Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “novembre, 2015”

Sussidio liturgico Avvento-Natale 2015

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Segnalo che è online il sussidio “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nella misericordia” a cura dell’Ufficio Liturgico della CEI. Suddiviso nei due tempi di Avvento e Natale, ne rispetta la natura liturgica propria. Per ogni Domenica e festività si propongono riflessioni bibliche, indicazioni liturgiche, suggerimenti per il repertorio musicale (in particolare, è possibile scaricare lo spartito di tutti i Salmi Responsoriali e ascoltare file mp3) e orientamenti catechistici.

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Il Giubileo delle Corali si svolgerà dal 17 al 19 giugno 2016

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Notizia fresca fresca dalla Segreteria del Giubileo della Misericordia: il Giubileo delle Corali si svolgerà dal 17 al 19 giugno 2016. Non ci sono ulteriori indicazioni al momento.

*AGGIORNAMENTO (25/03/2016):

Il Giubileo delle Corali si svolgerà a Roma dal 21 al 23 ottobre 2016. Ulteriori informazioni qui.

 

Musica non necessaria

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Il canto e la musica nella liturgia appartengono al “non necessario”. Con questa espressione non si intende indicare la necessità che può derivare dalla normativa rubricale, o che viene richiesta dalla solennità, o addirittura che è legata alla natura dell’atto liturgico. Più precisamente, si vuole mettere in risalto la “gratuità” della forma musicale. Si potrebbe dire,  paradossalmente, che al canto appartiene la necessità del gratuito. Canto e musica esprimono un “investimento sulla forma” dell’atto liturgico che (al di là dall’essere prescritto) sposta subito l’azione su un altro piano, quello del gratuito.

Un caso particolarmente evidente di questo apporto arrecato dalla musica si ha nella proclamazione cantata delle letture o nell’intonazione dell’eucologia. Qui infatti, a uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che la cantillazione non aggiunga nulla al testo, sul piano del contenuto. In realtà, dal momento che la proclamazione del testo non si esaurisce affatto sul piano del contenuto, ma è ordinata a realizzare un atto di relazione tra Dio e l’assemblea, la cantillazione contribuisce a dare forma sacramentale a tale relazione, incidendo in ultima analisi proprio sul contenuto dell’atto stesso (in senso relazionale, implicante il coinvolgimento del soggetto). Questa modalità di “presa di parola”, che è tipica del contesto rituale, immette nella dimensione simbolica della liturgia e libera le potenzialità del “dire” liturgico: “La proclamazione cantata di un testo sposta quel testo e la sua enunciazione in una zona ambigua, metaforica. La funzione meramente assertiva è turbata emotivamente. E’ solo al di là di questa soglia che il discorso musicale dispiega le proprie risorse”.

Fonte: L. GIRARDI, La liminalità della musica, in La liminalità del rito, a cura di G. BONACCORSO, Edizioni Messaggero Padova – Abbazia di Santa Giustina, Padova, 2014.

A parità di condizioni

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La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale (Sacrosanctum Concilium, 116).

La Costituzione conciliare sulla Liturgia precisa che il gregoriano è proprio della “liturgia romana”, ossia di una particolare tradizione liturgica della Chiesa romana. Questa condizione privilegiata del canto gregoriano, nonché la sua valenza di esemplarità anche per le nuove composizioni, è giustificata dal fatto che il suo repertorio è sorto nella fase in cui andavano fissandosi i testi stessi della liturgia, così che la liturgia romana di quell’epoca coincide con la sua forma cantata, e come tale è giunta a noi, (pur attraversando complesse vicissitudini storiche); nonché dalla sua qualità musicale e dal suo modo di aderire alla parola latina. Tuttavia l’espressione “a parità di condizioni” non è di facile comprensione. Anzi è un punto controverso: c’è chi lo sorvola come se semplicemente non esistesse o comunque minimizzando alquanto, e chi lo utilizza come una mannaia con la quale abbattere ogni benché piccolo utilizzo liturgico del canto gregoriano.

L’inciso in oggetto sembra implicitamente supporre che vi possa essere una pari condizione tra l’uso del gregoriano e l’uso di altri generi di musica e canto. Comunque lo si voglia interpretare, pare avere un valore limitativo: non si dà per il gregoriano un primato assoluto, ma relativo alle condizioni in cui viene utilizzato. Da quali fattori dipenderebbe questa parità di condizioni? Essi potrebbero riguardare la capacità esecutiva di coloro che cantano: sono in grado di sostenere questo canto come gli altri generi di canto, e a quale livello di qualità? Oppure di adesione culturale ai suoi valori musicali: chi appartiene ad altre tradizioni musicali è in grado di sintonizzarsi con questo repertorio? Oppure la conoscenza adeguata della lingua latina: si è in grado di comprendere il testo che si canta? Oppure il progetto celebrativo più generale che si intende perseguire: il canto gregoriano realizza allo stesso modo di altri generi musicali i valori celebrativi che si vogliono perseguire? Si deve supporre, inoltre, che tali condizioni non dovrebbero attribuirsi solo ad un coro preparato ma anche ad una comune assemblea di fedeli.

