Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Canto gregoriano /2

monaci

Qual è il futuro del canto gregoriano, vista l’attuale situazione di generalizzato abbandono? E’ possibile che il canto gregoriano diventi qualcosa in più che un ambito per specialisti o per amanti del settore? E cosa? Nel post precedente mi sono dedicato ad una sintesi di tipo storico: qui vorrei partire dalle sollecitazioni del Concilio Vaticano II.

Il paragrafo 116 della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riserva alcune parole al canto gregoriano, riconoscendolo come “canto proprio della liturgia romana” e stabilisce che ad esso deve essere riservato il “posto principale”, “a parità di condizioni”. Che cosa si intende? Le condizioni alle quali SC si riferisce riguardano la possibilità di favorire la partecipazione così come intesa nel documento: una partecipazione attiva (SC 11, 14, 19, 21, 27, 30, 41, 48, 50, 113, 114, 124), piena (SC 14, 17, 21, 41), che richiede un coinvolgimento integrale della persona (interna ed esterna: SC 19;  consapevole: SC 11, 14, 28), il più possibile comunitaria (SC 21, 26, 27, 42), accessibile ai fedeli (facile: SC 50, 79), ma che necessita di un intenso atteggiamento spirituale (pia: SC 19), proporzionata all’età, alla condizione, al genere di vita e gradi di cultura (SC 19). Con oggettività, pertanto, occorre verificare le “pari condizioni”, cioè se sia opportuno utilizzare il canto gregoriano piuttosto che interventi canori di altro genere. Ad un’attenta verifica, bisogna ammettere la difficoltà ad ipotizzare che il canto gregoriano possa essere largamente impiegato nel canto liturgico odierno, anche se la sua totale sparizione appare del tutto ingiustificata, frutto di preconcetti più che di discernimento oculato. Pur procedendo con prudenza, non è affatto difficile trovare in quel repertorio qualche “perla” che possa ancora oggi favorire la vera partecipazione liturgica.

Dunque, viste le scarse probabilità di un suo impiego massiccio nelle nostre assemblee, perché SC definisce il canto gregoriano come “canto proprio della liturgia romana”? E’ un’espressione inserita ad omaggio del passato, o indica qualcosa di prezioso per il futuro? Il canto gregoriano ha in SC il riconoscimento che gli spetta per la sua connessione al rito, che è indiscutibile; perché nato dalla preghiera e per le celebrazioni liturgiche; per l’inscindibile legame tra il testo e le melodie. Possiamo allora dire che il canto gregoriano è canto “proprio” della liturgia romana, innanzitutto perché è esemplare. Ecco il futuro del canto gregoriano. Con questa esemplarità occorre confrontarci, e confrontare i nostri repertori: sono ritualmente pertinenti? La musica è al servizio della liturgia? Il testo è valorizzato dal linguaggio musicale? Ispira alla preghiera in connessione con un preciso momento rituale? Come afferma Giacomo Baroffio, “il futuro si crea andando alle sorgenti. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di Dio che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. E’ la stessa Parola che il cantore innalza a Dio quale preghiera della Chiesa. E’ canto delle parole con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica”. Il canto gregoriano è esemplare perché è nato dal “bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di Dio più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge”.

Non si tratta, dunque, di affermare nostalgicamente la preziosità del canto gregoriano, lamentarsi per il suo scarsissimo utilizzo odierno e riproporre tout-court un repertorio di mille anni fa, ma nelle concrete situazioni occorre responsabilmente chiedersi: c’è qualcosa di meglio? Di più adatto? E perché?

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