Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivi per il mese di “febbraio, 2014”

Musica per pregare. Il contesto liturgico del testo musicale

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Dal blog di Andrea Grillo.

I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti (Maurice Merleau-Ponty).

1. Ma l’azione rituale è veramente una “risorsa”?

Nonostante la Riforma Liturgica, e il secolo abbondante ormai trascorso dal Motu Proprio di Pio X (Tra le sollecitudini del 1903), la riscoperta della azione rituale, nella sua bellezza e nel suo esser risorsa ecclesiale, appare ancora un problema, non solo per i musicisti e per i maestri di coro, ma anzitutto per i semplici fedeli, per i pastori come anche per i teologi. Nella mia riflessione vorrei dunque partire dall’idea che non è affatto ovvio che l’azione rituale sia una risorsa, cioè che sia fonte di tutta l’azione della Chiesa. Proviamo ad esaminare le cause di questo nostro nascosto ma potente imbarazzo.
Certo, se ce lo dice un’autorità come Ambrogio – che usa la bella espressione (En. in Ps., 1, 9-12) di “fidei canora confessio” – siamo portati a pensare che la confessio fidei abbia buone ragioni per essere canora. Ma, nel fondo, siamo ancora abituati a pensare – secondo una tradizione teologica secolare – prima di tutto e forse esclusivamente alla confessio fidei “tout-court”, ricondotta e ridotta alla sua essenza, senza quegli accidenti di per sé considerati inessenziali come la musica, il rito, lo spazio, il tempo, il corpo, la luce, il tatto, il gusto, la vista e quant’altro.
Non riusciamo a capire la fidei canora confessio come risorsa perché affidiamo tutte le risorse ecclesiali ad una confessio fidei senza aggettivi, cioè ad una confessio fidei che non è di per sé né canora, né ritualis,corporalis, né sensibilis, né tangibilis, né visibilis. Il nostro ideale – di catechisti come di musicisti, di teologi come di pastori – è spesso soltanto quello di una fidei intellegibilis confessio. Come se fosse ovvio che intellegibile non è compatibile con sensibile e che canoro non è compatibile con comprensibile: così, la garanzia dell’umano/divino diventa per noi spesso disumanizzazione ad oltranza, in ragione di una comprensibilità e di una trasparenza che, appunto, non è più umana. E allora, poiché la nostra intelligenza non è sensibile, la sua dis-umanità travolge irreparabilmente tutto, sia la liturgia sia la musica. Ma se così non deve essere, è necessaria una fatica speciale, che è sempre anche fatica del concetto, oltre che compito ecclesiale e pastorale primario e qualificante.

2. Dal testo al contesto

Vi è dunque, per il musicista che voglia porsi criticamente nel proprio ministero liturgico, il problema di comprendere bene lo statuto della confessio fidei in relazione al cantus. Si badi, non si tratta affatto di dedurre il cantus dalla confessio fidei – come se fosse ovvio che la confessione avviene fuori, prima sopra o sotto il canto – né di sentimentalizzare il contenuto della fede con una sorta di “colonna sonora” musicale.
In entrambe queste possibilità – che non mi pare siano soltanto ipotetiche – credo che venga totalmente frainteso il ruolo specifico della mediazione rituale che lega e collega tra loro la musica e la confessione di fede. Il contesto, dell’una come dell’altra – cioè di ciò che può farsi testo – è una relazione (mistero d’amore) che non può mai farsi completamente testo.
Ecco il primo punto su cui vorrei soffermare la mia attenzione: per grazia di Dio, tanto la musica quanto la confessione di fede possono farsi testo, cioè possono prendere la forma di una serie di parole, oppure di una serie di note sul pentagramma, possono trasformarsi in repertori. Ma proprio questa provvidenziale opportunità si rivolta contro l’uomo quando essa pretende di sostituirsi al contesto, di valere come relazione, di stare al posto della res.
La prima risorsa della azione rituale sta proprio in questo: che, pur avvalendosi di varie testualità (musicali, verbali, ma anche rubricali…) non può mai essere ridotta a testo, a pena di perdere istantaneamente la propria verità di atto. Il testo è solo strumento e potenza, di un contesto che è vero fine e pienezza dell’atto.
In tal modo la azione rituale, proprio per questa sua imbarazzante complessità, conduce ogni testo alla relazione da cui deriva e verso cui aspira, restituisce al testo quella pienezza e concretezza da cui ogni testo, inevitabilmente, prende le distanze e astrae. L’azione rituale è il grande contesto/relazione che ricorda ad ogni suo testo (musicale o verbale, gestuale o iconico) la sua origine e la sua destinazione, in certo modo il suo perdono e la sua promessa.
In questo senso dovremmo capire che la musica per la liturgia è in realtà musica della liturgia e musica dalla liturgia: non dice una aggiunta che facciamo, o una funzione che garantiamo, bensì dà voce ad una necessità intrinseca alla azione rituale, che non può non farsi anche suono, voce, canto, accento, sincope, pausa, silenzio.

