così è stato al Convegno dei cori liturgici che si è tenuto ad Asti il 21 febbraio nel corso del lavoro a gruppi che ha seguito la relazione iniziale. Si è avvertita una evidente preoccupazione, che perlopiù si è manifestata nella domanda: “Come fare a coinvolgerli?”. La questione è lecita, visto e considerato che i giovani sono il futuro – come si suol dire – e diventa ancor più significativa se consideriamo alcune realtà corali ormai formate in gran parte da ultrasettantenni, destinate quindi a ridimensionarsi fortemente, se non a sparire, nel giro di non molto. Anche questo fa parte di una Chiesa che cambia, talvolta a suo malgrado.

Innanzitutto dobbiamo ricordarci che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, e che il coro (o il direttore di coro) non può farsi carico di situazioni che richiedono l’attenzione pastorale della Chiesa nel suo complesso. Guardiamo, dunque, alla nostre assemblee: in quale percentuale sono formate da giovani? Ecco, direi che – sotto questo profilo – un coro parrocchiale goda di “buona salute” se l’età media dei suoi componenti rispecchia almeno quella dell’assemblea. Intendiamoci, non che questo mi lasci tranquillo, ma non lo reputo innanzitutto un problema del coro se tendenzialmente i giovani sono poco presenti a Messa. Un sano realismo, da questo punto di vista, permette di evitare anche certe scelte che la storia ha già indicato come scarsamente feconde e anzi talvolta fonte di problemi: vedasi i “cori giovanili”, una scorciatoia pastorale che quasi sempre perpetua errori già fatti. Vedasi anche il cosiddetto “repertorio giovanile” che ammicca in quanto facile, immediato, spicciolo, di solito non necessita di competenze musicali, né grosso impegno.

Invece, un primo aspetto doveroso per un coro, anche nei confronti dei giovani, è che si facciano le cose bene. Bando al pressapochismo e all’improvvisazione, e ci si preoccupi che chi è alla guida del coro sia una persona competente, musicalmente e liturgicamente. Per quanto possibile. Già: magari non avrà conseguito una laurea in teologia o un diploma al conservatorio. Ma che conosca i fondamentali della musica e sappia distinguere l’Avvento dalla Quaresima, una dossologia da un Kyrie eleison, è chiedere troppo? Se queste competenze non ci sono, si può provvedere: andando a lezione e studiando. La persona sincera, che con bontà porta avanti il suo servizio musicale nella liturgia lo farà, magari incoraggiata dal parroco e supportata dalla comunità parrocchiale che gli pagherà il corso formativo. Una persona egocentrica, che nel coro parrocchiale ha trovato il suo spazio per apparire, no. Rimarrà nella sua ignoranza. E questa è tra le cose peggiori che possa capitare ad un coro e ai suoi giovani.

Un secondo aspetto importantissimo è quello relazionale. Non ci saranno molti giovani a Messa, ma alcuni sì. Qualcuno del coro li conosce? Magari, con i giusti modi, si potrebbe far loro un invito e chiedere se vogliono venire alle prossime prove, per vedere come funziona la cosa. Ammesso e non concesso che il “clima” che troveranno in quella sede sia disteso e sereno, accogliente, amichevole. Che il giovane (così come un adulto) non si ritrovi tra persone sbuffanti, venute quasi mal volentieri, o che parlano tra di loro di cose che non si comprendono. Vero?

Cantare la liturgia

cantare

Dopo 50 anni dalla riforma liturgica è opportuno fare il punto della situazione, quasi un tagliando, per procedere più spediti e con più entusiasmo. Stiamo attraversando un momento di appiattimento nelle celebrazioni. In molte chiese manca la guida del canto dell’assemblea. Certe liturgie sono animate da persone con poca preparazione liturgica e musicale. Il punto centrale è la formazione; perciò bisogna ripartire dai seminari.

Segnalo che la rivista “Vita Pastorale” (Periodici San Paolo) nel numero di febbraio 2016 ha pubblicato un dossier intitolato Cantare la liturgia il quale, tra i link utili, porta anche questo blog (vedi pag. 37). Grazie!

Ecco il sommario:
– Il canto liturgico: luci e ombre (Antonio Parisi)
– Ci sarebbe da fare… (Antonio Parisi)
– Da Pio X al Concilio (Vincenzo De Gregorio)
– Le scuole ci sono (Carlo Paniccia)
– Prima dei canti, insegnare a cantare (Franco Gomiero)
– Suonare è pregare (Pierangelo Ruaro)
– La partecipazione attiva (Domenico Donatelli)

Clicca qui per il download del dossier.

