Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa, e condividere opinioni.

San Pio X, papa

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Oggi, se non fosse domenica, sarebbe la memoria liturgica di San Pio X: con l’occasione ricordo questo grande pastore riprendendo, con molta sintesi, il suo insegnamento nel campo della musica liturgica.

Il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, divenne papa il 4 agosto 1903. Parlando dei suoi atti si è talvolta utilizzata la parola “rivoluzionario”, per indicare, magari con una punta di esagerazione, l’audacia di molte delle sue riforme. Non si fa per nulla attendere il suo Motu proprio Tra le sollecitudini, emanato il 22 novembre 1903; da convinto ceciliano qual era, riprende non solo gran parte dei convincimenti già espressi a Venezia, ma fa qui confluire le idee migliori e più esigenti dei ceciliani dell’Ottocento, riuscendo a far sì che il documento costituisse il punto di arrivo e il coronamento dell’impegno di tutto il movimento liturgico-musicale, assai sviluppato in Europa, ma osteggiato in Italia. Le difficoltà non si attenuano negli anni a venire, ma con il suo Motu proprio, Pio X offre un radicale impulso per un’autentica riforma in ambito musicale, diventando punto di riferimento per il cammino ecclesiale fino al Concilio Vaticano II.

La musica è per la liturgia, la liturgia è per il popolo, l’assemblea liturgica è per la lode di Dio: Pio X ristabilisce l’ordine giusto fra musica, liturgia, assemblea, Dio. Inoltre precisa le caratteristiche della musica sacra nei termini di: santità, bontà delle forme/artisticità, universalità. In particolare si esige l’esclusione di ogni profanità. Pertanto la musica, nella sua forma, deve aderire alle funzioni dei diversi gesti rituali e non abusare per ampiezza affinché per mezzo suo i fedeli “siano più facilmente eccitati alla devozione”, e i testi cantati devono sempre essere comprensibili ad essi che ascoltano. Viene riconosciuta una identità ministeriale ai cantori, i quali svolgono un “vero ufficio liturgico”, ma ne sono tuttavia escluse le donne. E’ comunque da sottolineare l’attenzione data al popolo, la cui partecipazione, per attingere alla fonte dello spirito cristiano, deve essere “attiva”: l’espressione fa qui la sua felice comparsa in un documento ufficiale, per essere d’ora in poi costantemente ripresa e specialmente approfondita dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Notiamo i termini che nel pensiero del papa sottolineano l’importanza della liturgia vissuta dai fedeli, la quale è intesa come “partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa”; come tale la liturgia è la sorgente dello spirito cristiano, anzi “sua sorgente prima e indispensabile e che “la musica è parte integrande della liturgia”.

Ma queste parole non furono davvero comprese, almeno in un primo tempo. Non ci meravigliamo di questa difficoltà, visto che lo stesso insegnamento del magistero, in materia liturgica, non era poi così univoco. Inoltre, la locuzione “partecipazione attiva” compare un’unica volta non solo nel documento in oggetto, ma nell’intero magistero di Pio X. Ci voleva tempo. Ciò che è certo, è che neanche nella basiliche romane, si era molto prossimi all’ideale liturgico e musicale espresso da Pio X nel suo Motu Proprio, se lui stesso ebbe modo di lamentarsene con il cardinale vicario: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero neppure nei concerti profani di minor conto”.

La Missa Ioannis Pauli II di Botor alla GMG 2016 di Cracovia: ecco gli spartiti!

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La Missa Ioannis Pauli II composta da Henryk Jan Botor per la celebrazione conclusiva della GMG 2016 di Cracovia presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae, è stata definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. La composizione ha destato parecchio interesse, ma gli spartiti sembrano irreperibili. Li state cercando anche voi? Potete trovarli qui.

Youtube (video della Messa)
Soundcloud (audio dei canti)

Buona festa dell’Assunta… in musica

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Da Avvenire

Non c’è dubbio che alla Vergine siano state dedicate molte pagine di musica. Con le Ave Maria composte dai musicisti di ogni tempo si potrebbe sgranare il più bello dei rosari. All’interno di un paesaggio sonoro sconfinato, un’isola particolare è costituita dai brani scritti appositamente per la festa dell’Assunta. È un gruppo non vasto (più facilmente una Messa o un mottetto hanno una dedicazione mariana generica, così da poter essere utilizzati nelle feste di tutto l’anno) eppure denso di capolavori.

Alle parole dell’offertorio proprio della Messa del 15 agosto, Assumpta est Maria in coelum (utilizzate con alcune varianti come antifona nelle lodi e nei vespri) hanno dedicato la loro arte William Byrd, Gesualdo da Venosa e naturalmente Giovanni Pierluigi da Palestrina. Delle due versioni realizzate dal princeps musicae la più nota ed eseguita è quella a sei parti. Un brano che si avvia intrecciando le voci nelle regioni più acute e si fa via via più festoso, mentre le voci si aggregano in gruppi sempre diversi per suggerire i cori molteplici degli angeli.