3. Il rito e la contestualizzazione del testo

A questo punto, non possiamo non chiederci in che modo la azione rituale realizzi questa sua potenza espressiva ed esperienziale. Come è possibile che proprio nel rito si possa passare, così potentemente, dal testo al contesto, dalla assenza attestata alla presenza adorata e ringraziata?
Qui è interessante commentare una bella teoria, che un bravo liturgista italiano ha recentemente proposto alla comune attenzione, e che merita di essere considerata con cura. Egli sostiene che la azione liturgica – collocandosi tra le esperienze simbolico-rituali – supera la distanza spazio-temporale, la distanza soggetto-oggetto, la distanza uno-molteplice con una tecnica molto diversa da quella cui siamo abituati. Lo sforzo “intelligente” (dove qui intelligenza va intesa in modo riduttivo come razionalità scientifica) di solito scava in profondità in un testo, contempla un brano musicale, esamina un quadro, analiticamente e dettagliatamente porta alla luce ciò che è nascosto. Cerca il vero “essere” del quadro, della parola, del gesto, della musica, contro la sua “apparenza”, in certo modo divide e separa sostanza e accidente, essenza ed esistenza, noumeno e fenomeno.
L’azione rituale esercita una “intelligenza” di altro tipo, dispiega una sapienza più sapiente di quella ordinaria, non tanto per argomentazione e deduzione, quanto per analogia e per associazione, per metafora e per metonimia. Con una bella espressione di R. Schaeffler potremmo dire che mentre la spiegazione causale ragiona in termini di “essere”, la ragione rituale utilizza la logica della “azione”, pensa con il fatto e per il fatto di agire.
Perciò il rito, di per sé, rinuncia a disvelare i testi, non procede alla ricerca – con procedimento analitico-argomentativo – dell’essenza nascosta delle azioni, ma mette accanto testi diversi (biblici, eucologici, musicali, gestuali, iconici, spaziali, temporali) e ne disvela il senso proprio del contesto/relazione mediante questa strategia di accostamento e di moltiplicazione, di analogia e di imitazione. La liturgia non spiega un testo, ma lo impiega, non lo definisce, ma lo agisce, non lo delimita ma lo imita.
E’ evidente, perciò, che una tale strategia comporta un concetto di coerenza assai diverso da quello cui siamo fin troppo abituati. La coerenza della liturgia non è anzitutto una coerenza sull’essere, ma una coerenza sulla azione; potremo dire, esagerando un poco, che la coerenza liturgica non è una coerenza sulla sostanza, ma una coerenza sull’accidente, non sull’invisibile, ma sul visibile, non sull’essenza, ma sull’esistenza.

4. Sensibilità rituale per l’intelligenza musicale

Evidentemente questa consapevolezza introduce – nella azione e nella coscienza ecclesiale – una cesura comportamentale e ideale, quella che giustamente dovremmo chiamare una interruzione di esperienza. La azione liturgica, operando nella maniera “estetica” che abbiamo considerato, cioè lavorando con gli accidenti prima che con le sostanze, con le esistenze prima che con le essenze, con i corpi prima che con le anime, con i sensi prima che con l’intelletto, introduce una singolare interruzione in tutte quelle forma di vita (pre- e post-liturgica) nelle quali si ha sempre a che fare – bene o male – con il primato dell’invisibile mentale sul visibile corporeo.
Apparirà forse paradossale, ma la logica dell’atto liturgico costituisce una singolare smentita di ogni spiritualismo/intellettualismo lavorativo o esistenziale, religioso o civile: la liturgia interrompe le evidenze della vita, i valori della esistenza, assumendo e imponendo al loro posto una logica della azione e del corpo. In tal modo ricostruisce il contesto relazionale che dà senso e pienezza ad ogni testo come ad ogni valore, ad ogni dovere come ad ogni diritto.
Se questo è il contesto liturgico, se questa è la logica della azione rituale come risorsa, che cosa ne deriva per il testo musicale? Vorrei indicare queste conseguenze in tre brevi passaggi:

