Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa, e condividere opinioni.

Canto e “partecipazione attiva”

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Pubblico il mio intervento del 17 novembre al Seminario di Alba sul tema Musica sacra liturgica: dimensioni, esperienze, orizzonti. Ho pensato che tentare di mettere a fuoco il tema della partecipazione attiva in riferimento alla musica e quindi al canto, potesse tornare utile allo scopo poiché sicuramente ne è una dimensione. Farò riferimento alle nostre esperienze comuni e tenterò di mettere in luce quale compito ci aspetta. Sono personalmente convinto che la grande maggioranza dei problemi che ci troviamo ad affrontare con gli “addetti ai lavori” – tolti quelli che nascono da fragilità umane di vario tipo – hanno come comune denominatore il riferimento ad un’inadeguata modalità di partecipazione.

Vi propongo un approccio di tipo storico, per venire poi a delineare due modelli di partecipazione.

L’esigenza della partecipazione attiva dei fedeli compare per la prima volta nel Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X. Siamo nel 1903. Questo sgombra immediatamente il campo da conclusioni affrettate ed estremamente superficiali, sia di “destra” sia di “sinistra” – si passi l’allusione -, che attribuiscono l’istanza al Concilio Vaticano II. Tuttavia, durante il pontificato di papa Sarto, la richiesta di «partecipazione attiva» rimane una meteora poiché, pur fornendo delle indicazione pratiche, egli non esplicita cosa intenda porre all’attenzione quando la sollecita nei «sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa», quale «fonte» di «vero spirito cristiano». Già Pio X, quindi, ha voluto colpire una situazione non più sostenibile, così come fece anche Pio XI nella sua Costituzione apostolica Divini cultus: «Occorre assolutamente che i fedeli non assistano alle funzioni sacre come estranei o muti spettatori». Ma come attuarla e perché è necessaria questa partecipazione?

Un approfondimento da parte del magistero arriva dopo 44 anni con Pio XII nelle sue due encicliche Mediator Dei (1947) e Musicae sacrae disciplina (1955): entrambe accolgono, seppur con molta prudenza, le acquisizioni fino ad allora maturate dal Movimento liturgico. In questi documenti si delinea il nostro primo modello di partecipazione. L’argomentazione di fondo istituisce il doppio binario del culto interno e di quello esterno, e di conseguenza presenta la partecipazione dei fedeli distinguendo quella interna da quella esterna (o attiva). La prima è fondamentale e la si ottiene con l’attenzione dell’anima al senso della celebrazione, e cioè, con un movimento interiore e strettamente personale, intimo, di ciascun fedele; la seconda, la partecipazione esterna o attiva, si aggiunge e perfeziona quella interna, e consiste nel rispondere alle parole del sacerdote e ai canti che vengono eseguiti. La debolezza di tale modo di intendere la partecipazione, sta proprio in questa disgiunzione, che stabilisce il primato della partecipazione interna, peraltro non legata al rito ma allo “stato d’animo” del fedele, il quale può in effetti procurarselo in vari modi, in una sorta di parallelismo devozionale fatto di preghiere private. Questo modello, che Pio XII ha codificato ma che già da secoli segnava profondamente la spiritualità cattolica, ha fatto sentire il suo influsso fino a noi che, lo ammettiamo o no, ne siamo per molti versi condizionati. Lo è il clero e, non sembri strano, lo sono pure i giovani. L’elemento canoro nelle nostre celebrazioni ne è l’esempio lampante. Secondo il modello appena esposto, il canto è sì un qualcosa di desiderabile, ma non veramente necessario; è accessorio. Dunque, se ciò che conta è la preghiera e la devozione personale, si può utilizzare questo accessorio in vario modo e, dallo stesso principio si può arrivare a scelte diametralmente opposte. Esempio: Canto al Vangelo. Per un’occasione importante la Corale polifonica della parrocchia di Santa Lucia esegue l’Hallelujah tratto dal Messiah di Haendel; per altra occasione il coretto degli animatori dell’oratorio della stessa parrocchia ripropone per l’ennesima volta Alleluia, la festa siamo noi (delle lampadine) di Giombini. Gli uni criticano la scelta degli altri: «Ma pensano di essere ad un concerto?» – «E’ ora di finirla con queste canzonette!» – «Cantano sempre in latino! (anche se il testo di Haendel è in inglese)» – «Queste chitarre sono insopportabili!». Discussioni infinite, che non si possono contare. Eppure la vera questione, non è il latino, l’inglese o l’italiano, l’organo o la chitarra, e nemmeno che una composizione sia un’opera d’arte e l’altra no. Il paradosso è che le due scelte illustrate nell’esempio, sembrerebbero sottendere chissà quali opposte e inconciliabili concezioni di liturgia, ma in realtà sono nient’altro che le due facce di una stessa medaglia. L’identico e forse inconsapevole presupposto è che “il cantare” non abbia nulla a che vedere con il rito, e che in fondo, il senso della celebrazione lo si colga altrove o lo si conosca già; dunque, si canterà sulla base di altri criteri: gli uni avranno scelto quel brano per “fare solennità”, e gli altri per “ricreazione”. In realtà non c’è differenza. Questo deve essere molto chiaro, per non cadere nei vicoli ciechi delle solite diatribe.