Giovanni Pierluigi da Palestrina Assumpta est Maria a sei voci

Dal materiale melodico del mottetto Palestrina ricavò la Missa Assumpta est Maria. Tra le ventidue Messe a sei voci scritte dal maestro è la più apprezzata insieme alla Missa Papae Marcelli. La imparentano a questa partitura, assurta a simbolo musicale della Riforma cattolica, le sonorità brillanti (la Assumpta est Maria vede il raddoppio di soprani e tenori), l’enfasi positiva, l’uso di “tonalità” maggiori, l’alternanza tra passaggi contrappuntistici, in cui le parti si inseguono e sovrappongono come “nastri” autonomi, a blocchi omofonici, in cui le voci declamano in modo “corale” il testo.

G. P. da Palestrina Assumpta est Maria. The Tallis Scholars, Peter Phillips

La Messa, scritta probabilmente nella tarda età del maestro, godette di grande fama, più di altre opere dell’autore, e venne più volte pubblicata. Basti pensare che se della Papae Marcelli, in assoluto la Messa palestriniana più fortunata dal punto di vista storico, tra Cinque e Ottocento si conoscono quattordici edizioni, della Assumpta est Maria ce ne sono otto: la gran parte delle opere palestriniane fino al secolo scorso non andarono oltre la prima pubblicazione a cura dell’autore, quando non rimasero manoscritte. Ed è significativo che la messa sia stata cantato fino in anni non lontani nelle liturgie protestanti: la bellezza scultorea delle armonie di Palestrina danno infatti perfetto risalto e chiarezza alle parole sacre. E così i principi del Concilio tridentino e della Riforma si incontrano nel terreno comune della bellezza.

A un secolo dopo la morte di Palestrina risale l’altro grande capolavoro liturgico in onore della Vergine d’agosto. È la Missa Assumpta est Maria di Marc-Antoine Charpentier. Siamo a Parigi. Charpentier è tra le stelle di un firmamento musicale che, riunito alla corte del Re Sole, vede artisti come Couperin, Lully, Marais, Delalande. Siamo uno dei momenti più alti della civiltà musicale europea, e la Messa – il capolavoro di Charpentier in questo genere – ne è uno dei vertici.

M. A. Charpentier Messe er motets pour la Vierge, Jordi

Charpentier, conosciuto ai più specialmente per il preludio del Te Deum, ossia la “sigla dell’Eurovisione”, è forse il più “mariano” dei compositori, in piena sintonia con la contemporanea predicazione Louis-Marie Grignon de Montfort. Alla Madonna ha dedicato numerose ispiratissime pagine (si recuperino per l’occasione il Canticum in honorem Beatae Virginis Mariae, splendido dialogo tra uomini e angeli, o lo Stabat Mater pour des religieuses, pagina di una bellezza struggente e semplicità infinita).

La Messa per l’Assunta, eseguita la prima volta nella Sainte Chapelle di Parigi forse nel 1699 o negli anni successivi, è una delle più ricche dal punto di vista dell’organico (richiede soli, un coro a sei voci, un’orchestra piuttosto ampia per l’epoca e basso continuo) eppure sorprende fin dalle prime note. Non un’esplosione di suoni e di effetti ma una dolcezza densa, malinconica eppure ricca di calore che si allarga e avvinghia poco a poco, pervadendo anche passaggi solitamente festosi come il Gloria e il Credo. È una partitura di paradossi, come vertigine paradossale è Maria, Vergine e Madre, che parla al cuore perché solo il cuore li sa ascoltare e sciogliere.

 

La Messa finale della GMG 2016 a Cracovia. L’avete vista?

