Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Musica per pregare. Il contesto liturgico del testo musicale

organ

Dal blog di Andrea Grillo.

I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti (Maurice Merleau-Ponty).

1. Ma l’azione rituale è veramente una “risorsa”?

Nonostante la Riforma Liturgica, e il secolo abbondante ormai trascorso dal Motu Proprio di Pio X (Tra le sollecitudini del 1903), la riscoperta della azione rituale, nella sua bellezza e nel suo esser risorsa ecclesiale, appare ancora un problema, non solo per i musicisti e per i maestri di coro, ma anzitutto per i semplici fedeli, per i pastori come anche per i teologi. Nella mia riflessione vorrei dunque partire dall’idea che non è affatto ovvio che l’azione rituale sia una risorsa, cioè che sia fonte di tutta l’azione della Chiesa. Proviamo ad esaminare le cause di questo nostro nascosto ma potente imbarazzo.
Certo, se ce lo dice un’autorità come Ambrogio – che usa la bella espressione (En. in Ps., 1, 9-12) di “fidei canora confessio” – siamo portati a pensare che la confessio fidei abbia buone ragioni per essere canora. Ma, nel fondo, siamo ancora abituati a pensare – secondo una tradizione teologica secolare – prima di tutto e forse esclusivamente alla confessio fidei “tout-court”, ricondotta e ridotta alla sua essenza, senza quegli accidenti di per sé considerati inessenziali come la musica, il rito, lo spazio, il tempo, il corpo, la luce, il tatto, il gusto, la vista e quant’altro.
Non riusciamo a capire la fidei canora confessio come risorsa perché affidiamo tutte le risorse ecclesiali ad una confessio fidei senza aggettivi, cioè ad una confessio fidei che non è di per sé né canora, né ritualis,corporalis, né sensibilis, né tangibilis, né visibilis. Il nostro ideale – di catechisti come di musicisti, di teologi come di pastori – è spesso soltanto quello di una fidei intellegibilis confessio. Come se fosse ovvio che intellegibile non è compatibile con sensibile e che canoro non è compatibile con comprensibile: così, la garanzia dell’umano/divino diventa per noi spesso disumanizzazione ad oltranza, in ragione di una comprensibilità e di una trasparenza che, appunto, non è più umana. E allora, poiché la nostra intelligenza non è sensibile, la sua dis-umanità travolge irreparabilmente tutto, sia la liturgia sia la musica. Ma se così non deve essere, è necessaria una fatica speciale, che è sempre anche fatica del concetto, oltre che compito ecclesiale e pastorale primario e qualificante.

2. Dal testo al contesto

Vi è dunque, per il musicista che voglia porsi criticamente nel proprio ministero liturgico, il problema di comprendere bene lo statuto della confessio fidei in relazione al cantus. Si badi, non si tratta affatto di dedurre il cantus dalla confessio fidei – come se fosse ovvio che la confessione avviene fuori, prima sopra o sotto il canto – né di sentimentalizzare il contenuto della fede con una sorta di “colonna sonora” musicale.
In entrambe queste possibilità – che non mi pare siano soltanto ipotetiche – credo che venga totalmente frainteso il ruolo specifico della mediazione rituale che lega e collega tra loro la musica e la confessione di fede. Il contesto, dell’una come dell’altra – cioè di ciò che può farsi testo – è una relazione (mistero d’amore) che non può mai farsi completamente testo.
Ecco il primo punto su cui vorrei soffermare la mia attenzione: per grazia di Dio, tanto la musica quanto la confessione di fede possono farsi testo, cioè possono prendere la forma di una serie di parole, oppure di una serie di note sul pentagramma, possono trasformarsi in repertori. Ma proprio questa provvidenziale opportunità si rivolta contro l’uomo quando essa pretende di sostituirsi al contesto, di valere come relazione, di stare al posto della res.
La prima risorsa della azione rituale sta proprio in questo: che, pur avvalendosi di varie testualità (musicali, verbali, ma anche rubricali…) non può mai essere ridotta a testo, a pena di perdere istantaneamente la propria verità di atto. Il testo è solo strumento e potenza, di un contesto che è vero fine e pienezza dell’atto.
In tal modo la azione rituale, proprio per questa sua imbarazzante complessità, conduce ogni testo alla relazione da cui deriva e verso cui aspira, restituisce al testo quella pienezza e concretezza da cui ogni testo, inevitabilmente, prende le distanze e astrae. L’azione rituale è il grande contesto/relazione che ricorda ad ogni suo testo (musicale o verbale, gestuale o iconico) la sua origine e la sua destinazione, in certo modo il suo perdono e la sua promessa.
In questo senso dovremmo capire che la musica per la liturgia è in realtà musica della liturgia e musica dalla liturgia: non dice una aggiunta che facciamo, o una funzione che garantiamo, bensì dà voce ad una necessità intrinseca alla azione rituale, che non può non farsi anche suono, voce, canto, accento, sincope, pausa, silenzio.