Per la visione teologica della liturgia che nel frattempo si è maturata, alla fine degli anni ’50 lo schema di lettura offerto da Mediator Dei non è più sufficiente, e l’annuncio del Concilio Vaticano II viene salutato come occasione per affrontare ed approfondire il tema. La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha voluto percorrere una via decisamente nuova nell’offrire la propria comprensione della liturgia e nell’indicare tutta l’azione liturgica quale mediazione necessaria e ineludibile per “entrare in contatto” con Dio. Essa abbandona decisamente lo schema interna/esterna e mostra un secondo modello di partecipazione. La serie assai rilevante di aggettivazioni che Sacrosanctum Concilium utilizza per descrivere la partecipazione all’azione liturgica, lascia infatti intendere che il documento voglia far cadere le formulazioni fino ad allora utilizzate. Esso non afferma un senso della celebrazione previamente dato, da afferrare con la mente, ma piuttosto da comprendersi per ritus et preces (attraverso i riti e le preghiere; SC 48). Per questo la partecipazione sarà detta attiva, comunitaria, fruttuosa, consapevole, facile, pia, piena, proporzionata all’età e alla cultura. La «partecipazione attiva», lungi dall’essere intesa come un “fare qualcosa”, è piuttosto quel “lasciarsi prendere” dalla forma rituale, cioè dal rito nel suo complesso, fatto di preghiere, canto, gesti, ascolto, movimenti del corpo, silenzio… Dunque il canto avrà il suo senso innanzitutto perché rituale, contribuendo così a dare forma alla celebrazione. La forma rituale, infatti “dice” qualcosa in ordine alla fede. Parole e gesti, tempi e spazi, e quindi il canto, influiscono sulla fede dei celebranti. Pertanto, in sede di “programmazione”, ci si dovrà domandare quale voglia essere il contributo della dimensione sonora (canto e musica) al fine di una celebrazione fruttuosa, e quale immagine di Chiesa si voglia far trasparire, tenendo presente che non vi è niente di più solenne e festoso che il canto di una concreta assemblea nel suo insieme, poiché questa è manifestazione della Chiesa. Gli interventi canori assembleari e in particolar modo quelli “dialoganti”, enfatizzano questa natura comunitaria della liturgia, del suo essere “Chiesa radunata”. Pertanto, anche tutto l’aspetto musicale deve essere pensato in riferimento all’immagine di “assemblea celebrante”.

Quali orizzonti? Di sicuro la recezione di tutte queste prospettive è un cammino lento e ancora lungo. Papa Francesco, in una recente intervista, ha detto che «la Chiesa – dicono gli storici – per metabolizzare un concilio, necessita mediamente di 100 anni: siamo a metà». Questa recezione implica l’acquisizione di una competenza nel celebrare. A questo aspetto si è dedicato anche il magistero più recente, nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, affermando l’ars celebrandi quale migliore condizione per la partecipazione attiva. L’arte del celebrare deve comprendere la forza dei riti, innescare il potenziale in essi nascosto, in un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzarne il lato più “corporeo”, non-verbale, emotivo e, in questo, canto e musica.

Il canto: anzitutto mattoni e calce

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Mi sono recentemente trovato nella situazione di dover rendere con un’immagine la funzione del canto nella liturgia.

Vedete questa nostra bella Cattedrale? Noi ne ammiriamo le decorazioni e gli affreschi, ma guardate bene: osservate le mura, le colonne, i capitelli, gli archi. Tutto questo è fatto con mattoni e calce: sono questi a dare alla nostra Cattedrale la sua forma. Se non ci fossero le mura, neanche gli affreschi potrebbero esserci.

