Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Buona festa dell’Assunta… in musica

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Da Avvenire

Non c’è dubbio che alla Vergine siano state dedicate molte pagine di musica. Con le Ave Maria composte dai musicisti di ogni tempo si potrebbe sgranare il più bello dei rosari. All’interno di un paesaggio sonoro sconfinato, un’isola particolare è costituita dai brani scritti appositamente per la festa dell’Assunta. È un gruppo non vasto (più facilmente una Messa o un mottetto hanno una dedicazione mariana generica, così da poter essere utilizzati nelle feste di tutto l’anno) eppure denso di capolavori.

Alle parole dell’offertorio proprio della Messa del 15 agosto, Assumpta est Maria in coelum (utilizzate con alcune varianti come antifona nelle lodi e nei vespri) hanno dedicato la loro arte William Byrd, Gesualdo da Venosa e naturalmente Giovanni Pierluigi da Palestrina. Delle due versioni realizzate dal princeps musicae la più nota ed eseguita è quella a sei parti. Un brano che si avvia intrecciando le voci nelle regioni più acute e si fa via via più festoso, mentre le voci si aggregano in gruppi sempre diversi per suggerire i cori molteplici degli angeli.

Giovanni Pierluigi da Palestrina Assumpta est Maria a sei voci

Dal materiale melodico del mottetto Palestrina ricavò la Missa Assumpta est Maria. Tra le ventidue Messe a sei voci scritte dal maestro è la più apprezzata insieme alla Missa Papae Marcelli. La imparentano a questa partitura, assurta a simbolo musicale della Riforma cattolica, le sonorità brillanti (la Assumpta est Maria vede il raddoppio di soprani e tenori), l’enfasi positiva, l’uso di “tonalità” maggiori, l’alternanza tra passaggi contrappuntistici, in cui le parti si inseguono e sovrappongono come “nastri” autonomi, a blocchi omofonici, in cui le voci declamano in modo “corale” il testo.

G. P. da Palestrina Assumpta est Maria. The Tallis Scholars, Peter Phillips

La Messa, scritta probabilmente nella tarda età del maestro, godette di grande fama, più di altre opere dell’autore, e venne più volte pubblicata. Basti pensare che se della Papae Marcelli, in assoluto la Messa palestriniana più fortunata dal punto di vista storico, tra Cinque e Ottocento si conoscono quattordici edizioni, della Assumpta est Maria ce ne sono otto: la gran parte delle opere palestriniane fino al secolo scorso non andarono oltre la prima pubblicazione a cura dell’autore, quando non rimasero manoscritte. Ed è significativo che la messa sia stata cantato fino in anni non lontani nelle liturgie protestanti: la bellezza scultorea delle armonie di Palestrina danno infatti perfetto risalto e chiarezza alle parole sacre. E così i principi del Concilio tridentino e della Riforma si incontrano nel terreno comune della bellezza.

A un secolo dopo la morte di Palestrina risale l’altro grande capolavoro liturgico in onore della Vergine d’agosto. È la Missa Assumpta est Maria di Marc-Antoine Charpentier. Siamo a Parigi. Charpentier è tra le stelle di un firmamento musicale che, riunito alla corte del Re Sole, vede artisti come Couperin, Lully, Marais, Delalande. Siamo uno dei momenti più alti della civiltà musicale europea, e la Messa – il capolavoro di Charpentier in questo genere – ne è uno dei vertici.

M. A. Charpentier Messe er motets pour la Vierge, Jordi

Charpentier, conosciuto ai più specialmente per il preludio del Te Deum, ossia la “sigla dell’Eurovisione”, è forse il più “mariano” dei compositori, in piena sintonia con la contemporanea predicazione Louis-Marie Grignon de Montfort. Alla Madonna ha dedicato numerose ispiratissime pagine (si recuperino per l’occasione il Canticum in honorem Beatae Virginis Mariae, splendido dialogo tra uomini e angeli, o lo Stabat Mater pour des religieuses, pagina di una bellezza struggente e semplicità infinita).

La Messa per l’Assunta, eseguita la prima volta nella Sainte Chapelle di Parigi forse nel 1699 o negli anni successivi, è una delle più ricche dal punto di vista dell’organico (richiede soli, un coro a sei voci, un’orchestra piuttosto ampia per l’epoca e basso continuo) eppure sorprende fin dalle prime note. Non un’esplosione di suoni e di effetti ma una dolcezza densa, malinconica eppure ricca di calore che si allarga e avvinghia poco a poco, pervadendo anche passaggi solitamente festosi come il Gloria e il Credo. È una partitura di paradossi, come vertigine paradossale è Maria, Vergine e Madre, che parla al cuore perché solo il cuore li sa ascoltare e sciogliere.

 

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