Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “luglio, 2016”

Rito ed emozione del canto

emozione

Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

Ovvietà

comprendere ovvio

Il fatto che ciò che è ovvio venga anche compreso
è tutt’altro che ovvio.

L’incipit del libro di E. JÜNGEL, Dio mistero del mondo (Queriniana, Brescia, 1982, p. 7) nel quale mi sono imbattuto, contiene una profonda verità e rifulge in tutta la sua limpida veracità anche nell’ambito che qui ci interessa, quello liturgico-musicale.

Il fatto che nell’azione liturgica si canti, è considerato una tale ovvietà che sembra perfino superfluo e, per alcuni, pure fastidioso rifletterci. Che si siano assaporati i meravigliosi risvolti del sano canto liturgico, è tutt’altro che ovvio.

Sarah e la riforma della riforma

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Riporto la notizia, anche se non strettamente riferita ai nostri temi. Tuttavia, vi è già così tanta confusione in ambito liturgico, e conseguentemente in quello musicale-celebrativo, che se il card. Sarah non ci mettesse del suo, ci farebbe un gran favore.

Da Radiovaticana.va

E’ opportuna una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal card. Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il card. Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa.

Perciò è bene ricordare che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”).

Per parte sua il Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu Proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”.

Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del card. Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci.

Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino.

L’antefatto. Da Vatican Insider:

Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino: «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile». Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito.

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma».

Emozione e canto liturgico

emozione liturgia canto

La tonalità emozionale del canto liturgico è la risultanza dell’intreccio con altri fattori determinanti. In particolare: l’assemblea e il rito. Quando si parla del canto liturgico occorre sempre ancorarlo ad un contesto celebrativo, che prevede anzitutto una assemblea concreta come soggetto (attivo e passivo) dell’esperienza sonora. Il soggetto assembleare è in realtà dato dalla compresenza e dall’interazione di più persone, ciascuna con competenze e compiti particolari; ciascuna concorre per sé e per gli altri a costruire l’ambiente sonoro con le sue qualità emotive. Ma il contesto celebrativo è determinato necessariamente dal modo proprio di agire dell’assemblea, ossia dall’agire rituale. Il rito ha una forma prestabilita, richiede determinate azioni, induce precisi atteggiamenti; ma nello stesso tempo è esposto a “farsi carico” del vissuto delle persone, fino a “essere caricato” (o “sovraccaricato”) di attese differenti, talora anche estranee alla logica del rito stesso. L’approccio alla musica liturgica (anche in riferimento alla dimensione emozionale implicata) non può essere solo “musicale”.

La natura del canto rituale si comprende adeguatamente se esso viene considerato in stretta connessione con il contesto rituale. Non si tratta di un canto religioso eseguito dentro la cornice di una celebrazione, né di un canto che diventa un rito a se stante accanto (o sovrapposto) ai riti della liturgia. Il rapporto del canto con il contesto rituale è tale per cui il rito determina la fisionomia e le funzioni del canto e questi concorre alla realizzazione dell’esperienza rituale.

Il gesto rituale della comunità ha un referente cui tende (il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo), è un atto di fede (un atto che realizza la nostra fede in Lui). Ciò significa che non è sufficiente far ricorso a canti che emozionano (per la loro bellezza, qualità artistica, ovvero per la loro capacità evocativa…), occorre infatti poter vivere l’emozione canora con l’intenzionalità dell’atto di fede e fare in modo che l’emozione concorra al costituirsi o rafforzarsi di tale intenzionalità in atto. A tal fine, un elemento importate del canto liturgico è il suo testo.

La complessa multimedialità del rito richiede particolare cura; essa tocca tutta la sensorialità dei celebranti, può far vibrare tutte le corde del sentire. Per una buona ars celebrandi, è di grande importanza la “concertazione” dei linguaggi. Occorre far sì che ciascuno di essi sia adeguato al compito che gli spetta, in armonia con l’insieme dell’azione liturgica, e sia esteticamente all’altezza degli altri linguaggi impiegati, per evitare un stridore che nuoce alla qualità della performance rituale complessiva.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

 

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