Quando parliamo di canto liturgico il discorso quasi subito scivola sui “canti”: inizio, offertorio, comunione. Come il visitatore distratto che si sofferma solo sugli affreschi. Non che ciò che è dipinto non sia importante, al contrario è espressione di fede. Anche “i canti” lo sono o dovrebbero esserlo: tuttavia sono momenti nei quali facilmente entra in causa il gusto personale, la preferenza per questo o quell’autore, dove si sceglie con criteri non proprio ortodossi. E allora da affreschi, questi canti si riducono a fregi, orpelli e ornamenti di questo o quello stile, diventando insignificanti o superflui nella celebrazione. E’ quanto mai urgente e importante, allora, invitare a soffermarsi sul canto in quanto atto del cantare e in quanto codice sonoro della celebrazione, essenziale per la sua forma. Cioè pensare al canto come ai mattoni e alla calce, elementi semplici e anche nascosti ma che posizionati uno sull’altro e uniti conferiscono alla Cattedrale la sua forma. Che brutta una celebrazione in-forme, come una tenda che si affloscia su se stessa: mai significativa se non grazie a cause esterne che talvolta aggiungono pathos, come una qualche festa o ricorrenza.

In che modo il canto contribuisce a dare forma alla celebrazione? Se l’invocare, il supplicare, l’acclamare, il proclamare, il dialogare, diventano quello che sono. Il canto permette che prendano la loro forma. Davvero troppo e oltre ogni ragionevole limite, condanniamo tutto al “dire” che può andare bene per lo spiegare e al massimo per il narrare, ma non per tutti i diversi modi di presa di parola che incontriamo nella celebrazione. Queste hanno bisogno del canto! Anche se solo di poche note.

Il canto: mattoni e calce per dare forma alla celebrazione (come il silenzio, i gesti e i movimenti del corpo…).

Passato, presente, futuro

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Mons. Vincenzo De Gregorio al “Giubileo dei Cori” del 21 ottobre 2016. Estratto della relazione:

La Liturgia non è mai stata operazione archeologica. La tradizione che ci viene consegnata da questa lunghissima storia di canto, è una storia di continua innovazione. La miseria di tante produzioni contemporanee del presente, repertori che non avrebbero accoglienza da nessuna parte ma che sono inserite nelle liturgie di oggi, ci ricordano che il canto della Chiesa non è mai stato banale e brutto, soprattutto non é mai stato tecnicamente povero. Dal passato di questa storia di canto, abbiamo possibilità di elaborare una condizione di equilibrio tra canto liturgico del passato e del presente, canto religioso popolare, canto degli specialisti e canto di tutti.

Siamo entrati nella riforma liturgica che ci ha consegnato il Vaticano II da popolo a-musicale. Ne abbiamo sofferto pertanto le conseguenze in termini di assimilazione difficilissimi: come italiani, da cittadini, non siamo formati al canto corale, ancor meno alla musica strumentale.

Dalla impreparazione musicale da Italiani è derivata la impreparazione musicale per la liturgia in lingua corrente: lo dimostra ampiamente la incapacità o la disattenzione che la Chiesa in Italia ha dato per alcuni decenni, alla cura del repertorio dei canti per la Liturgia. Non é significativo che la stragrande maggioranza dei sussidi per il canto nelle comunità e nelle parrocchie siano con i soli testi e senza neanche una nota su un rigo musicale? Il confronto con l’impegno profuso da altre Chiese nelle lingue nazionali, è impietoso: il nostro Repertorio Nazionale è datato a pochi anni fa. Per molti, troppi, anni il canto della Liturgia è stato gestito da improvvisati cantautori, da case editrici, da fondatori e capi carismatici di movimenti ecclesiali autopromossi compositori di testi e di melodie. E’ significativa, in questo ambito, la distrazione della Pastorale per la catechesi dell’iniziazione cristiana: nuovi bellissimi testi per il catechismo in preparazione alla celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana e neanche un accenno ad accompagnare questo percorso con un repertorio di canti adeguati che in quella fase avrebbero creato con facilità e quasi spontaneità un popolo di adulti che sapesse cantare una pur minima parte delle celebrazioni, soprattutto dell’Eucaristia.

Scarica l’intera relazione.