a) il testo musicale non si delimita ad un singolo ambito, ma tende a fondersi con l’intero contesto, il che significa che l’attenzione musicale tende ad investire ogni manifestazione sonora: voce, voce parlante, cantillazione, canto, strumenti musicali, silenzio. E questa non è una novità nella storia della chiesa, non è il frutto di strane teorie di avanguardia, ma è piuttosto una sapienza antica che oggi stiamo riscoprendo lentamente, faticosamente, ma fruttuosamente. Ogni “evento sonoro” passa da testo a contesto, da oggetto da contemplare a relazione da vivere, da prospettiva con cui guardo a Dio a percezione dello sguardo che Dio rivolge su di me.

b) accanto a questa esperienza di fusione, ed anzi, proprio per permetterne più radicalmente l’esperienza, rimane però anche sempre una frattura, una necessaria coscienza della alterità e della differenza che la musica costituisce rispetto alla parola. Non la sua insignificanza, o la sua irrazionalità, ma il suo diverso modo di significare e di ragionare porta il contesto alla sua verità di relazione. Solo la coscienza del diverso modo di condurre alla referenza costituisce la vera ragion d’essere del “musicale” nell’ambito della esperienza liturgica. Che l’organo intervenga nella liturgia con diversi registri – oboe, flauto, trombone… – sollecita a comprendere il “significato” dei timbri musicali secondo una logica diversa da quella dei concetti. E’ l’organo stesso – come “orchestra” di registri diversi – ad escludere che ci sia “un solo strumento” della liturgia: nell’organo, nella sua costitutiva pluralità, tutti gli strumenti sono accolti e valorizzati nella celebrazione cristiana.

c) infine, la musica, per tutte queste ragioni, risulta evidentemente parte sostanziale della azione liturgica e non semplicemente testo illustrativo, rappresentativo o esornativo di un altro testo scritto e rubricale. Essa diviene perciò corresponsabile della azione liturgica e non invece azione strumentale/professionale che commenta una essenza, la quale di per sé basterebbe fosse detta o pensata. Anzitutto la musica insegna alla Chiesa la lode del tatto, del timbro, del ritmo, della melodia, della armonia.

