Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “gennaio, 2015”

Bellezza della musica /2

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Un funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto.

Queste parole di Benedetto XVI pronunciate il 21 novembre 2009 durante il suo incontro con gli artisti, ci riportano ancora una volta al tema della bellezza. L’esperienza del “bello” non è assolutamente da vedere come qualcosa di secondario o superfluo, ma di essenziale. La “scossa” provocata dalla bellezza alla quale si fa riferimento, così come lo “strappo all’accomodamento del quotidiano”, sono espressioni che riconducono alla dimensione della trascendenza del rito liturgico rispetto alla scansione temporale, come la festa lo è rispetto alla feria. Nella celebrazione portiamo certamente tutto il nostro quotidiano, ma in una dinamica che ci spinge “oltre” questo tempo. La musica liturgica ha una fondamentale importanza in questo, ma anch’essa, e non mi stancherò mai di dirlo, necessita di bellezza per poter svolgere il suo compito.

A tal proposito ricordo le parole di Giovanni Paolo II:

E’, dunque, necessario scoprire e vivere costantemente la bellezza della preghiera e della liturgia. Bisogna pregare Dio non solo con formule teologicamente esatte, ma anche in modo bello e dignitoso. A questo proposito, la comunità cristiana deve fare un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra.

A intenditor poche parole, verrebbe da dire. Ma non sono sicuro che molti siano coloro pronti ad intendere. E così occorre ripetere molte volte le esigenze della musica liturgica e offrire instancabilmente, anche a piccoli gruppi, occasioni di formazione.

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L’arte dei suoni

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L’opera d’arte è, sì, una cosa fabbricata, ma dice anche qualcos’altro oltre la pura cosa: allo agoreúei. L’opera d’arte rende noto qualcos’altro, rivela qualcos’altro: è allegoria. Alla cosa fabbricata l’opera d’arte riunisca anche qualcos’altro. Riunire si dice in greco symbállein. L’opera d’arte è simbolo.

La riflessione di Heidegger è interessante. L’opera d’arte racchiude in se stessa un eccedenza rispetto a ciò che è sensibile, una trascendenza che non lo nega, ma che è inscritta in esso. L’arte tende a tenere insieme il suo andare oltre e la sensibilità da cui parte e a cui rimane sempre legata. In effetti, quando siamo di fronte ad essa, l’opera d’arte ci “dice” qualcosa. L’impatto genera in noi emozioni e pensieri. Ciò che viene generato in noi, è esattamente l’eccedenza racchiusa nell’opera d’arte, ma che nello stesso tempo è oltre ad essa. Inoltre, ad uno viene comunicata una cosa, ad un altro un altra cosa. L’opera d’arte dice qualcosa di specifico a ciascuno di noi, e può suscitare emozioni diverse. Questa è la forza del linguaggio simbolico.

Per quello che riguarda la musica e quindi  il canto, dobbiamo fare una constatazione: e cioè che l’arte dei suoni non fabbrica nulla nel suo attuarsi. Il pittore, dipingendo realizza il quadro: il dipinto sarà allegoria e simbolo. Ma il musicista suonando o i cantori cantando non producono nulla di tangibile – poiché le onde sonore sprigionate tali non sono – né tantomeno di permanente. E’ significativo cogliere, dunque, che nella musica e nel canto, allegoria e simbolo risiedano non in un manufatto, ma nell’atto stesso del suonare o del cantare. Queste due azioni, nello specifico, sono simboliche: racchiudono e  nello stesso tempo  rimandano a qualcos’altro. A cosa? Credo sia impossibile dirlo in modo esauriente, ma in un contesto liturgico il credente potrebbe provare emozioni legate al suo essere insieme ad altri che condividono la stessa fede, sentendosi un unico corpo, pur nella diversità; potrebbe avere l’impressione di vivere un tempo non ordinario, quotidiano, ma essere rimandato ad un tempo “altro”, straordinario, solenne.  Senza contare tutti i significati e gli atteggiamenti che la musica, legata alle parole, può suggerire, veicolare e amplificare potentemente: gioia, raccoglimento, lode, supplica, ecc…

Ad una condizione: che sia bella.

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