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Qualche considerazione sull’aspetto musicale della Messa finale della GMG a Cracovia, presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae. Una celebrazione che ha la caratteristica della straordinarietà per via dell’assemblea formata pressoché da giovani, per il numero dei partecipanti (2.000.000 di persone?) e per il vastissimo spazio all’aperto necessario a contenere tutti. Progettare questa celebrazione, in modo tale da offrire la possibilità di una partecipazione attiva ai convenuti, è una bella sfida. Da quanto ho potuto osservare dall’esterno, mi pare che il programma musicale abbia dimostrato di essere in sintonia con l’aspetto festoso tipico di ogni GMG, ma senza concessioni a banalità o esagerazioni. Ad esempio, si può notare un uso abbondante di strumenti a percussione, non a sproposito, quanto piuttosto ad evidenziare l’aspetto ritmico delle composizioni, ma anche l’utilizzo della lingua latina nelle parti cantate e non della Messa (i giovani erano supportati da un libretto per la partecipazione alla GMG), come è ravvisabile nel Messale preparato per la GMG oltre che dal video di Youtube. I canti si possono ascoltare anche su Soundcloud. Nella celebrazione è stata eseguita la Missa Ioannis Pauli II composta da H. J. Botor, definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. Il gigantesco coro e l’orchestra – entrambi giovanili, evidentemente – hanno dimostrano di essersi preparati bene all’evento, e gli organizzatori hanno colto l’occasione per offrire ai musicisti una ricca esperienza di crescita. Tutto ben lontano dalle italiche chitarre fai-da-te a cui i nostri giovani sono tanto abituati, non per colpa loro, quanto piuttosto per l’inesistente impegno della pastorale – non solo giovanile – nel campo della formazione liturgico-musicale. Speriamo che anche su questo versante la GMG 2016 possa essere di esempio e portare qualche frutto.

Riti di introduzione

Prima dell’ingresso del Santo Padre il coro ha proposto Niech Pan udzieli mocy swemu ludowi (C. Paciorek) – Il Signore dia forza al suo popolo -,  un canto ostinato, fresco e gioioso, dal testo molto breve, nell’intento – presumo – di aiutare la massa di giovani a sintonizzarsi con l’imminente inizio della celebrazione. A tal fine si sono anche adoperati due commentatori, in varie lingue. Durante la processione d’ingresso, invece, si canta l’Inno del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordes sicut Pater! (Inwood).  Dopo l’atto penitenziale viene il Kyrie eleison (Botor). La composizione rispetta bene e valorizza con la giusta sobrietà la forma litanica: ogni proposta ripete due volte “Kyrie-Christe” all’unisono, mentre la risposta è prevista in polifonia (ma la parte principale, Soprani e Assemblea, riprende la stessa melodia della proposta). Il Gloria (Botor), assai brioso, viene intonato da un solista, e prosegue festoso all’unisono, ma anche a cori alterni, sia uomini/donne che unisono/polifonia. La composizione è anche breve (poco più di 2′): in tal modo non appesantisce i riti di introduzione.

Liturgia della Parola

La prima lettura viene proclamata in italiano e la seconda lettura in portoghese ma in entrambi i casi si conclude cantando Verbum  Domini – Deo gratias sulla melodia gregoriana. Il salmo responsoriale è cantato in polacco, accompagnato dal solo suono dell’organo: le strofe ricalcano un modulo gregoriano, il ritornello è semplice e viene cantato anche dal coro ad una voce. L’acclamazione al Vangelo utilizza un Alleluia (Botor) che si protrae abbondantemente (circa 2′) e tuttavia per il tempo giusto data la circostanza, in modo molto vivace: manca però il versetto. Il Vangelo viene cantato in polacco ma il saluto e l’annuncio con relative risposte (Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. Lectio sancti Evangelii secundum Lucam. Gloria tibi Domine) vengono cantati in gregoriano, così come la conclusione (Verbum Domini. Laus tibi Christe). A questo punto segue la proclamazione del Vangelo in paleoslavo: al canto del diacono risponde un coro femminile. Per la professione di fede si canta il Credo III gregoriano. La preghiera dei fedeli è ben curata e valorizzata con interventi appropriati dei diversi ministri: viene introdotta dal Santo Padre in latino; a questi segue un diacono che con melodia gregoriana esorta l’assemblea a pregare secondo le intenzioni proposte, che vengono lette da alcuni fedeli in diverse lingue; ad ognuna di esse segue l’invocazione del cantore e la preghiera dell’assemblea con il ritornello Kyrie eleison (Kyrie 10 dal repertorio di Taizé).

Liturgia eucaristica

Una preghiera dei fedeli così ben posta apre significativamente alla liturgia eucaristica. La processione dei doni è accompagnata dal canto in lingua polacca Jezu Ufam Tobie (Klamarz-Botor) – Gesù confido in te: le strofe sono destinate ad un solista, mentre il ritornello è facilmente cantabile da tutti. Il prefazio non è cantato, viste le note difficoltà di Papa Francesco. Il Sanctus (Botor) è una composizione brillante: l’esecuzione si caratterizza per un hosanna in excelsis insistentemente ripetuto e coinvolgente, anche con un cambio di tonalità. L’acclamazione Misterium fidei, la dossologia Per ipsum e il Pater noster sono cantati in gregoriano, ma non viene cantato il Quia tuum est regnum. Il diacono invita allo scambio della pace cantando Offerte vobis pacem con melodia gregoriana. Segue l’Agnus Dei (Botor), con melodia distesa e serena; la prima proposta viene cantata dalle donne, la seconda dagli uomini, la terza insieme sempre all’unisono; la risposta (miserere nobis e dona nobis pacem) è cantata dal coro in polifonia, tuttavia è bene intendibile la parte destinata all’Assemblea, semplice e ripetuta sempre due volte. Il canto alla comunione, anch’esso in lingua polacca, è Oto są baranki młode (Gałuszka) e, a seguire, Adoro te devote (gregoriano). Dopo il silenzio e il raccoglimento, la scelta è quella di proporre il canto Jesus Christe you are my life (Frisina) in stile decisamente più pop.

