Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “novembre, 2014”

Sussidio Avvento-Natale 2014

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L’Ufficio Liturgico Nazionale ha pubblicato il Sussidio Avvento-Natale 2014, articolato in tre sezioni: liturgica (e musicale), catechistica (familiare e giovanile), caritativa.
La sezione liturgica contiene innanzitutto una proposta biblica, a partire dalle letture domenicali. A questa seguono alcune indicazioni celebrative: per ogni tempo liturgico (Avvento e Natale) è fornita una introduzione generale; per ogni domenica e festività si danno alcune sobrie e puntuali indicazioni celebrative, che aiutano a vivere nella “nobile semplicità” la celebrazione della festa. Non si è ceduto alla tentazione dell’animazione intesa come puro coinvolgimento, nella convinzione che la liturgia debba mantenere il suo carattere proprio; altre iniziative, infatti, possono opportunamente trovare il loro spazio in altre circostanze. Infine, per ogni domenica è fornita una proposta musicale: si potrà anche discutere se sia la migliore possibile, ma non è esclusiva e soprattutto ha il pregio di essere seria e calibrata. Particolare importanza è data al canto del Salmo responsoriale del quale viene allegato lo spartito in formato pdf. Degno di nota è anche il materiale riguardante il repertorio: alcuni canti vengono presentati approfondendoli da un punto di vista testuale e musicale.

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Bellezza della musica

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Nel precedente post, traendo spunto dall’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, ho scritto a proposito di Sacrosanctum Concilium (n. 112) la quale, in merito alla musica sacra, afferma che «la Chiesa ammette tutte le forme della vera arte purché dotata delle qualità necessarie». Qui desidero riprendere da dove mi ero fermato.

Qual è la qualità artistica della musica, desiderabile in campo liturgico? Non certo la perfezione stilistica, come si esige in altri ambiti, come quello concertistico. Senza giocare al ribasso, possiamo dire che in una celebrazione sarà bello, per esempio, anche il canto spettante al ministro ordinato qualora abbia la proprietà dell’intonazione, della voce chiara e facilmente intendibile, seppure priva della qualità del cantante lirico; allo stesso modo, il canto del popolo ha le sue prerogative, che non possono essere giudicate con il metro utilizzato per misurare il canto dei professionisti: un prato fiorito è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti. Così è il canto dell’assemblea. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste mancanze, non alterano la bellezza dell’insieme, più di quanto i difetti dei singoli fiori quella del prato. Possiamo utilizzare la stessa metafora per riferirci non più al canto del popolo, ma a quello del coro o dei solisti. Se da questo prato coperto di fiori volessimo coglierne uno per donarlo ad una persona a noi cara, sceglieremmo indubbiamente il fiore più bello, non uno di quelli appassiti. Così il canto di coloro che ad esso sono deputati, non potrà non essere coltivato o lasciato alla libera iniziativa, ma nel limite del possibile dovrà essere frutto di applicazione e studio.

Anche per questo Sacrosanctum Concilium afferma che la musica liturgica deve avere la qualità della «vera arte». L’arte, rapportata all’ambito del rito, dice la differenza tra ciò che è naturale, qui inteso come ciò che è istintivo, grezzo, e ciò che viene fatto proprio nella celebrazione. Come il gesto rituale (si pensi al camminare o al porgere), pur contenendo inscindibilmente in sé tutto ciò che è genuinamente umano, subisce una sorta di modifica nel modo di attuarsi e un ampliamento di significato, così avviene nell’arte. Con la sua opera l’artista modifica ciò che è naturale: forse la natura non è bella? Eppure l’artista si sforza e desidera superarne e amplificarne la bellezza. Con la sua opera, l’artista ricerca il modo di andare oltre ciò che è naturalmente bello per giungere ad un altro ordine di bellezza. Nell’arte vi è come un movimento simile a quello che la Liturgia ci può permettere: raggiungere l’aldilà in questo mondo. Un pensiero di Simone Weil può dirci qualcosa: «In tutto quel che suscita in noi il sentimento pure ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno».