5. Alcune conclusioni

Il nostro breve percorso giunge alla sua fine con un piccolo bagaglio di acquisizioni: che la azione rituale sia risorsa bella e che la musica trovi in questo contesto il valore del suo testo, lo abbiamo inteso. Ma abbiamo scoperto ben di più, e cioè che la liturgia è risorsa bella non in sé, non quando si chiude in un qualsiasi testo, bensì proprio con l’attivare le risorse belle di cui vive: belle parole, belle musiche, bei gesti, belle luci, belle vesti, bei silenzi, bei movimenti, buon pane, buon vino fanno della liturgia una risorsa bella, ossia, i contesti iconici, verbali, materiali, temporali, spaziali e dunque anche musicali fanno del testo liturgico un vero contesto, una relazione, un riposo, una consolazione, una profezia e una promessa. Questo gioco di testi e contesti è evidentemente inesauribile: non ci sono né repertori fissi che garantiscono la liturgia, né idee liturgiche che garantiscano i repertori. In un certo senso, come abbiamo visto, la “musica” è sicuramente funzione della parola, ma, altrettanto certamente e in modo più profondo e originario, la parola è funzione della “musica”. La emancipazione da una ristrettezza di funzione della musica per la liturgia può accadere soltanto superando il ristretto concetto di “musica d’uso” che – funzionalizzando l’arte – pone termine alla stessa esperienza musicale come vera risorsa liturgica.
Una delle caratteristiche della ritualità è comunque la intransitività, una sorta di “non-immediatezza” comunicativa, che attinge a registri dell’esperire e del comunicare che non sono affatto usuali.
Lo strumento della espressione musicale (come canto solo, come canto accompagnato e come musica solo strumentale), nell’interrompere la padronanza comunicativa che la parola rende inevitabilmente “alla portata” della Chiesa, articola e dispiega tutta la potenzialità della Parola, che le parole, da sole, non solo non adeguano, ma a lungo andare possono sempre tradire e sfigurare.
Per fare questa esperienza del musicale occorre uscire da visioni riduttive della azione rituale, che le sottraggono proprio la qualità di risorsa e che in qualche modo sanno fare della musica solo uno “strumento” della liturgia, perché possono fare della liturgia solo uno strumento della teologia. Una tale musica non è affatto risorsa della liturgia, perché la liturgia non è affatto risorsa né per la fede né per la teologia.
Invece, comprendendo la risorsa originaria della liturgia rispetto all’atto di fede, sapremo ridare alla musica il senso di risorsa originaria per la liturgia. Per far ciò, dobbiamo e dovremo uscire da ogni comoda visione funzionalizzante e strumentalizzante, tanto della musica quanto della liturgia.
Il compito è di sicuro non facile, ma del tutto appassionante e a lungo andare anche assai gratificante. Esso, oltrettutto, coincide con la fatica di concetto teologico (e di contatto pastorale) che il Movimento Liturgico ha introdotto nel XX secolo all’interno della esperienza ecclesiale. Per comprenderne la portata, possiamo lasciarci guidare dalle parole di un grande pensatore francese del secolo scorso – Maurice Merleau-Ponty – che suonano qui per noi quasi come una bella musica. In esse risuona d’un tratto questa lapidaria sentenza: “I nostri organi non sono affatto strumenti, semmai sono i nostri strumenti ad essere degli organi aggiunti”. Una chiesa che si dimostri “intelligente” e “sensibile” – cioè che sia cosciente di scoprire e di esprimere la propria comunione con Dio non solo con la testa ma anche con le mani, non solo con l’intelletto ma anche con il tatto – saprà comprendere fino in fondo che la liturgia non è uno strumento nelle sue mani, ma un suo organo fondamentale, e così farà anche della musica uno dei suoi organi aggiunti, bella risorsa di una liturgia ricondotta alla sua vocazione originaria di fons.

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Un canto allo scambio della pace?

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Sono stato recentemente sollecitato a proposito del canto durante lo scambio della pace nella celebrazione eucaristica. So per certo che in diverse parti è invalsa l’abitudine ad inserire questo canto; neppure mancano, al riguardo, le proposte di repertorio che – non a caso – sono in buona parte costituite da composizioni appartenenti al genere ritmato. D’altra parte, non solo il Messale Romano non prevede interventi musicali durante questo rito, ma l’Istruzione Redemptionis sacramentum del 2004, afferma esplicitamente: «non si esegua nessun canto al segno della pace» (n. 72). Tuttavia, il divieto non ci spiega il perché di questa norma: che cosa si intende in questo modo tutelare? Chi volesse tentare di dirimere i propri dubbi, dovrà avere la pazienza di seguirmi nell’analisi del rito.

La storia ci insegna che il rito della pace non ha sempre avuto l’ordinamento e il significato odierno. Molte sarebbero le distinzioni da fare, in proposito, ma non voglio dilungarmi su questa strada, perché una trattazione seria richiederebbe troppo tempo e spazio. Ci basti sapere, in estrema sintesi, che vi sono state oscillazioni nel mettere in primo piano le due dimensioni della pace: la dimensione orizzontale, cioè la riconciliazione fra i membri, l’amore, la fraternità; oppure quella verticale, cioè la pace che discende da Cristo. Oggi, il rito della pace si trova collocato dopo la sequenza Pater/embolismo/acclamazione e la sua struttura è articolata in quattro elementi: orazione, augurio, invito, gesto.

1) Orazione.
Leggiamo il testo: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà». L’orazione è piuttosto tardiva, essendo attestata la prima volta agli inizi del sec. XI, ma è fondamentale  in quanto strettamente collegata a ciò che segue, e illuminante circa il senso di tutto il rito. E’ bene fin da subito notare le parole nelle quali si richiama la promessa della pace da parte di Cristo (Gv 14,27), che poi viene domandata per la Chiesa.

