Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Un canto allo scambio della pace?

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Sono stato recentemente sollecitato a proposito del canto durante lo scambio della pace nella celebrazione eucaristica. So per certo che in diverse parti è invalsa l’abitudine ad inserire questo canto; neppure mancano, al riguardo, le proposte di repertorio che – non a caso – sono in buona parte costituite da composizioni appartenenti al genere ritmato. D’altra parte, non solo il Messale Romano non prevede interventi musicali durante questo rito, ma l’Istruzione Redemptionis sacramentum del 2004, afferma esplicitamente: «non si esegua nessun canto al segno della pace» (n. 72). Tuttavia, il divieto non ci spiega il perché di questa norma: che cosa si intende in questo modo tutelare? Chi volesse tentare di dirimere i propri dubbi, dovrà avere la pazienza di seguirmi nell’analisi del rito.

La storia ci insegna che il rito della pace non ha sempre avuto l’ordinamento e il significato odierno. Molte sarebbero le distinzioni da fare, in proposito, ma non voglio dilungarmi su questa strada, perché una trattazione seria richiederebbe troppo tempo e spazio. Ci basti sapere, in estrema sintesi, che vi sono state oscillazioni nel mettere in primo piano le due dimensioni della pace: la dimensione orizzontale, cioè la riconciliazione fra i membri, l’amore, la fraternità; oppure quella verticale, cioè la pace che discende da Cristo. Oggi, il rito della pace si trova collocato dopo la sequenza Pater/embolismo/acclamazione e la sua struttura è articolata in quattro elementi: orazione, augurio, invito, gesto.

1) Orazione.
Leggiamo il testo: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà». L’orazione è piuttosto tardiva, essendo attestata la prima volta agli inizi del sec. XI, ma è fondamentale  in quanto strettamente collegata a ciò che segue, e illuminante circa il senso di tutto il rito. E’ bene fin da subito notare le parole nelle quali si richiama la promessa della pace da parte di Cristo (Gv 14,27), che poi viene domandata per la Chiesa.

2) Augurio.
E’ come quello fatto da Cristo (Gv 20, 19.21): «La pace del Signore sia sempre con voi».

3) Invito.
Si riferisce ad un atto da compiere subito.

4) Gesto.
Scambio vicendevole di un segno di pace. Tradizionalmente era il bacio e l’abbraccio; oggi viene lasciato alla Conferenze episcopali dei singoli paesi stabilire il gesto più consono all’indole e alle usanze della popolazione.

Nell’ordinamento attuale viene messo in luce il fatto che la pace viene da Cristo per diffondersi in ciascuna delle sue membra. Gesù è la vera nostra pace (Ef 2,14). Egli ha donato la pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27): questo testo è riportato nell’orazione. La pace è un dono dello Spirito Santo che scende da Dio, e non vi può essere pace cristiana che non abbia origine dalla Trinità. Di qui la natura e il valore del gesto liturgico: gesto che è anche un impegno, certo, ma che va compreso nel suo linguaggio simbolico. Il compito di portare al prossimo il «dono della pace», simboleggiato dal gesto liturgico, non si esaurisce affatto nella liturgia, ma va vissuto nella nostra vita quotidiana. Solo in questo modo possiamo fare esperienza delle due dimensioni della pace: quella verticale (accolta nella liturgia) e quella orizzontale (portata nel quotidiano).

A questo punto, dunque, si può forse comprendere la richiesta che lo scambio della pace sia un gesto compiuto nella sua sobrietà, senza enfasi, evitando confusione. L’uso invalso in qualche luogo che il celebrante lasci l’altare e vada a dare la mano ai fedeli nell’aula della chiesa è senza fondamento. Prolungare la durata dello scambio della pace e accompagnare questo gesto con un canto, può risultare simpatico e può contribuire a far emergere il rapporto personale umano di amicizia tra i partecipanti, ma mortifica la dimensione simbolica e lo slancio di un gesto che non è fatto per esaurirsi nell’azione liturgica, nel recinto stretto dell’ovile, ma attuato nella vita.

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