3. Il rito e la contestualizzazione del testo

A questo punto, non possiamo non chiederci in che modo la azione rituale realizzi questa sua potenza espressiva ed esperienziale. Come è possibile che proprio nel rito si possa passare, così potentemente, dal testo al contesto, dalla assenza attestata alla presenza adorata e ringraziata?
Qui è interessante commentare una bella teoria, che un bravo liturgista italiano ha recentemente proposto alla comune attenzione, e che merita di essere considerata con cura. Egli sostiene che la azione liturgica – collocandosi tra le esperienze simbolico-rituali – supera la distanza spazio-temporale, la distanza soggetto-oggetto, la distanza uno-molteplice con una tecnica molto diversa da quella cui siamo abituati. Lo sforzo “intelligente” (dove qui intelligenza va intesa in modo riduttivo come razionalità scientifica) di solito scava in profondità in un testo, contempla un brano musicale, esamina un quadro, analiticamente e dettagliatamente porta alla luce ciò che è nascosto. Cerca il vero “essere” del quadro, della parola, del gesto, della musica, contro la sua “apparenza”, in certo modo divide e separa sostanza e accidente, essenza ed esistenza, noumeno e fenomeno.
L’azione rituale esercita una “intelligenza” di altro tipo, dispiega una sapienza più sapiente di quella ordinaria, non tanto per argomentazione e deduzione, quanto per analogia e per associazione, per metafora e per metonimia. Con una bella espressione di R. Schaeffler potremmo dire che mentre la spiegazione causale ragiona in termini di “essere”, la ragione rituale utilizza la logica della “azione”, pensa con il fatto e per il fatto di agire.
Perciò il rito, di per sé, rinuncia a disvelare i testi, non procede alla ricerca – con procedimento analitico-argomentativo – dell’essenza nascosta delle azioni, ma mette accanto testi diversi (biblici, eucologici, musicali, gestuali, iconici, spaziali, temporali) e ne disvela il senso proprio del contesto/relazione mediante questa strategia di accostamento e di moltiplicazione, di analogia e di imitazione. La liturgia non spiega un testo, ma lo impiega, non lo definisce, ma lo agisce, non lo delimita ma lo imita.
E’ evidente, perciò, che una tale strategia comporta un concetto di coerenza assai diverso da quello cui siamo fin troppo abituati. La coerenza della liturgia non è anzitutto una coerenza sull’essere, ma una coerenza sulla azione; potremo dire, esagerando un poco, che la coerenza liturgica non è una coerenza sulla sostanza, ma una coerenza sull’accidente, non sull’invisibile, ma sul visibile, non sull’essenza, ma sull’esistenza.

4. Sensibilità rituale per l’intelligenza musicale

Evidentemente questa consapevolezza introduce – nella azione e nella coscienza ecclesiale – una cesura comportamentale e ideale, quella che giustamente dovremmo chiamare una interruzione di esperienza. La azione liturgica, operando nella maniera “estetica” che abbiamo considerato, cioè lavorando con gli accidenti prima che con le sostanze, con le esistenze prima che con le essenze, con i corpi prima che con le anime, con i sensi prima che con l’intelletto, introduce una singolare interruzione in tutte quelle forma di vita (pre- e post-liturgica) nelle quali si ha sempre a che fare – bene o male – con il primato dell’invisibile mentale sul visibile corporeo.
Apparirà forse paradossale, ma la logica dell’atto liturgico costituisce una singolare smentita di ogni spiritualismo/intellettualismo lavorativo o esistenziale, religioso o civile: la liturgia interrompe le evidenze della vita, i valori della esistenza, assumendo e imponendo al loro posto una logica della azione e del corpo. In tal modo ricostruisce il contesto relazionale che dà senso e pienezza ad ogni testo come ad ogni valore, ad ogni dovere come ad ogni diritto.
Se questo è il contesto liturgico, se questa è la logica della azione rituale come risorsa, che cosa ne deriva per il testo musicale? Vorrei indicare queste conseguenze in tre brevi passaggi:

a) il testo musicale non si delimita ad un singolo ambito, ma tende a fondersi con l’intero contesto, il che significa che l’attenzione musicale tende ad investire ogni manifestazione sonora: voce, voce parlante, cantillazione, canto, strumenti musicali, silenzio. E questa non è una novità nella storia della chiesa, non è il frutto di strane teorie di avanguardia, ma è piuttosto una sapienza antica che oggi stiamo riscoprendo lentamente, faticosamente, ma fruttuosamente. Ogni “evento sonoro” passa da testo a contesto, da oggetto da contemplare a relazione da vivere, da prospettiva con cui guardo a Dio a percezione dello sguardo che Dio rivolge su di me.