2) Augurio.
E’ come quello fatto da Cristo (Gv 20, 19.21): «La pace del Signore sia sempre con voi».

3) Invito.
Si riferisce ad un atto da compiere subito.

4) Gesto.
Scambio vicendevole di un segno di pace. Tradizionalmente era il bacio e l’abbraccio; oggi viene lasciato alla Conferenze episcopali dei singoli paesi stabilire il gesto più consono all’indole e alle usanze della popolazione.

Nell’ordinamento attuale viene messo in luce il fatto che la pace viene da Cristo per diffondersi in ciascuna delle sue membra. Gesù è la vera nostra pace (Ef 2,14). Egli ha donato la pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27): questo testo è riportato nell’orazione. La pace è un dono dello Spirito Santo che scende da Dio, e non vi può essere pace cristiana che non abbia origine dalla Trinità. Di qui la natura e il valore del gesto liturgico: gesto che è anche un impegno, certo, ma che va compreso nel suo linguaggio simbolico. Il compito di portare al prossimo il «dono della pace», simboleggiato dal gesto liturgico, non si esaurisce affatto nella liturgia, ma va vissuto nella nostra vita quotidiana. Solo in questo modo possiamo fare esperienza delle due dimensioni della pace: quella verticale (accolta nella liturgia) e quella orizzontale (portata nel quotidiano).

A questo punto, dunque, si può forse comprendere la richiesta che lo scambio della pace sia un gesto compiuto nella sua sobrietà, senza enfasi, evitando confusione. L’uso invalso in qualche luogo che il celebrante lasci l’altare e vada a dare la mano ai fedeli nell’aula della chiesa è senza fondamento. Prolungare la durata dello scambio della pace e accompagnare questo gesto con un canto, può risultare simpatico e può contribuire a far emergere il rapporto personale umano di amicizia tra i partecipanti, ma mortifica la dimensione simbolica e lo slancio di un gesto che non è fatto per esaurirsi nell’azione liturgica, nel recinto stretto dell’ovile, ma attuato nella vita.

Rito delle esequie: pubblicato il Libro degli accompagnamenti organistici

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Dal sito dell’Ufficio Liturgico Nazionale:

La seconda edizione italiana del Rito delle esequie propone, tra le sue novità, una corposa appendice musicale, nella quale sono intonati tutti i salmi, i responsori e le antifone che scandiscono il rito, e anche i salmi responsoriali previsti dall’apposito Lezionario. Infatti, come indicano le premesse, «anche nella celebrazione delle esequie il canto riveste particolare importanza: può aiutare a esprimere il dolore di fronte alla morte, la speranza che anima la vita del cristiano, la consolazione della fede. Proprio per questi motivi, per quanto è possibile, è bene che le esequie siano celebrante con il canto» (Precisazioni, n. 4).

Le melodie del Rituale sono state pensate in funzione del rito, sia attingendo al Repertorio Nazionale di canti per la liturgia, sia predisponendo nuove intonazioni che rispettassero rigorosamente la forma e la funzione di ogni testo e che risultassero eseguibili pressoché da ogni tipo di assemblea. Obiettivo consapevole della proposta è non è dunque offrire opere d’arte uniche e caratterizzate, bensì fornire materiale dignitoso e ritualmente pertinente in vista di una celebrazione sempre più ‘sinfonica’ e ‘parlante’ in tutte le sue dimensioni e in tutti i linguaggi che concorrono a darle forma (entro i quali il canto e la musica sono certamente tra i più incisivi).

Per facilitare l’esecuzione e l’apprendimento di questi canti, a cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI è stato pubblicato il Libro degli accompagnamenti organistici che – insieme al CD audio contenuto nel Rituale – lo completa. Il materiale in questione è acquistabile in libreria e on-line, ad esempio qui.

Partecipazione attiva

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Occupandomi anche di regia delle azioni liturgiche, ho potuto osservare i commenti più disparati, e addirittura opposti fra di loro, in nome della cosiddetta «partecipazione attiva». Può diventare bersaglio della critica un intervento musicale dell’organo piuttosto che un’esecuzione del solo coro, la proposta di un canto conosciuto e popolare piuttosto che l’inserimento di una nuova composizione. Infatti, per alcuni tutti dovrebbero cantare tutto, e tutti dovrebbero capire tutto; per altri, basterebbe un devoto ascolto ed una pia presenza del fedele. Per alcuni, la «partecipazione attiva» sarebbe una novità finalmente richiesta dalla riforma liturgica, la quale, per gli altri (numericamente inferiori, secondo me), sarebbe la madre di tutti i mali.

