Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “febbraio, 2015”

Sussidio CEI Quaresima – Triduo pasquale 2015

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E’ da oggi online il sussidio per la Quaresima e per il Triduo Pasquale curato dall’Ufficio Liturgico Nazionale.
Certo non brilla per puntualità poiché la pubblicazione alla vigilia del Mercoledì delle Ceneri ne limita l’utilizzo, perlomeno da un punto di vista musicale. Anche la comunità parrocchiale più attenta o il coro più di buona volontà che volessero adeguare il loro repertorio, hanno bisogno di un certo lasso di tempo per programmare l’attività.
Nella presentazione Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della CEI, valorizza il tema dell’umanesimo per collegare l’itinerario verso la Pasqua a quello che prepara il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze: “L’uomo nuovo non si lascia impaludare nella “globalizzazione dell’indifferenza”, ma soffre con chi soffre, si apre alla fraternità responsabile, si getta con coraggio nelle sfide del presente”.
Il Sussidio intende offrire alle comunità cristiane strumenti e suggerimenti per vivere la grazia di questo Tempo liturgico, attraverso l’individuazione di tre macro aree:

– Biblico-catechetica
– Liturgico-musicale
– Teologico-artistico

L’ambito liturgico-musicale contiene proposte tratte dal Repertorio Nazionale Canti per la Liturgia, descritte sotto il profilo testuale, esecutivo e di pertinenza rituale.

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Cantare le parti più importanti /3

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Nei precedenti articoli ho scritto di come l’Ordinamento Generale del Messale Romano identifichi, tra le parti più importanti da destinare al canto, quelle che «devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40). Tuttavia, queste parti da cantare sono pressoché sempre destinate ad un “dire” scontato e spesso annoiato, a causa dell’ignoranza delle ragioni più profonde del canto liturgico.

Sollecitati dall’OGMR dobbiamo rispondere alla domanda: perché le parti cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea, e quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo, sono tra le più importanti da destinare al canto?

Dimensione comunitaria della liturgia
In primo luogo diciamo che proprio queste parti, qualora vengano cantate, contribuiscono fortemente ad esprimere la natura comunitaria della liturgia. In Sacrosanctum Concilium (26) leggiamo: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano». Le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, ma affinché ciò non rimanga solo un’affermazione di principio, questa dimensione ecclesiale del culto esige la partecipazione attiva dei fedeli tutti: i dialoghi, i saluti e le acclamazioni presenti nella celebrazione in numero assai significativo (secondo i casi la messa ne può comprendere anche 20 o 30) quando realizzati in canto, esprimono un coinvolgimento assolutamente maggiore del credente radunato in assemblea, e proprio per questo «favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo» (OGMR 34). Allo stesso modo, l’unità dell’assemblea è realizzata dal canto simultaneo del sacerdote e del popolo.

Dimensione partecipativa e ministeriale della liturgia
Un atto di comunicazione-partecipazione sta all’origine del popolo cristiano: quello compiuto da Dio in Cristo a favore dell’umanità. La Chiesa è risposta a questo dono di amore sempre attuale, sempre presente. La partecipazione attiva dei fedeli, è risposta all’iniziativa di Dio in questa logica di relazione, ed è favorita ed espressa soprattutto da quelle parti dialogate, che solo se cantate ottengono il giusto rilievo, in modo tale da «ravvivare l’azione di tutta la comunità» (OGMR 35).
L’atto con cui Dio rende partecipi gli uomini della propria vita è motivato non da un suo bisogno ma dalla necessità degli uomini: in tal modo Dio compie un servizio, un “ministero”. Il ministero liturgico, pertanto, non è anzitutto un “qualcosa da fare”, ma una traccia del mistero, della comunicazione di Dio. E’ un “essere di fronte a qualcuno”. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Presupposto del ministero è la differenza tra coloro che si trovano di fronte: di qui la diversità dei ministeri. Le «parti più importanti da destinare al canto» (OGMR 40) mettono in luce, più che ogni altra parte, la ricchezza e le diversità dei ministeri.

Dimensione intersoggettiva della liturgia
La celebrazione liturgica contiene un misterioso e continuo dialogo fra Dio e il suo popolo: mediante la sua Parola, il Signore si rivela alla sua Chiesa e la rende partecipe del mistero di salvezza, e mediante i suoi canti la Chiesa confessa la propria fede al suo Signore. Quest’azione, come già detto, è comunitaria e ministeriale. Un atto di tutta la comunità che si realizza mediante diversi ministeri: il vescovo, il sacerdote e il diacono; il lettore e il salmista; i solisti e il coro. Il mistero della comunicazione fra Dio e il suo popolo è ben significato, nel canto liturgico, dalle continue chiamate e risposte. Il canto della Chiesa è come la risposta alla sua convocazione: il canto della Chiesa è innanzitutto canto di risposta.