Bellezza della Liturgia

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La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi. (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 24)

L’Esortazione Apostolica, si riferisce alla Liturgia dedicandole appena un paio di righe (oltre al secondo paragrafo del capitolo terzo, dedicato all’omelia) e attribuendole un’azione evangelizzante per la Chiesa e nel mondo. Come spesso accade, per dire cose grandi non occorrono tante parole: infatti, la frase in oggetto è una vera perla. La collocazione della parola “bellezza” non è affatto neutra, e non consente di liquidare l’affermazione come una cosa di poco conto. Quale bellezza? E’ solo un modo di dire per intendere la ricchezza di significati e di contenuti presenti nella Liturgia, o si intende proprio una Liturgia bella? Personalmente seguo questa seconda ipotesi, che d’altra parte è coerente con il magistero dei predecessori di Papa Francesco; e se siamo richiamati al fatto che non una qualunque Liturgia sia evangelizzante, ma solo una Liturgia dalla quale traspaia bellezza, la questione diventa grossa. Mi vengono in mente certe liturgie nelle quali mancano i requisiti minimi di significatività, musicalmente indecorose.

Nel capitolo dedicato alla musica sacra, Sacrosanctum Concilium (n. 112) afferma: «La Chiesa approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotata delle qualità necessarie». Il binomio «vera arte – qualità necessarie» viene troppo spesso scansato, anche se proprio questo è uno dei princìpi cardine per un sano discernimento da attuare quando un coro stabilisce cosa far entrare nel proprio repertorio, o quando l’incaricato decide i canti di una celebrazione. Le qualità necessarie ad una composizione sono quelle che la rendono adatta ad una Liturgia: questa esigenza viene soprattutto denominata pertinenza rituale. Ad esempio: un canto veramente adatto alla comunione, o una melodia veramente cantabile da tutti quando il rito chiede che canti tutta l’assemblea. Oppure una musica che davvero sia a servizio della parola (e non il contrario), che non manometta il testo liturgico; composizioni che siano d’ispirazione fortemente biblica e non solo genericamente religiose. Lo spessore artistico della musica liturgica, poi, non può essere eluso, pena l’ingresso nel rito di forme che San Giovanni Paolo II riteneva inadatte. Ad una udienza generale, nel 2003, disse: «E’ necessario scoprire e vivere costantemente la bellezza della preghiera e della liturgia. La comunità cristiana deve fare un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra». Musica e canto liturgico, non solo devono essere ritualmente pertinenti, di modo che “dicano quello che dice il rito”, ma anche essere belli.

Indicando l’esperienza del “bello” come qualcosa di non secondario, Benedetto XVI durante il suo incontro con gli artisti, affermò: «Una funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto». L’immagine della “scossa” provocata dalla bellezza e lo “strappo” dall’ordinarietà dicono bene due caratteristiche della Liturgia, a cui musica e canto contribuiscono fortemente: “differenza” e “trascendenza” del rito rispetto alla scansione temporale quotidiana, come la festa lo è rispetto al feriale.

Continuerò su questo argomento in un altro post.

Cori e Chiesa

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Sabato 22 novembre ore 21 in Cattedrale, la patrona della musica Santa Cecilia sarà onorata con il canto dei cori parrocchiali nella concelebrazione eucaristica presieduta da Mons. Vescovo. La proposta rientra nell’ambito di attività dell’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale e vuole in particolar modo essere segno di attenzione alle realtà corali locali, cercando di curare le relazioni fra coloro che nelle parrocchie operano nel settore musicale della liturgia, e offrendo stimoli per un canto sempre più adatto alla celebrazione.

Le due prove canto a cui ho partecipato nei giorni scorsi, hanno testimoniato buona adesione e passione. Molti cori dimostrano di essere realtà di una Chiesa viva, e lo si vede nell’impegno entusiasta con cui hanno aderito all’iniziativa. E complimenti davvero a tutti coloro che sono stati capaci di mettersi in gioco!

Ho intravisto anche qualche segnale di fatica, sui quali ho provato a formulare un’ipotesi: i diversi problemi che finora ho riscontrato nelle realtà corali e i motivi che hanno portato a non partecipare alla Messa di Santa Cecilia, potrebbero avere come comune denominatore un deficit di ecclesialità? Con questo termine intendo: avere consapevolezza di cosa sia la Chiesa, amarla, sentirsene parte, impegnarsi in e per essa. Vediamo:

Repertori diversi. Il programma canoro scelto per la Messa di Santa Cecilia è tratto da Nella Casa del Padre e dal Repertorio Nazionale dei canti nella Liturgia. Si può discutere quanto si vuole circa qualità e difetti di tali repertori, ma di certo: sono frutto di un lavoro attento di musicisti e liturgisti, guardano alle nostre normali assemblee, sono molto diffusi e utilizzati sul territorio nazionale (almeno il primo), e soprattutto sono consegnati dai vescovi italiani alle comunità cristiane. Perché ignorarli?

