Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “luglio, 2014”

Musica maestro!

zazzera

L’odierna situazione della musica liturgica non appare certo ottimale: accanto a realtà meritevoli, vi è molta approssimazione e talvolta dei veri e propri abusi. Ma in passato le cose non andavano meglio. Leggiamo, ad esempio, ciò che ci racconta il Tebaldini (1864-1952) riferendosi a quanto accadeva sul finire dell’ottocento:

Non è raro – anzi è frequentissimo – di vedere il sacerdote celebrante nei momenti più sublimi della Messa, attendere rassegnato che un flauto termini i suoi trilli e le sue volatine, che un violino gema le sue melodie sulla quarta corda, un clarinetto i suoi gorgheggi interminabili, quand’anche non sia una tromba, che sfacciatamente squilla nel modo il più stridulo ed assordante. Ed è ancor più frequente l’occasione di vedere un tenore di cartello in guanti neri, zazzera inverniciata e baffi appuntiti, venire alla tribuna dell’orchestra, ad implorare per la centesima volta il Misere nobis chiudendo con una perorazione che fa andare in visibilio tutti, pubblico e purtroppo sacerdoti. E quando un basso dalla voce cavernosa urlerà un Suscipe deprecationem nostram; quando un contralto con note fesse ed affaticate belerà il Laudamus; quando l’organista si divertirà a dar saggio improvvisato del suo molto dubbio sapere; quando un’orchestra all’Offertorio farà attendere il celebrante che sia finita la sinfonia della Gazza Ladra, non diremo cosa falsa né riprovevole ripetendo che tutto questo è assolutamente scandaloso.

da: G. Tebaldini, La musica sacra nella Storia e nella Liturgia, Macerata, Unione Cattolica Tipografica, 1904, pag. 29

La chitarra

chitarra-classica

Diciamolo chiaramente: la chitarra è uno strumento nobilissimo. Pagine bellissime le sono state dedicate nelle tradizione della musica classica occidentale ed insigni musicisti si sono dedicati a questo strumento con attenzione e competenza. Detto questo bisogna anche dire: la chitarra non è impiegata nella liturgia, nel 99% dei casi, esaltando le sue capacità espressive ma come strumento di accompagnamento e questo non le fa bene. Infatti, è strumento che in paragone all’organo non ha quella forza sonora per sostenere un’assemblea (a mio parere quando è amplificata la chitarra non rende bene), in paragone all’organo non ha quel senso liturgico che viene da secoli di tradizione che non va dimenticata ma a cui va data la giusta importanza, in paragone all’organo non è sonoramente variegata. Come si vede io non ne faccio una questione di fede ma di opportunità e mi spiego perché la Chiesa abbia sempre raccomandato l’organo come strumento liturgico per eccellenza. Purtroppo quando le orecchie non vogliono sentire, proprio non sentono (Aurelio Porfiri, in Liturgia Opus Trinitatis, blog di Matias Augé).

Alle giuste e pertinenti osservazioni di Porfiri, mi permetto di allegare due pensieri riguardanti il chi utilizza la chitarra e il che cosa viene eseguito in quel “99% dei casi”.

1) Come mai la chitarra viene così diffusamente impiegata nella liturgia come strumento di accompagnamento? Perché è comunemente ritenuto uno strumento “facile”. Perché con appena qualche settimana di esercizio si riesce ad accompagnare qualche canzone di musica leggera – tipo Sapore di sale di Gino Paoli o Canzone del sole di Battisti – e con qualche esercizio in più, senza conoscere nulla di musica, si accompagna qualche canto nella liturgia. Non si offendano i “chitarristi fai-da-te”, ai quali va anche la mia simpatia, ma sono convinto di non allontanarmi molto dalla realtà. Dan Crary, uno dei pionieri della chitarra acustica, diceva che “la chitarra è lo strumento più facile da suonare male, e più difficile da suonare bene”. E dunque, se per imparare a suonare decentemente questo strumento, ci vogliono anni di studio con metodo, quali risultati si ottengono in pochi mesi? Ciò corrisponde alla dignità della liturgia?