Coristi e formazione

choir

Buongiorno a tutti,
vorrei conoscere il vostro parere sull’ aspetto più prettamente spirituale di un coro liturgico, cioè sulla formazione e sul percorso di fede che a mio avviso i coristi dovrebbero fare. Che tipo di iniziative prendete in questo senso? E quanto successo riscuotono? I vostri parroci sono attenti a quest’aspetto?
Io non riesco a considerare un coro liturgico come un coro qualsiasi, non ci si può limitare a cantare e basta, noi abbiamo motivazioni diverse, svolgiamo un vero e proprio ministero, ma mi sento un po’ sola quando affronto questo tipo di problemi. Qual’è la vostra esperienza? Grazie.

La questione è stata posta su Facebook in un gruppo dedicato agli “animatori liturgico-musicali” e certamente riguarda un aspetto importante e spesso doloroso: quello riguardante la formazione dei coristi di un coro liturgico. Alcuni utenti online hanno condiviso la necessità, preoccupati del fatto che si possa insinuare il pericolo dell’esibizionismo e constatando, peraltro, di non essere mai riusciti ad attuare una proposta formativa poiché i coristi stessi lamentano i loro troppi impegni. Altri hanno riaffermato l’importanza dell’aspetto spirituale e formativo in mancanza del quale il coro viene minato nel suo funzionamento. Si è inoltre constatato il diffuso disinteresse del clero. Tuttavia, al quesito sono mancate le risposte più attese, che sarebbero state anche per me le più interessanti. Racconti e testimonianze di esperienze positive e riuscite, purtroppo, queste non si sono viste. E neanche io ne ho da portare, ahimè.

Che dire. E’ inutile girarci intorno: i nostri cori parrocchiali sono composti in buona parte da persone che si sono unite per il semplice piacere di cantare e che hanno trovato un modo più gratificante di partecipare alla Messa. Ho esagerato? Forse, ma solo in parte. Nei cori liturgici sono presenti anche persone coscienziose che desiderano fare le cose per bene, e che tuttavia devono continuamente fare i conti con la disponibilità altrui. E non soffermiamoci sui casi di eccesso e mancanza di equilibrio, anch’essi presenti, da un versante e dall’altro. Mi sorgono, dunque, alcune domande: ma non è così anche nelle nostre assemblee? Esiste un’assemblea liturgica perfetta? Quanti dei fedeli presenti alla celebrazione domenicale, verrebbero ad una catechesi infrasettimanale? Non è il “mal comune” che voglio invocare. Ma solo constatare che ci stiamo imbattendo nella “normalità” del popolo di Dio, che certamente deve essere condotto ad una maggiore consapevolezza di ciò che celebra, con moderazione, cioè senza aspettarsi passi da gigante, e senza abbattersi.

Per abbozzare alcune risposte ai quesiti iniziali, certamente non richiederei ai coristi altri incontri, oltre a quello celebrativo domenicale e a quello delle prove infrasettimanali. Già è molto. Se il coro si trova a provare per la domenica successiva, si potrebbe iniziare dedicando una maggiore attenzione al brano evangelico di quel giorno, magari leggendolo insieme e corredandolo di qualche altro brevissimo testo tratto dal formulario di quella celebrazione. Chi di dovere potrebbe poi dare conto ai coristi dei motivi che hanno spinto alla scelta di quei determinati canti (aggancio con le antifone e le orazioni). Il tutto nei dieci minuti iniziali. Se si inizia ad imparare un canto nuovo, anziché buttarsi a capofitto sulla melodia, si potrebbe iniziare soffermarsi sul testo, mettendo in luce gli aspetti più significativi di quel brano e collocandolo nel suo utilizzo liturgico. Per quello che riguarda gli incontri formativi, a mio avviso occorrerà agire a livello interparrocchiale e diocesano. Innanzitutto per determinare degli incontri tra direttori/responsabili dei cori, al fine di una conoscenza reciproca, uno scambio di esperienze e di opinioni, e in seguito, anche per far emergere alcune proposte per i coristi, sempre a livello interparrocchiale e/o diocesano. Invito fin da subito a superare la resistenza: “Ma non vengono in parrocchia, figuriamoci altrove!”. Sarà anche così adesso, forse, non ne sono sicuro e al dire il vero, mi interessa solo in parte. Occorre preparare il terreno per il futuro, altrimenti…

P.S.
Domenica ci sarà ad Asti il primo convegno per i cori liturgici diocesani: “Atto di canto, atto di fede. Il linguaggio sonoro della Messa”. Speriamo bene!

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