Impegni concomitanti. La Messa in onore di Santa Cecilia è celebrata ormai da tre anni consecutivi, ed è l’unica occasione che i coristi dei tanti cori parrocchiali della diocesi hanno per cantare una messa tutti insieme: la scelta di preferire ad esso altri impegni corali è senz’altro lecita, ma mi viene da domandare se non si possa fare diversamente.

Cessata attività. Se un direttore di un coro parrocchiale, oberato di impegni, non riesce più a “tirare la carretta”, il coro smette di esistere o per lo meno di svolgere regolarmente la sua attività. Le difficoltà del direttore potrebbero non essere spuntate all’improvviso, oppure sì. Un coro, soprattutto se numeroso e di una grande parrocchia, è una realtà ecclesiale importante: è necessario aspettare di essere in estrema emergenza per cambiare qualcosa, sollecitare qualche collaborazione, avviare alla formazione un giovane direttore? L’Istituto che dirigo ha un corso per organisti: neanche un allievo che provenga da una grossa parrocchia di città.

Ordinaria amministrazione. Partecipare alla Messa di Santa Cecilia, vuol dire imparare canti nuovi e mettere in conto prove supplementari. Un coro, invece, potrebbe accontentarsi di gestire senza troppo impegno la propria attività domenicale, e non essere sollecitato da attività extra.

Evitare il confronto. Dover ascoltare le convinzioni altrui, specie se fondate e supportate da argomentazioni valide, può risultare fastidioso. Alcune persone infatti, possono trovare gratificazione solo se la loro attività rimane chiusa in se stessa, o aperta a chi dà loro ragione.

Canto gregoriano /2

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Qual è il futuro del canto gregoriano, vista l’attuale situazione di generalizzato abbandono? E’ possibile che il canto gregoriano diventi qualcosa in più che un ambito per specialisti o per amanti del settore? E cosa? Nel post precedente mi sono dedicato ad una sintesi di tipo storico: qui vorrei partire dalle sollecitazioni del Concilio Vaticano II.

Il paragrafo 116 della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riserva alcune parole al canto gregoriano, riconoscendolo come “canto proprio della liturgia romana” e stabilisce che ad esso deve essere riservato il “posto principale”, “a parità di condizioni”. Che cosa si intende? Le condizioni alle quali SC si riferisce riguardano la possibilità di favorire la partecipazione così come intesa nel documento: una partecipazione attiva (SC 11, 14, 19, 21, 27, 30, 41, 48, 50, 113, 114, 124), piena (SC 14, 17, 21, 41), che richiede un coinvolgimento integrale della persona (interna ed esterna: SC 19;  consapevole: SC 11, 14, 28), il più possibile comunitaria (SC 21, 26, 27, 42), accessibile ai fedeli (facile: SC 50, 79), ma che necessita di un intenso atteggiamento spirituale (pia: SC 19), proporzionata all’età, alla condizione, al genere di vita e gradi di cultura (SC 19). Con oggettività, pertanto, occorre verificare le “pari condizioni”, cioè se sia opportuno utilizzare il canto gregoriano piuttosto che interventi canori di altro genere. Ad un’attenta verifica, bisogna ammettere la difficoltà ad ipotizzare che il canto gregoriano possa essere largamente impiegato nel canto liturgico odierno, anche se la sua totale sparizione appare del tutto ingiustificata, frutto di preconcetti più che di discernimento oculato. Pur procedendo con prudenza, non è affatto difficile trovare in quel repertorio qualche “perla” che possa ancora oggi favorire la vera partecipazione liturgica.

Dunque, viste le scarse probabilità di un suo impiego massiccio nelle nostre assemblee, perché SC definisce il canto gregoriano come “canto proprio della liturgia romana”? E’ un’espressione inserita ad omaggio del passato, o indica qualcosa di prezioso per il futuro? Il canto gregoriano ha in SC il riconoscimento che gli spetta per la sua connessione al rito, che è indiscutibile; perché nato dalla preghiera e per le celebrazioni liturgiche; per l’inscindibile legame tra il testo e le melodie. Possiamo allora dire che il canto gregoriano è canto “proprio” della liturgia romana, innanzitutto perché è esemplare. Ecco il futuro del canto gregoriano. Con questa esemplarità occorre confrontarci, e confrontare i nostri repertori: sono ritualmente pertinenti? La musica è al servizio della liturgia? Il testo è valorizzato dal linguaggio musicale? Ispira alla preghiera in connessione con un preciso momento rituale? Come afferma Giacomo Baroffio, “il futuro si crea andando alle sorgenti. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di Dio che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. E’ la stessa Parola che il cantore innalza a Dio quale preghiera della Chiesa. E’ canto delle parole con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica”. Il canto gregoriano è esemplare perché è nato dal “bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di Dio più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge”.