2) L’utilizzo della chitarra nella liturgia come strumento di accompagnamento, implica obbligatoriamente un certo tipo di repertorio che, per stile, andamento melodico e costruzione armonica si avvicina parecchio alla musica leggera e al genere “canzone”. Questo repertorio, forse accettabile in assemblee esclusivamente giovanili, va esaminato con prudenza, poiché alcuni “compositori” non hanno ben chiara la differenza di significato tra il facile, il semplice e il banale. Vi si trovano, pertanto, anche composizioni davvero scadenti, con testi solo genericamente religiosi, sdolcinati, superficiali.

Guardando un po’ meno alle necessità immediate e un po’ di più a lungo termine, sarebbe opportuno indirizzare le persone di buona volontà ad uno studio più serio della musica perché possano svolgere in modo migliore il loro servizio. Toccherebbe al clero fare da guida in quest’ambito? Si, se in questi ultimi due o tre decenni vi fosse stata un’adeguata educazione musicale in seminario. Forse i preti di oggi sentirebbero maggiormente questa necessità.

L’educazione musicale dei futuri preti

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Qualche giorno fa su internet, mi sono imbattuto più o meno per caso in un paragrafo della Ratio institutionis sacerdotalis, cioè il Regolamento degli studi teologici dei seminaristi, che è allegato al documento La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari (III ed.); il tutto è stato esaminato e approvato nel 2006 dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ambito è quanto mai importante perché ci si occupa del clero di domani. Ebbene, il paragrafo in questione riguarda lo studio della musica sacra.

Lo riporto integralmente. Vista la mia personale esperienza e avendo qualche notizia su ciò che accade oggi, mi chiedo: ma gli addetti ai lavori se ne sono dimenticati o lo ignorano consapevolmente? Oso sperare, tuttavia, che vi siano dei seminari che non lascino il Regolamento solo sulla carta!

MUSICA SACRA 

Obiettivi 

La musica sacra – in particolare il canto sacro – è intimamente unita alla liturgia. Pertanto la conoscenza, la formazione e la pratica della musica per la liturgia devono abituare gli alunni a cogliere la stretta unità tra rito e azione liturgica, ed educarli ad ammettere nel culto divino le forme musicali della vera arte, avendo la musica sacra il solo fine della gloria di Dio e della santificazione dei fedeli. Tale formazione contribuirà alla pertinenza delle celebrazioni liturgiche nei seminari e alla preparazione di pastori capaci di celebrare con proprietà ed afflato spirituale i misteri divini, favorendo la bellezza dei riti, la loro solennità e la comunione ecclesiale che lo stesso canto del rito favorisce.

Contenuti 

Il corso dovrà prevedere lo studio accurato dei principi basilari della musica liturgica secondo la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e l’istruzione Musicam sacram, analizzandone i fondamenti teologici, antropologici, estetici e pastorali. Sarà inoltre necessario conoscere la disciplina e le norme fondamentali per il canto sacro e alcune indicazioni di base sull’animazione e sulla partecipazione dei fedeli. Di grande utilità potrà essere un breve panorama della storia del canto sacro.
Si insista sulla conoscenza della natura e della funzione del canto dell’ordinario della Messa (parti del presbitero, dei vari ministri, della schola cantorum e dell’assemblea), cui gli alunni dovranno abituarsi già nelle celebrazioni liturgiche in seminario. Si dia il giusto risalto al canto del proprio della Messa (parti variabili) e all’arte del salmodiare. Si affronti il tema del canto della Liturgia delle ore (innodia, salmodia e canti responsoriali).
I seminaristi siano educati alle varie espressioni di canto liturgico (gregoriano, polifonico, popolare e “giovanile”), imparando a esercitare il discernimento sulle priorità, sulle qualità liturgiche, artistico-musicali e testuali dei brani, e a distinguere le diverse opportunità pastorali di uso degli stessi, abituandosi a differenziare il canto per la liturgia da quello per altre attività pastorali. Si offrano alcune nozioni sugli strumenti musicali per la liturgia.

Didattica

– Conoscenza e uso del repertorio gregoriano fondamentale, che la Chiesa riconosce come proprio della liturgia romana.
– Conoscenza ed uso del repertorio nazionale di canti per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana.
– Esercitazioni sull’ordinario della Messa e sul canto del celebrante.
– Apprendimento di alcune nozioni base di teoria e solfeggio musicale e sull’uso della voce, e per il suono – anche solo sommario – di uno strumento musicale, preferibilmente l’organo a canne.
– Esercitazioni seminariali su alcuni aspetti particolari della musica sacra.
– Preparazione accurata, in forma di laboratorio, del canto liturgico per le celebrazioni.
– Esercitazioni sul canto della Liturgia delle ore, soprattutto degli inni e della salmodia.