b) accanto a questa esperienza di fusione, ed anzi, proprio per permetterne più radicalmente l’esperienza, rimane però anche sempre una frattura, una necessaria coscienza della alterità e della differenza che la musica costituisce rispetto alla parola. Non la sua insignificanza, o la sua irrazionalità, ma il suo diverso modo di significare e di ragionare porta il contesto alla sua verità di relazione. Solo la coscienza del diverso modo di condurre alla referenza costituisce la vera ragion d’essere del “musicale” nell’ambito della esperienza liturgica. Che l’organo intervenga nella liturgia con diversi registri – oboe, flauto, trombone… – sollecita a comprendere il “significato” dei timbri musicali secondo una logica diversa da quella dei concetti. E’ l’organo stesso – come “orchestra” di registri diversi – ad escludere che ci sia “un solo strumento” della liturgia: nell’organo, nella sua costitutiva pluralità, tutti gli strumenti sono accolti e valorizzati nella celebrazione cristiana.

c) infine, la musica, per tutte queste ragioni, risulta evidentemente parte sostanziale della azione liturgica e non semplicemente testo illustrativo, rappresentativo o esornativo di un altro testo scritto e rubricale. Essa diviene perciò corresponsabile della azione liturgica e non invece azione strumentale/professionale che commenta una essenza, la quale di per sé basterebbe fosse detta o pensata. Anzitutto la musica insegna alla Chiesa la lode del tatto, del timbro, del ritmo, della melodia, della armonia.

5. Alcune conclusioni

Il nostro breve percorso giunge alla sua fine con un piccolo bagaglio di acquisizioni: che la azione rituale sia risorsa bella e che la musica trovi in questo contesto il valore del suo testo, lo abbiamo inteso. Ma abbiamo scoperto ben di più, e cioè che la liturgia è risorsa bella non in sé, non quando si chiude in un qualsiasi testo, bensì proprio con l’attivare le risorse belle di cui vive: belle parole, belle musiche, bei gesti, belle luci, belle vesti, bei silenzi, bei movimenti, buon pane, buon vino fanno della liturgia una risorsa bella, ossia, i contesti iconici, verbali, materiali, temporali, spaziali e dunque anche musicali fanno del testo liturgico un vero contesto, una relazione, un riposo, una consolazione, una profezia e una promessa. Questo gioco di testi e contesti è evidentemente inesauribile: non ci sono né repertori fissi che garantiscono la liturgia, né idee liturgiche che garantiscano i repertori. In un certo senso, come abbiamo visto, la “musica” è sicuramente funzione della parola, ma, altrettanto certamente e in modo più profondo e originario, la parola è funzione della “musica”. La emancipazione da una ristrettezza di funzione della musica per la liturgia può accadere soltanto superando il ristretto concetto di “musica d’uso” che – funzionalizzando l’arte – pone termine alla stessa esperienza musicale come vera risorsa liturgica.
Una delle caratteristiche della ritualità è comunque la intransitività, una sorta di “non-immediatezza” comunicativa, che attinge a registri dell’esperire e del comunicare che non sono affatto usuali.
Lo strumento della espressione musicale (come canto solo, come canto accompagnato e come musica solo strumentale), nell’interrompere la padronanza comunicativa che la parola rende inevitabilmente “alla portata” della Chiesa, articola e dispiega tutta la potenzialità della Parola, che le parole, da sole, non solo non adeguano, ma a lungo andare possono sempre tradire e sfigurare.
Per fare questa esperienza del musicale occorre uscire da visioni riduttive della azione rituale, che le sottraggono proprio la qualità di risorsa e che in qualche modo sanno fare della musica solo uno “strumento” della liturgia, perché possono fare della liturgia solo uno strumento della teologia. Una tale musica non è affatto risorsa della liturgia, perché la liturgia non è affatto risorsa né per la fede né per la teologia.
Invece, comprendendo la risorsa originaria della liturgia rispetto all’atto di fede, sapremo ridare alla musica il senso di risorsa originaria per la liturgia. Per far ciò, dobbiamo e dovremo uscire da ogni comoda visione funzionalizzante e strumentalizzante, tanto della musica quanto della liturgia.
Il compito è di sicuro non facile, ma del tutto appassionante e a lungo andare anche assai gratificante. Esso, oltrettutto, coincide con la fatica di concetto teologico (e di contatto pastorale) che il Movimento Liturgico ha introdotto nel XX secolo all’interno della esperienza ecclesiale. Per comprenderne la portata, possiamo lasciarci guidare dalle parole di un grande pensatore francese del secolo scorso – Maurice Merleau-Ponty – che suonano qui per noi quasi come una bella musica. In esse risuona d’un tratto questa lapidaria sentenza: “I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti”. Una chiesa che si dimostri “intelligente” e “sensibile” – cioè che sia cosciente di scoprire e di esprimere la propria comunione con Dio non solo con la testa ma anche con le mani, non solo con l’intelletto ma anche con il tatto – saprà comprendere fino in fondo che la liturgia non è uno strumento nelle sue mani, ma un suo organo fondamentale, e così farà anche della musica uno dei suoi organi aggiunti, bella risorsa di una liturgia ricondotta alla sua vocazione originaria di fons.

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