Per concludere: “Dominus vobiscum”
Ogni parte o momento importante della messa: inizio, vangelo, preghiera eucaristica, comunione, congedo, si aprono con un dialogo tra il ministro e l’assemblea.
«Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito» è un dialogo che risale alle origini del culto cristiano. In ebraico come in latino, la formula non comporta il verbo: il tempo resta “aperto”. Siccome la traduzione in italiano necessitava di un verbo, con l’ottativo “sia” si è cercato di rendere questa apertura: «Il Signore è/sia/sarà con voi».
«Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (OGMR 50). Dunque, una verità troppo importante perché sia lasciata ad un “dire” senza rilievo: occorre una parola cantata per far emergere questo mistero.
Le parole «E con il tuo spirito» sono riprese da San Paolo (1Cor 2,10) e non significano un banale “e con te”, ma che il ministro ha ricevuto, riceve e riceverà dal Signore il dono dello Spirito per la sua funzione.
Il dialogo più sviluppato e più importante della messa si trova all’inizio della preghiera eucaristica. Eccezionalmente, il dialogo si sviluppa come se, per elevare molto in alto la preghiera comune, colui che presiede avesse bisogno di più slancio. La melodia procede come tre colpi d’ala, che l’assemblea ratifica: «E’ cosa buona e giusta». Che il presidente riprende, continuando la lode: «E’ veramente cosa buona e giusta».
Il Messale propone due melodie: la prima è di nuova composizione, la seconda si rifà a melodie gregoriane.

Cantare le parti più importanti /2

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Nel precedente articolo ho scritto a proposito delle parti più importanti da destinare al canto in una celebrazione eucaristica. Il Messale descrive gesti da compiere in canto laddove una prassi più che mai diffusa si limita al “dire”. Confesso di non aver mai cantato quelle parti, spettanti al sacerdote che presiede, finora. In seminario non mi è stato insegnato, figuriamoci; non ho mai visto farlo e in quindici anni nessuno mi ha mai incoraggiato a cantarle; non conosco sacerdoti che lo facciano. Prima di scrivere questo post, ho voluto fare un veloce sondaggio utilizzando Facebook, ponendo il quesito in due gruppi che raccolgono membri (più di 2.000) interessati al canto e alla musica liturgica. Ho ottenuto quasi 160 risposte che appaiono nell’immagine qui sopra. Sinceramente non so se e quanto tale sondaggio possa essere significativo. Tuttavia emerge il fatto che quanto avviene in Asti e dintorni, è un po’ mal comune (ma senza gaudio; anzi). Salvo pochissime isole felici presenti qui e la in Italia, le parti che dovrebbero essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo (cfr. OGMR 40) sono pressoché sempre consegnate ad un “dire” che, ne abbiamo l’esperienza, è quanto mai sbiadito e  spesso sopraffatto dall’abitudine annoiata.

Sembra che si salvi il canto della Dossologia che conclude la preghiera eucaristica e del Padre nostro. Ma il risultato non cambia e si può osservare un vero e proprio capovolgimento di precedenze: le parti che il Messale indica come le più importanti, da cantare praticamente sempre, nella prassi lo sono solo ogni tanto, in certe occasioni straordinarie. In via ordinaria invece, largo ai canti da inserire nei soliti momenti (inizio, offertorio, comunione, finale). E torniamo alla conclusione: si ignorano le ragioni profonde del canto liturgico. Formazione, formazione, formazione…

Rimane ancora da indagare perché siano più “importanti” le parti che devono essere cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea e dal sacerdote insieme al popolo.

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Cantare le parti più importanti

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Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR 40).

L’affermazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano ci porta subito ad un paio di domande: tra le parti da destinare al canto, quali sono quelle di maggior importanza? E perché lo sono?

Ricercare le risposte adatte significa andare alle ragioni più autentiche del canto liturgico. La prima domanda trova una risposta implicita nell’affermazione stessa di OGMR: tra le parti più importanti, vi sono soprattutto quelle spettanti ai ministri con la risposta dell’assemblea, o quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo. Elencando le parti che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, troviamo:

– i Saluti (Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito);
– le Orazioni (Colletta; Sulle offerte; Dopo la Comunione);
– dopo la I e II lettura (Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio). Il Messale indica solo la melodia per l’acclamazione finale;
– per il Vangelo (Dal Vangelo secondo… Gloria a te, o Signore). Preceduto dal saluto;
– dopo il Vangelo (Parola del Signore. Lode a te, o Cristo);
– il dialogo al Prefazio (e il Prefazio stesso, che è un tutt’uno con il dialogo che lo precede);
– l’acclamazione (Mistero della fede. Annunciamo…);
– la dossologia (Per Cristo… Amen.);
– benedizione.

Le parti nelle quali viene indicato che il popolo canti insieme al sacerdote, sono:

– l’Alleluia o, in Quaresima, altro canto (ma non il versetto);
– la professione di fede (il canto del Credo è un’opzione possibile, alternativa alla recita);
– il Santo;
– il Padre nostro

Dunque, una grande e variegata ricchezza di gesti liturgici da compiere in forma sonora che, ne sono certo, avrà sorpreso il lettore, il quale non avrà mancato di confrontare la multiforme proposta canora del Messale, con la prassi celebrativa conosciuta nel proprio ambiente. Una generalizzata mancanza di formazione liturgica ha portato a ignorare le ragioni più profonde del canto liturgico: esso è vissuto come ornamento, abbellimento e come occasione per una mal intesa “animazione” della Messa. Una sterminata e spesso scadente produzione di canti per l’ingresso, la presentazione dei doni, la comunione, la “fine” (sic), è nel contempo effetto e causa di questo disorientamento.

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