Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “dicembre, 2016”

Parlare di riforma della riforma

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Segnalo l’articolo di Cesare Giraudo S.J. su La Civiltà Cattolica (quaderno 3995) dal titolo «La riforma liturgica a 50 anni dal Vaticano II. “Parlare di riforma della riforma” è un errore», e mi permetto di presentarne un piccolo sunto. Siccome questa rivista viene esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, per questo motivo, e anche per certe attinenze dell’articolo con il campo della “musica liturgica”, merita attenzione.

Nel testo si prende atto che ancora si incontrano cattolici «che non nascondono le loro perplessità nei confronti della riforma liturgica». Giraudo riconosce che nella riforma liturgica attuata dopo il Vaticano II, «accanto alle luci, di certo preminenti, non mancano le ombre». In effetti «la risposta al progetto che emerge dai Praenotanda dei libri liturgici, a cinquant’anni dalla loro promulgazione, lascia ancora molto a desiderare». In questo contesto, l’autore si riferisce alla conferenza tenuta a Londra il 5 luglio scorso dal card. Sarah, nella quale veniva prospettata come rimedio una eventuale riforma della riforma e, in concreto, proponeva l’orientamento comune di sacerdoti e fedeli, rivolti insieme nella stessa direzione. In data 11 luglio, un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede precisava che sull’orientamento dell’altare non c’erano delle novità e inoltre affermava che era meglio evitare di usare l’espressione “riforma della riforma”, riferita alla liturgia. Già papa Francesco, in una intervista rilasciata recentemente a p. Antonio Spadaro, aveva dichiarato: «Il Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

In conclusione, Giraudo propone due linee di lavoro. In primo luogo segnala la necessità di puntare sulla riscoperta della dimensione del sacro: «Dobbiamo riscoprirla e farla nostra il più presto possibile, attraverso il giusto impiego di quei segni gestuali e verbali che aiutano a tenerla desta, quali un certo doveroso mantenimento della lingua latina e del patrimonio musicale che ha caratterizzato l’intera tradizione dell’Occidente”. In secondo luogo vi è il tema della formazione liturgica, poiché resta ancora molto da fare per metabolizzare Sacrosanctum Concilium: «La riforma liturgica è malata per il semplice motivo che i suoi odierni fruitori l’hanno recepita in maniera debole. Si tratta di una malattia da curare, non di un malato da sopprimere».

Canto e “partecipazione attiva”

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Pubblico il mio intervento del 17 novembre al Seminario di Alba sul tema Musica sacra liturgica: dimensioni, esperienze, orizzonti. Ho pensato che tentare di mettere a fuoco il tema della partecipazione attiva in riferimento alla musica e quindi al canto, potesse tornare utile allo scopo poiché sicuramente ne è una dimensione. Farò riferimento alle nostre esperienze comuni e tenterò di mettere in luce quale compito ci aspetta. Sono personalmente convinto che la grande maggioranza dei problemi che ci troviamo ad affrontare con gli “addetti ai lavori” – tolti quelli che nascono da fragilità umane di vario tipo – hanno come comune denominatore il riferimento ad un’inadeguata modalità di partecipazione.

Vi propongo un approccio di tipo storico, per venire poi a delineare due modelli di partecipazione.

L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli compare per la prima volta nel Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X. Siamo nel 1903. Questo sgombra immediatamente il campo da conclusioni affrettate ed estremamente superficiali, sia di “destra” sia di “sinistra” – si passi l’allusione -, che attribuiscono l’istanza al Concilio Vaticano II. Tuttavia, durante il pontificato di papa Sarto, la richiesta di «partecipazione attiva» rimane una meteora poiché, pur fornendo delle indicazione pratiche, egli non esplicita cosa intenda porre all’attenzione quando la sollecita nei «sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa», quale «fonte» di «vero spirito cristiano». Già Pio X, quindi, ha voluto colpire una situazione non più sostenibile, così come fece anche Pio XI nella sua Costituzione apostolica Divini cultus: «Occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori». Ma come attuarla e perché è necessaria questa partecipazione?