La posizione del coro

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A volte mi capita di dover argomentare circa la più opportuna collocazione del coro nel contesto di una celebrazione liturgica. Se le chiese di nuova progettazione talvolta non prevedono per il coro uno spazio apposito, consono e acusticamente adatto, figuriamoci quelle più antiche, pensate e costruite per una prassi liturgica ben diversa da quella voluta del Concilio Vaticano II. Di tanto in tanto, quindi, ritornato certe constatazioni e proposte: “Nella navata non ci sentono, andiamo sulla tribuna dell’organo!”. Oppure: “In coro l’acustica è migliore!” (riferendosi alla struttura lignea posta solitamente dietro l’altare tridentino). Un giorno, recandomi in una parrocchia per preparare una liturgia diocesana, quando chiesi dove fosse il posto previsto per il coro, mi sentii rispondere con sarcasmo (e altrettanta ignoranza): “Ma in coro!”.
Circa l’origine del coro  come spazio architettonico, lascio ad altri approfondimenti; tuttavia, si tenga presente che esso venne sempre ritenuto, in teoria, come spazio destinato al canto ed alla preghiera di preti e monaci: in pratica, vi hanno avuto accesso anche altri uomini e bambini (maschi!, notare) per il fatto che tale servizio veniva considerato come “delegato”, cioè una sorta di “surrogato liturgico” del ministero del clero, che evidentemente non poteva essere presente in modo sufficiente dovunque. Di conseguenza, un coro eventualmente composto da uomini e donne (che venne ufficialmente contemplato solo nel 1958 con la Instructio voluta da Pio XII) doveva essere tassativamente collocato fuori dal presbiterio.
Le cose stanno diversamente per quello che riguarda la tribuna dell’organo, perché, oltre che a trovarvi posto la sua consolle, è sempre stata adibita per il coro e/o l’orchestra.
Tuttavia, se uno spazio possa essere considerato consono oppure no alla collocazione del coro, non dipende dal fatto che sia stato storicamente già utilizzato o meno in tal senso, da argomentazioni di acustica, di comodità o altro. L’unico tema con il quale bisogna davvero confrontarsi è dato dalla questione: posizionare il coro in questo o in quel luogo è rispondente alla natura della liturgia, e nello specifico, alla sua dimensione comunitaria? E quindi: è coerente con la sua identità e i suoi compiti?
Quello della natura della liturgia è un tema emerso in modo forte nel Concilio Vaticano II e, la Costituzione Sacrosanctum Concilium vi ha dedicato paragrafi densissimi, impossibili da riassumere in poche righe. Circa la dimensione comunitaria si dice: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa… Riguardano l’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo” (SC 26). Anche se ciascuno può essere coinvolto diversamente a seconda del proprio stato di vita, dei compiti o dei ministeri, l’azione liturgica a cui prende parte manifesta l’intera chiesa: da qui scaturisce la necessità della partecipazione attiva dell’assemblea celebrante, che esclude protagonismi, spettatori, ma anche partecipazioni solo interiori e private. Questa partecipazione attiva al Mistero celebrato si realizza per tutti in forza del proprio Battesimo e anche mediante i diversi ministeri. A questo proposito l’Ordinamento Generale del Messale Romano annota: “Il popolo di Dio, che si raduna per la Messa, ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (…). Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita (…). I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro partecipazione attiva” (OGMR 294).
Anche i vescovi piemontesi, in una nota del 2011, scrivono: “Poiché il coro fa parte dell’assemblea, è evidente che anche la sua collocazione all’interno della chiesa deve corrispondere a questo principio (…). Riteniamo opportuno raccomandare che la posizione del coro faccia quasi da cerniera tra i posti dei fedeli e il presbiterio, in quanto il coro fa parte dell’assemblea dei fedeli, pur svolgendo un suo particolare ufficio”. Questa indicazione segue molto da vicino quella contenuta in OGMR 312, ed introduce al tema dei compiti del coro, dei quali mi occuperò in un altro articolo.

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