Tuttavia nell’agire pratico, riscontriamo preconcetti che non sono certo giustificabili: forse vi sarà capitato di interloquire con qualcuno che accusa il canto gregoriano di noiosità o incomprensibilità, ad esempio. Ci troviamo di fronte a semplificazioni non accettabili e che proprio non aiutano il discernimento. Certo, non è più pensabile di far partecipare i fedeli nel canto mediante il recupero e la restaurazione del gregoriano, così come Pio X (1903) auspicava: strada percorsa a fatica e con risultati deludenti. Ma neppure è serio ritenere che il canto gregoriano non abbia più nulla da dire al canto liturgico di oggi e che nulla di esso sia più cantabile. Anzi: senza fatica è possibile rinvenire in tale repertorio piccoli gioielli, eseguibili anche da un’assemblea media, in modo dignitoso, e comprendendo il testo cantato.

Del canto liturgico

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Quando si parla del canto liturgico, sono assai ricorrenti le discussioni cristallizzate su posizioni diametralmente opposte, che raramente colgono nel segno. Il più delle volte tali diatribe si risolvono con: “La liturgia dice questo, ma le norme non sono così importanti” e via dicendo, a cui l’interlocutore risponde con rigidi riferimenti ai libri liturgici, con tanto di citazioni. Non è superfluo auspicare, allora, che nell’approccio a tali questioni vi sia onestà intellettuale e onestà di intenzioni. Fraintendimenti, confusione, e prassi celebrative eccessivamente difformi, sono generate anche dal fatto che troppo poco, quando si tratta di canto liturgico, si argomenta mettendo veramente a fuoco la questione e troppo spesso ci si ferma su questioni sicuramente attinenti, ma non centrali. Nell’attuale crisi della musica liturgica – e quindi del canto – è quanto mai urgente che si riporti ogni discussione su ciò che è veramente fondamentale, ossia la ragion d’essere del canto liturgico.

Per condurre il nostro pensiero su questa strada, la prima grande consapevolezza da acquisire riguarda il senso rituale della celebrazione liturgica. La natura rituale dell’azione liturgica è il grande orizzonte, nonché il presupposto, entro il quale si deve muovere ogni discussione sul canto liturgico. In estrema sintesi, si potrebbe dire che “il cantare” dovrà sempre avere la sua origine dentro a tale azione e non fuori: nella celebrazione liturgica, infatti, vi sono in primo luogo dei riti da cantare o dei canti che sono essi stessi dei riti. In questo senso, la celebrazione è da considerarsi come una serie di azioni che, per essere poste in pienezza, necessitano del canto. Non c’è altro vero motivo che ne giustifichi la presenza. Diversamente, per motivi anche opposti, si tratterà il canto come un “di più”, inesorabilmente superfluo: elemento atto a solennizzare la celebrazione o, per altro verso, elemento atto a ricreare i partecipanti. Tali prospettive generano tutte le ambiguità che conosciamo.

Tenendo ferma la celebrazione in quanto azione rituale come nostro orizzonte, possiamo cogliere l’effetto più proprio del canto liturgico, che è quello di imprimere alle parole (e alle azioni) la forza di ciò che significano. Le conseguenze di questa affermazione conducono molto al di là di un certo modo di celebrare, attestato sul minimo necessario. Qui è in gioco, invece, quell’efficacia pastorale della celebrazione in vista di una partecipazione fruttuosa, la quale viene potentemente favorita dal connubio musica/parola, il canto appunto. Poiché senza il canto, la gran parte dei testi liturgici non esprimono quanto significano. Senza il canto, alcuni riti non si danno proprio, poiché lo richiedono per essere se stessi. Privata della sua musica e del suo canto, gran parte dell’azione liturgica è condannata all’inespressività. E qui ritorniamo al punto cruciale: allorché il direttore del coro o l’animatore liturgico ha l’impressione di questa piattezza, si adopera aggiungendo qualche canto (solenne o ricreativo, secondo i gusti); sarebbe invece corretto domandarsi come fare per dare alla liturgia il suo canto.

Queste brevissime e incomplete considerazioni circa il senso rituale della liturgia, ci hanno portato ad intuire il senso rituale del canto liturgico, cogliendo l’enorme potenziale del suo apporto, incredibilmente troppe volte sciupato e ancora mal impiegato. Seguendo questa strada, bisognerebbe allora chiedersi “perché” la musica riesce ad imprimere tale forza alle parole, e a quali condizioni. Magari in un’altra occasione.

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