Un approfondimento da parte del magistero arriva dopo 44 anni con Pio XII nelle sue due encicliche Mediator Dei (1947) e Musicae sacrae disciplina (1955): entrambe accolgono, seppur con molta prudenza, le acquisizioni fino ad allora maturate dal Movimento liturgico. In questi documenti si delinea il nostro primo modello di partecipazione. L’argomentazione di fondo istituisce il doppio binario del culto interno e di quello esterno, e di conseguenza presenta la partecipazione dei fedeli distinguendo quella interna da quella esterna (o attiva). La prima è fondamentale e la si ottiene con l’attenzione dell’anima al senso della celebrazione, e cioè, con un movimento interiore e strettamente personale, intimo, di ciascun fedele; la seconda, la partecipazione esterna o attiva, si aggiunge e perfeziona quella interna, e consiste nel rispondere alle parole del sacerdote e ai canti che vengono eseguiti. La debolezza di tale modo di intendere la partecipazione, sta proprio in questa disgiunzione, che stabilisce il primato della partecipazione interna, peraltro non legata al rito ma allo “stato d’animo” del fedele, il quale può in effetti procurarselo in vari modi, in una sorta di parallelismo devozionale fatto di preghiere private. Questo modello, che Pio XII ha codificato ma che già da secoli segnava profondamente la spiritualità cattolica, ha fatto sentire il suo influsso fino a noi che, lo ammettiamo o no, ne siamo per molti versi condizionati. Lo è il clero e, non sembri strano, lo sono pure i giovani. L’elemento canoro nelle nostre celebrazioni ne è l’esempio lampante. Secondo il modello appena esposto, il canto è sì un qualcosa di desiderabile, ma non veramente necessario; è accessorio. Dunque, se ciò che conta è la preghiera e la devozione personale, si può utilizzare questo accessorio in vario modo e, dallo stesso principio si può arrivare a scelte diametralmente opposte. Esempio: Canto al Vangelo. Per un’occasione importante la Corale polifonica della parrocchia di Santa Lucia esegue l’Hallelujah tratto dal Messiah di Haendel; per altra occasione il coretto degli animatori dell’oratorio della stessa parrocchia ripropone per l’ennesima volta Alleluia, la festa siamo noi (delle lampadine) di Giombini. Gli uni criticano la scelta degli altri: «Ma pensano di essere ad un concerto?» – «E’ ora di finirla con queste canzonette!» – «Cantano sempre in latino! (anche se il testo di Haendel è in inglese)» – «Queste chitarre sono insopportabili!». Discussioni infinite, che non si possono contare. Eppure la vera questione, non è il latino, l’inglese o l’italiano, l’organo o la chitarra, e nemmeno che una composizione sia un’opera d’arte e l’altra no. Il paradosso è che le due scelte illustrate nell’esempio, sembrerebbero sottendere chissà quali opposte e inconciliabili concezioni di liturgia, ma in realtà sono nient’altro che le due facce di una stessa medaglia. L’identico e forse inconsapevole presupposto è che “il cantare” non abbia nulla a che vedere con il rito, e che in fondo, il senso della celebrazione lo si colga altrove o lo si conosca già; dunque, si canterà sulla base di altri criteri: gli uni avranno scelto quel brano per “fare solennità”, e gli altri per “ricreazione”. In realtà non c’è differenza. Questo deve essere molto chiaro, per non cadere nei vicoli ciechi delle solite diatribe.

Per la visione teologica della liturgia che nel frattempo si è maturata, alla fine degli anni ’50 lo schema di lettura offerto da Mediator Dei non è più sufficiente, e l’annuncio del Concilio Vaticano II viene salutato come occasione per affrontare ed approfondire il tema. La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha voluto percorrere una via decisamente nuova nell’offrire la propria comprensione della liturgia e nell’indicare tutta l’azione liturgica quale mediazione necessaria e ineludibile per “entrare in contatto” con Dio. Essa abbandona decisamente lo schema interna/esterna e mostra un secondo modello di partecipazione. La serie assai rilevante di aggettivazioni che Sacrosanctum Concilium utilizza per descrivere la partecipazione all’azione liturgica, lascia infatti intendere che il documento voglia far cadere le formulazioni fino ad allora utilizzate. Esso non afferma un senso della celebrazione previamente dato, da afferrare con la mente, ma piuttosto da comprendersi per ritus et preces (attraverso i riti e le preghiere; SC 48). Per questo la partecipazione sarà detta attiva, comunitaria, fruttuosa, consapevole, facile, pia, piena, proporzionata all’età e alla cultura. La «partecipazione attiva», lungi dall’essere intesa come un “fare qualcosa”, è piuttosto quel “lasciarsi prendere” dalla forma rituale, cioè dal rito nel suo complesso, fatto di preghiere, canto, gesti, ascolto, movimenti del corpo, silenzio… Dunque il canto avrà il suo senso innanzitutto perché rituale, contribuendo così a dare forma alla celebrazione. La forma rituale, infatti “dice” qualcosa in ordine alla fede. Parole e gesti, tempi e spazi, e quindi il canto, influiscono sulla fede dei celebranti. Pertanto, in sede di “programmazione”, ci si dovrà domandare quale voglia essere il contributo della dimensione sonora (canto e musica) al fine di una celebrazione fruttuosa, e quale immagine di Chiesa si voglia far trasparire, tenendo presente che non vi è niente di più solenne e festoso che il canto di una concreta assemblea nel suo insieme, poiché questa è manifestazione della Chiesa. Gli interventi canori assembleari e in particolar modo quelli “dialoganti”, enfatizzano questa natura comunitaria della liturgia, del suo essere “Chiesa radunata”. Pertanto, anche tutto l’aspetto musicale deve essere pensato in riferimento all’immagine di “assemblea celebrante”.

Quali orizzonti? Di sicuro la recezione di tutte queste prospettive è un cammino lento e ancora lungo. Papa Francesco, in una recente intervista, ha detto che «la Chiesa – dicono gli storici – per metabolizzare un concilio, necessita mediamente di 100 anni: siamo a metà». Questa recezione implica l’acquisizione di una competenza nel celebrare. A questo aspetto si è dedicato anche il magistero più recente, nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, affermando l’ars celebrandi quale migliore condizione per la partecipazione attiva. L’arte del celebrare deve comprendere la forza dei riti, innescare il potenziale in essi nascosto, in un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzarne il lato più “corporeo”, non-verbale, emotivo e, in questo, canto e musica.

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