Purtroppo non basta il buon senso: ma se su questo tema ci si rendesse disponibili ad un po’ di formazione, le inevitabili incomprensioni che sorgono dalla necessità liturgica di fare delle scelte musicali, diventerebbero evitabili, poiché, come l’esperienza insegna, molte volte vi sta a monte una errata idea di «partecipazione attiva».

Un percorso formativo porterebbe in primo luogo alle origini di questa locuzione, scoprendo che tale esigenza venne posta ben prima del Concilio Vaticano II. Poi, leggendo Sacrosanctum Concilium  non si dovrebbe eludere di passare in rassegna la serie rilevante di aggettivi non a caso qui utilizzata per qualificare la natura di questa partecipazione. Infine, per indagare a fondo il tema della «partecipazione attiva», occorrerebbe metterlo a fuoco a partire dal «soggetto celebrante»: il «chi» celebra è un aspetto fondamentale per poter definire che cos’è la partecipazione. Altrettanto importante è approfondire l’«azione rituale»: l’«agire liturgico» possiede, infatti, delle caratteristiche tutte sue. Ce n’è per riempire un blog intero.

Rito del Matrimonio: pubblicati on-line il Libro degli accompagnamenti e gli mp3 delle melodie

matrimonio

Dal sito dell’Ufficio Liturgico Nazionale:

Il 28 novembre 2004 è entrato in vigore il nuovo Rito del Matrimonio, versione italiana dell’editio typica altera dell’Ordo celebrandi Matrimonium. Lo stesso Rituale è stato rieditato, in due volumi distinti (Rituale e Lezionario) nel 2008 a motivo della nuova traduzione della Bibbia.

Il Rituale rinnovato, nelle Premesse generali, raccomanda che «i canti da eseguire siano adatti al rito del Matrimonio ed esprimano la fede della chiesa, in modo particolare si dia importanza al canto del salmo responsoriale nella liturgia della Parola» (n.30). Una chiara indicazione che pone la musica sempre più strettamente unita alla celebrazione e pertinente all’azione rituale.

Tra le novità di questa nuova versione italiana vi è l’appendice musicale, dove sono indicate melodie specifiche per alcuni momenti rituali della celebrazione che è opportuno eseguire in canto: ringraziamento per il dono del Battesimo, Salmo responsoriale, acclamazione di lode dopo la benedizione nuziale o dopo la benedizione e consegna degli anelli, preghiera dei fedeli e invocazione dei santi, benedizione nuziale.

La pubblicazione on-line del “Libro degli accompagnamenti” e dei files audio (formato mp3) delle registrazioni, ha lo scopo di incentivare l’utilizzo di questo materiale musicale. Potete trovare il tutto qui.

La musica liturgica in Italia

Antonio Parisi, La musica liturgica in Italia. Cinquant’anni di fatti, idee, speranze, Messaggero, Padova, 2013.

Segnalo questo libricino divulgativo e non impegnativo alla lettura, scritto da don Antonio Parisi, sacerdote e musicista dell’arcidiocesi di Bari-Bitondo, da circa trent’anni attivo a livello nazionale con vari incarichi presso l’Ufficio liturgico nazionale della CEI. L’interessante volumetto è uno strumento per la formazione attraverso una narrazione semplice e piacevole, accessibile a tutti, esperti e non, su questioni che la riforma liturgica ha posto a tema e su qualche problema che necessita ancora di attenzione: il canto dell’assemblea, gli strumenti, il gregoriano, il silenzio, il coro, la solennità, il repertorio, la formazione… La sua preziosità risiede anche nel fatto che aiuta a guardare a queste tematiche alzando lo sguardo al di là dei ristretti confini del proprio impegno a cui si può essere abituati.

