Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “marzo, 2014”

Il Prefazio

di Antonio Parisi.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 79a così scrive: «Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono distinguere come segue: a) L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera di salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo».

Perché “cantarlo”?

Almeno durante le domeniche, le feste e le solennità, si dovrebbe sempre cantare il prefazio, per due motivi, l’uno di carattere musicale-estetico e l’altro di carattere pratico. Il canto del prefazio avviene con una tecnica particolare chiamata cantillazione, consiste nel recitare cantando su alcune note (corda di recita) il testo poetico del prefazio. Nella cantillazione viene data importanza al testo sacro o liturgico, viene prima la parola e poi la “musica”; rappresenta un modo rituale di valorizzare il testo. In pratica tra i due modelli espressivi che noi conosciamo, cioè il parlato e il cantato, la cantillazione (o anche recitativo) sta a metà strada. Tale recitar cantando solennizza la celebrazione, eleva il testo su un piano espressivo più intenso e profondo, riscatta il semplice parlato dando rispetto e onore alla parola. Avviene anche in altre religioni: per esempio il Corano viene sempre cantillato su moduli liberi, appunto per il rispetto che si deve alla parola sacra. L’altro motivo è di carattere pratico: per facilitare il canto del Santo è bene che il sacerdote canti il prefazio, con l’attenzione che la conclusione del prefazio dovrà legarsi totalmente al Santo, avendo l’accortezza di non farlo precedere da una introduzione strumentale troppo lunga, perché verrebbe a mancare il senso di continuità logica e musicale con lo stesso prefazio. Se il prefazio è declamato, allora è bene almeno intonare l’ultima parte di esso in modo da permettere l’attacco facilitato del canto del Santo (tale modo di procedere era chiamato escatocollo, cioè una formula che metteva insieme parlato e recitativo finale; un espediente per permettere, anche ai celebranti più restii, di cantare almeno l’indispensabile richiesto dal rito).

Il pensiero di un grande liturgista

Afferma molto bene J. Gelineau, grande liturgista scomparso l’8 settembre 2008 a 87 anni, che la cantillazione, i dialoghi, le risposte, le litanie, all’interno della celebrazione, rappresentano la spina dorsale del rito; è il primo e principale apporto che la musica deve dare alla verità del rito, sia per rendere il rito partecipato e sia per solennizzare la celebrazione. Una celebrazione solenne non si ha cantando una Messa di Mozart o di Perosi, ma attuando il rito in maniera vera e partecipata. Ribadisco ancora una volta che la chiesa non è una sala da concerto, che compito della celebrazione non è l’ascolto di musiche di autori famosi, che la liturgia non è un’accademia musicale, ma durante la celebrazione accade un evento, un incontro con una Presenza. Tale incontro avviene utilizzando mezzi espressivi e artistici propri dell’assemblea liturgica, naturalmente con la preoccupazione di elevare sempre più il livello, il gusto, la qualità di tali mezzi.

Istruzioni tecniche

Penso sia opportuno dare delle indicazioni tecniche per il “canto” del prefazio, che possono valere sia per l’esempio qui riprodotto e sia per tutti gli altri prefazi presenti nel messale romano. Ho scritto per esteso il prefazio di Natale, appunto perché tale intervento cantato è richiesto dalla solennità che si vive in quel giorno; sarebbe veramente deludente una recitazione sciatta e prosaica di un intervento che richiede liricità e intensità espressiva. Il prefazio è diviso in tre moduli: A – B – A; la prima e l’ultima sezione (A) sono uguali, invece la sezione intermedia (B) è musicalmente diversa. Inoltre il testo del modulo B cambia a seconda dei prefazi, invece i due moduli A hanno un testo sempre uguale in tutti i prefazi, eccettuata qualche breve differenza.

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L’esempio che riproduco ha la tonalità di mi bemolle maggiore, invece sul messale si trova la tonalità di fa maggiore; ho ritenuto opportuno abbassare di un tono la musica in modo da permettere a tutti i sacerdoti una cantillazione comoda e funzionale, anche per chi dice di «non saper cantare»; altro tema questo che affronterò prossimamente. L’attacco è su una corda di recita di sol, graficamente si presenta come una nota bianca e sotto di essa viene scritto il testo; il testo è diviso in quattro versi liberi, ogni verso ha una cadenza intermedia (indicata con note nere senza gambo) e l’ultimo verso, il quarto, ha una cadenza finale. Sul messale la cadenza intermedia è indicata con un asterisco (*), invece la cadenza finale ha due asterischi (**). La parte centrale (B) ha un modulo musicale diverso, di tre versi, anch’essi indicati con i vari asterischi. Per una buona cantillazione si richiede una buona recitazione e pronuncia del testo, un respiro alle virgole e ai punto e virgola, invece dopo il punto una pausa comoda. Naturalmente sarebbe un controsenso cantare il prefazio e non cantare il dialogo iniziale; dialogo iniziale che è sempre uguale, perciò imparato una volta si ripete sempre identico. Un’ultima osservazione: il prefazio va cantillato a voce scoperta, senza accompagnamento strumentale dell’organo; però uno strumento può sostenere la voce, specialmente di qualche sacerdote che si sente poco sicuro e con poca esperienza musicale. Per chi avesse a portata di mano una arpista, cosa quasi impossibile, io ritengo che tale strumento potrebbe accompagnare meglio dell’organo la voce del celebrante.

Per concludere

Ho pubblicato con anticipo (novembre) questo sussidio, in modo che gli animatori si premurino di insegnare, con delle prove, ai propri sacerdoti tale intervento cantato. Concludo ricordando un episodio che riguarda monsignor Mariano Magrassi, quando era arcivescovo di Bari: più di una volta mi chiamava in episcopio prima di una celebrazione importante e ripeteva con me le parti cantate sue proprie. Anche per l’attuale arcivescovo ho scritto per intero il prefazio del Giovedì santo per la messa della benedizione degli olii, in modo che lo possa cantare senza alcuna difficoltà.

(tratto da Vita pastorale)

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