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci

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E’ online il nuovo Sussidio liturgico Avvento-Natale 2016. Dall’introduzione di Don Franco Magnani: “Una consistente sezione del sussidio mira a sviluppare un ascolto incarnato della ricchissima offerta delle letture bibliche dell’Avvento, con un particolare riferimento ai testi propri del ciclo A. La sezione liturgico-celebrativa del Sussidio di Avvento Natale mira a mettere in luce la caratteristica propria di ciascuna solennità/domenica/festa, così come viene illustrata dall’eucologia, dalla liturgia della Parola, dal Calendario Romano generale, dal Direttorio su pietà popolare e Liturgia e da altri testi del Magistero (es. Marialis cultus). La tematica propria di ogni solennità/domenica/festa ha ispirato anche la monizione iniziale, composta secondo il criterio della brevità ed essenzialità. Per ciascuna domenica/festa/solennità vengono suggeriti, per le parti del proprio della Messa, dei canti pertinenti tratti dal Repertorio Nazionale CEI; per ogni celebrazione è offerta anche la scheda di presentazione di uno dei canti indicati.  Secondo la raccomandazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano circa l’esecuzione del salmo responsoriale «con il canto, almeno per quanto riguarda la risposta del popolo» (OGMR 61) vengono presentate per ciascuna domenica/festa/solennità la partitura del salmo, in formato pdf, e la relativa registrazione audio esemplificativa”.

Sul canto liturgico: è necessario più dialogo?

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Sabato 22 c’è stata l’udienza giubilare, e come da programma erano presenti tutti i pellegrini aderenti al Giubileo delle Corali. Io ero curioso di sapere se Papa Francesco dicesse qualcosa in merito al canto liturgico, e cosa.

Nulla.

Il Papa non ha neppure avuto qualche parola particolare per i partecipanti, quando sono stati salutati in coda all’udienza, dopo i pellegrini dall’Umbria e l’Associazione Medici Cattolici; e quasi quasi è stato più caloroso nei confronti di un gruppetto di sbandieratori. Che Papa Francesco non si sia soffermato sul Giubileo delle Corali, però, non mi ha sorpreso più di tanto poiché l’udienza non era affatto dedicata a questo evento. Tuttavia ciò che ha detto, è ben applicabile anche a noi, quando dobbiamo parlare e confrontarci sul tema della musica e del canto liturgico. Ecco una sintesi:

Un aspetto della misericordia è il dialogo. Il dialogo è un segno di grande rispetto perché pone le persone in atteggiamento di ascolto e nella condizione di recepire gli aspetti migliori dell’interlocutore. Molte volte non incontriamo veramente i fratelli, soprattutto quando vogliamo far prevalere le nostre posizioni: quante volte stiamo ascoltando uno e lo fermiamo, non lasciamo che finisca di spiegare quello che vuol dire: non è dialogo, questo, ma aggressione.
Il vero dialogo necessita di momenti di silenzio in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello. Il dialogo aiuta ad umanizzare i rapporti e superare le incomprensioni. Come si risolverebbero più facilmente le incomprensioni se ci si ascoltasse. Di dialogo vive anche la Chiesa: il dialogo abbatte il muro delle incomprensioni.
Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro andranno meglio: ma se incomincio ad urlare, non avrà buon fine questo rapporto tra noi. Ascoltare, spiegare, mitezza: non abbaiare all’altro, non urlare, avere il cuore aperto!

Spero che il Giubileo delle Corali sia stata un’esperienza bella e significativa per chi vi ha partecipato. Personalmente non ne sono stato entusiasta, poiché non mi è sembrato un giubileo all’insegna del dialogo, appunto: per esempio, su 65 canti in programma, se ne sono contati ben 36 dello stesso autore (Mons. Frisina) e solo 9 di altri autori contemporanei (in questo caso però si è trattato di brani molto molto popolari, quindi proposte non proprio di rilievo). La restante parte: Missa de Angelis, poco altro di canto gregoriano, e Arcadelt, Bach, Mozart, Haendel (anche qui brani molto conosciuti). Ho sentito affermare che siccome il Giubileo delle Corali è stato organizzato dal Coro della Diocesi di Roma è ovvio che vi sia stata una preponderanza delle composizioni di Frisina. Obietto facendo notare che il canto liturgico non è di proprietà privata; altrimenti sarebbe stato più consono denominarlo Giubileo delle corali affiliate al Coro della Diocesi di Roma alias Marco Frisina!
Neppure mi è sembrato un giubileo scaturito dal dialogo: per esempio l’Ufficio Liturgico Nazionale, mentre sul proprio sito ha già pubblicato la notizia di un importante convegno su Musicam Sacram che si terrà nel marzo 2017, non ha mai fatto il minimo cenno al Giubileo delle Corali, neanche al suo approssimarsi.

Chiedo venia per questi pensieri, che tuttavia prendono l’avvio da fatti oggettivi: non ho intenzione di offendere nessuno. Ascoltare, spiegare, mitezza: ne abbiamo bisogno!

Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam Sacram

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Il 2017 segnerà il cinquantesimo anno dalla pubblicazione dell’Istruzione Musicam sacram. Spero, quindi, che vi possano essere varie occasioni di studio e riflessione sulla nostra attuale prassi liturgico-musicale.

La prima che segnalo è quella del Pontificio Consiglio della Cultura in collaborazione con la Congregazione per l’Educazione Cattolica, la Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, il Pontificio Istituto Liturgico del Pontificio Ateneo S. Anselmo e il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Si tratta di un Convegno Internazionale su “Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam Sacram” che si terrà a Roma, presso il Centro Congressi Augustinianum, dal 2 al 4 marzo 2017. Il Convegno si rivolge ai rappresentati delle Conferenze Episcopali e degli Ordini religiosi, ai musicisti, ai curatori della  musica liturgica per associazioni e movimenti. Il Convegno si propone di stimolare una riflessione profonda – a livello musicale, liturgico, teologico e fenomenologico – che, oltre le polemiche sterili, possa essere una proposta positiva per un culto cristiano, espressione di lode a Dio, piacevole all’udito nella diversità dei modelli culturali.

Per maggiori informazioni consultate la pagina dedicata all’evento sul sito del Pontificio Consiglio della Cultura.

Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

San Pio X, papa

pio x

Oggi, se non fosse domenica, sarebbe la memoria liturgica di San Pio X: con l’occasione ricordo questo grande pastore riprendendo, con molta sintesi, il suo insegnamento nel campo della musica liturgica.

Il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, divenne papa il 4 agosto 1903. Parlando dei suoi atti si è talvolta utilizzata la parola “rivoluzionario”, per indicare, magari con una punta di esagerazione, l’audacia di molte delle sue riforme. Non si fa per nulla attendere il suo Motu proprio Tra le sollecitudini, emanato il 22 novembre 1903; da convinto ceciliano qual era, riprende non solo gran parte dei convincimenti già espressi a Venezia, ma fa qui confluire le idee migliori e più esigenti dei ceciliani dell’Ottocento, riuscendo a far sì che il documento costituisse il punto di arrivo e il coronamento dell’impegno di tutto il movimento liturgico-musicale, assai sviluppato in Europa, ma osteggiato in Italia. Le difficoltà non si attenuano negli anni a venire, ma con il suo Motu proprio, Pio X offre un radicale impulso per un’autentica riforma in ambito musicale, diventando punto di riferimento per il cammino ecclesiale fino al Concilio Vaticano II.

La musica è per la liturgia, la liturgia è per il popolo, l’assemblea liturgica è per la lode di Dio: Pio X ristabilisce l’ordine giusto fra musica, liturgia, assemblea, Dio. Inoltre precisa le caratteristiche della musica sacra nei termini di: santità, bontà delle forme/artisticità, universalità. In particolare si esige l’esclusione di ogni profanità. Pertanto la musica, nella sua forma, deve aderire alle funzioni dei diversi gesti rituali e non abusare per ampiezza affinché per mezzo suo i fedeli “siano più facilmente eccitati alla devozione”, e i testi cantati devono sempre essere comprensibili ad essi che ascoltano. Viene riconosciuta una identità ministeriale ai cantori, i quali svolgono un “vero ufficio liturgico”, ma ne sono tuttavia escluse le donne. E’ comunque da sottolineare l’attenzione data al popolo, la cui partecipazione, per attingere alla fonte dello spirito cristiano, deve essere “attiva”: l’espressione fa qui la sua felice comparsa in un documento ufficiale, per essere d’ora in poi costantemente ripresa e specialmente approfondita dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Notiamo i termini che nel pensiero del papa sottolineano l’importanza della liturgia vissuta dai fedeli, la quale è intesa come “partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa”; come tale la liturgia è la sorgente dello spirito cristiano, anzi “sua sorgente prima e indispensabile e che “la musica è parte integrande della liturgia”.

Ma queste parole non furono davvero comprese, almeno in un primo tempo. Non ci meravigliamo di questa difficoltà, visto che lo stesso insegnamento del magistero, in materia liturgica, non era poi così univoco. Inoltre, la locuzione “partecipazione attiva” compare un’unica volta non solo nel documento in oggetto, ma nell’intero magistero di Pio X. Ci voleva tempo. Ciò che è certo, è che neanche nella basiliche romane, si era molto prossimi all’ideale liturgico e musicale espresso da Pio X nel suo Motu Proprio, se lui stesso ebbe modo di lamentarsene con il cardinale vicario: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero neppure nei concerti profani di minor conto”.

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