Non si tratta, dunque, di affermare nostalgicamente la preziosità del canto gregoriano, lamentarsi per il suo scarsissimo utilizzo odierno e riproporre tout-court un repertorio di mille anni fa, ma nelle concrete situazioni occorre responsabilmente chiedersi: c’è qualcosa di meglio? Di più adatto? E perché?

Canto gregoriano

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Il canto gregoriano, oggi di fatto abbandonato dalle comuni assemblee liturgiche, continua a trovare forte interesse presso gli studiosi specializzati e conosce una certa divulgazione in ambito concertistico, anche se per un pubblico di “nicchia”. Come siamo arrivati a questo punto? E’ una vicenda lunga più di quindici secoli.

Il repertorio del canto cosiddetto “gregoriano”, si è formato lentamente lungo i secoli, fin dai primi secoli del cristianesimo a Roma per arrivare alle grandi rielaborazioni e creazioni carolingie a partire dal IX secolo e ai successivi contributi romani. Ha conosciuto la “concorrenza” del canto polifonico rinascimentale, e il declino dovuto alle nuove composizioni sacre – ad esso preferite – di epoca barocca e classica, e successivamente, in Italia, a causa delle melodie di sapore operistico. In questi secoli di decadenza, il canto gregoriano venne rimaneggiato grossolanamente a più riprese e abbruttito in vari modi nella prassi esecutiva rimanendo sì sempre in vigore, ma contaminato da una tradizione creatasi lungo i secoli, lontana da quella originale. Poi, agli inizi del novecento, per correggere gli abusi liturgico-musicali allora in essere, si affermò il movimento ceciliano. In quel periodo il canto gregoriano venne restaurato grazie a faticose verifiche storiche e filologiche, a coronamento delle quali, vennero pubblicati il Graduale e il Liber usualis, le nuove edizioni ufficiali del canto liturgico. L’allora Papa Pio X, nell’offrire la sua approvazione ai ceciliani e alla riscoperta del canto gregoriano, ebbe motivazioni squisitamente pastorali. In quei tempi, infatti, anche nelle basiliche romane si era molto lontani dal suo ideale liturgico, se lui stesso ebbe modo di lamentarsi: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero affatto neppure nei concerti profani di minor conto”. Pio X, era fermamente convinto che la soluzione a questa situazione potesse venire anche dalla riscoperta del canto gregoriano. Pertanto, nel suo Motu Proprio Tra le sollecitudini indicò: “Si procuri di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi”. Tuttavia, “anticamente” la lingua parlata di quei fedeli era il latino e, quella di rieducare il popolo al canto gregoriano, si rivelò un impresa che non raggiunse il suo fine. Al tempo di Pio X, liturgia e musica sacra erano ormai da secoli due aspetti, per così dire, disgiunti e indipendenti. Il canto dei fedeli, quale mezzo per l’auspicata partecipazione attiva dei fedeli (da Pio X, 1903, al magistero di Pio XII, 1958, la locuzione “partecipazione attiva” equivaleva a “partecipazione esteriore”) rimarrà qualcosa di desiderato ma solo un mezzo, eventualmente anche non necessario, per realizzare la “partecipazione interiore” ossia l’intima devozione dell’anima.

In questa frattura tra “interiore” e “esteriore” nella quale era ormai caduta la comprensione della partecipazione dei fedeli, cadrà anche la questione pastorale del canto gregoriano.

Il Concilio Vaticano II, riferendosi alla partecipazione liturgica con tutta una serie di aggettivi, permetterà il superamento di questa visione classica dualista; nel paragrafo 116 della Costituzione Sacrosanctum Concilium riserva alcune parole al canto gregoriano, riconoscendolo come “canto proprio della liturgia romana” e che pertanto “a parità di condizioni” ad esso deve essere riservato il “posto principale”. E’ possibile che il canto gregoriano diventi qualcosa in più che un ambito per specialisti o per amanti del settore? Ne tratterò in un prossimo post.

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