Offro uno stralcio preso dal paragrafo dedicato al binomio giovani-liturgia:

Come poter operare e scegliere? Alcuni sacerdoti hanno risolto la questione con molta superficialità, accettando ogni sorta di canto, “perché così i giovani non scappano via”. Con simile premessa, ogni testo, ogni canto, ogni strumento, ogni ritmo, può avere cittadinanza liturgica. C’è il prete che lascia cantare tutto e soltanto un repertorio di gospel e spiritual, naturalmente in inglese; altri al contrario tutto e solo in gregoriano, naturalmente in latino. Come fare?

I lettori potranno avere la risposta, forse…

Bepi De Marzi si lamenta

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Bepi De Marzi ha recentemente scritto un articolo su Il Giornale di Vicenza lamentandosi della banalità della musica in chiesa. Riporto qui sotto l’articolo. Mi sembra che il De Marzi rilevi soltanto situazioni negative e che le generalizzi; tuttavia dice cose vere. La critica è doverosa, soprattutto perché certe situazioni non ammettono scuse, ma costruire è più importante, anche se fa meno rumore. Coraggio!

Fonte: Il Giornale di Vicenza.it (del 11-12-2013).

La messa sarà animata dal Gruppo Cantasuona”. Ecco l’immagine dello sfacelo liturgico. Animare la messa significa delegare qualcuno che in chiesa suoni e canti, con testi quasi sempre casuali, “da animazione”, che vuol dire anche “da intrattenimento”, mentre nella navata tutti tacciono e, per lo più, nemmeno pregano. E questo degrado lo si può notare, ufficializzato per l’Italia intera, ogni domenica nelle due messe televisive, alle 10 su Rete Quattro e alle 11 su Rai Uno: meste processioni con chierichetti o chiericoni impacciati, spaesati nella recita, nonni-diaconi con stola a bandoliera, gruppi corali improvvisati, quasi sempre formati da voci senili che divagano sussiegose tra le canzoni da campeggio o da devozioni turistiche: le donne con l’immancabile sciarpetta colorata. Testi e musiche provenienti dai repertori mistico-rock dei complessi giovanili, ma generalmente “confezionate alla bisogna”, come denunciava desolatamente l’illuminatissimo, ispiratissimo e inascoltato musicista toscano monsignor Domenico Bartolucci, già direttore della Cappella Sistina, poi messo da parte dalle misteriose trame vaticane e fatto cardinale per consolazione, investitura interpretata dagli estimatori e dagli allievi come ulteriore umiliazione. È scomparso proprio in questi giorni. Era nato nel Mugello, a Borgo San Lorenzo, nel 1917. Il suo fecondo comporre percorreva l’infallibile e insuperabile tematica gregoriana. E dopo di lui “il diluvio” con quella che è stata chiamata “la carica post-conciliare dei trecentocinquantamila”: tanti sono stati, e ancora si moltiplicano impuniti, i compositori improvvisati, i versificatori con le più grottesche metafore bibliche, i chitarristi, gli zufolatori, i tamburisti da messa. Mentre gli organi a canne restano chiusi a chiave e nei Seminari diocesani, come nei conventi, non si affrontano più nemmeno i primi elementi del solfeggio. «In chiesa imperversano musiche banalissime con testi risibili, infantili», ripete amaramente Riccardo Muti. Ma i musicisti e i poeti sono ormai dei solitari che intonano lamentazioni portate via dal vento della banalità. A Natale godremo con: “Gesù, Gesù, Gesù, disceso fin quaggiù, hai fatto tanta strada, riposati anche tu”. E appare sempre più lontana, ormai impossibile, l’esortazione del vescovo di Vicenza monsignor Ferdinando Rodolfi che ottant’anni fa, ispirato dalla competenza, dall’entusiasmo e dalla donazione di don Ernesto Dalla Libera, diceva “Che il popolo canti!”. Quale popolo, ora, con le chiese sempre più vuote? “I morti, doppiamente morti al freddo di queste liturgie”, cantava un altro inascoltato, padre David Maria Turoldo. “Risuscitò, ohò-ohò”, ci è dato di sopportare anche da queste parti. Abbiamo visto il disagio del Papa ad Assisi. Davanti aveva decine di migliaia di “curiosi muti da messa turistica” mentre i fraticelli e i fratoni scottolavano beati, quasi svolanti, senza mai un canto collettivo o una preghiera diffusa. “Animava” la messa papale un gruppo invisibile, con una voce femminile che sovrastava tutto e tutti. Le musiche? Alla bisogna.

Bepi De Marzi

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