Riti di conclusione

Dopo l’orazione si canta Abba ojcze (Gora) inno della GMG 1991 di Czestochowa, che accompagna la consegna missionaria delle lampade a giovani rappresentanti dei vari continenti. Dopo l’Angelus e l’allocuzione conclusiva del Santo Padre, viene cantato Beati i misericordiosi! (Blycharz) inno della GMG 2016 di Cracovia.

Video della celebrazione su Youtube
Canti della GMG su Soundcloud
Messale della GMG
Libretto dei partecipanti della GMG (in inglese)

Rito ed emozione del canto

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Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

Ovvietà

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Il fatto che ciò che è ovvio venga anche compreso
è tutt’altro che ovvio.

L’incipit del libro di E. JÜNGEL, Dio mistero del mondo (Queriniana, Brescia, 1982, p. 7) nel quale mi sono imbattuto, contiene una profonda verità e rifulge in tutta la sua limpida veracità anche nell’ambito che qui ci interessa, quello liturgico-musicale.

Il fatto che nell’azione liturgica si canti, è considerato una tale ovvietà che sembra perfino superfluo e, per alcuni, pure fastidioso rifletterci. Che si siano assaporati i meravigliosi risvolti del sano canto liturgico, è tutt’altro che ovvio.

Sarah e la riforma della riforma

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Riporto la notizia, anche se non strettamente riferita ai nostri temi. Tuttavia, vi è già così tanta confusione in ambito liturgico, e conseguentemente in quello musicale-celebrativo, che se il card. Sarah non ci mettesse del suo, ci farebbe un gran favore.

Da Radiovaticana.va

E’ opportuna una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal card. Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il card. Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa.

Perciò è bene ricordare che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”).

Per parte sua il Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu Proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”.

Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del card. Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci.

Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino.

L’antefatto. Da Vatican Insider:

Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino: «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile». Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito.

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma».

Emozione e canto liturgico

emozione liturgia canto

La tonalità emozionale del canto liturgico è la risultanza dell’intreccio con altri fattori determinanti. In particolare: l’assemblea e il rito. Quando si parla del canto liturgico occorre sempre ancorarlo ad un contesto celebrativo, che prevede anzitutto una assemblea concreta come soggetto (attivo e passivo) dell’esperienza sonora. Il soggetto assembleare è in realtà dato dalla compresenza e dall’interazione di più persone, ciascuna con competenze e compiti particolari; ciascuna concorre per sé e per gli altri a costruire l’ambiente sonoro con le sue qualità emotive. Ma il contesto celebrativo è determinato necessariamente dal modo proprio di agire dell’assemblea, ossia dall’agire rituale. Il rito ha una forma prestabilita, richiede determinate azioni, induce precisi atteggiamenti; ma nello stesso tempo è esposto a “farsi carico” del vissuto delle persone, fino a “essere caricato” (o “sovraccaricato”) di attese differenti, talora anche estranee alla logica del rito stesso. L’approccio alla musica liturgica (anche in riferimento alla dimensione emozionale implicata) non può essere solo “musicale”.

La natura del canto rituale si comprende adeguatamente se esso viene considerato in stretta connessione con il contesto rituale. Non si tratta di un canto religioso eseguito dentro la cornice di una celebrazione, né di un canto che diventa un rito a se stante accanto (o sovrapposto) ai riti della liturgia. Il rapporto del canto con il contesto rituale è tale per cui il rito determina la fisionomia e le funzioni del canto e questi concorre alla realizzazione dell’esperienza rituale.

Il gesto rituale della comunità ha un referente cui tende (il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo), è un atto di fede (un atto che realizza la nostra fede in Lui). Ciò significa che non è sufficiente far ricorso a canti che emozionano (per la loro bellezza, qualità artistica, ovvero per la loro capacità evocativa…), occorre infatti poter vivere l’emozione canora con l’intenzionalità dell’atto di fede e fare in modo che l’emozione concorra al costituirsi o rafforzarsi di tale intenzionalità in atto. A tal fine, un elemento importate del canto liturgico è il suo testo.

La complessa multimedialità del rito richiede particolare cura; essa tocca tutta la sensorialità dei celebranti, può far vibrare tutte le corde del sentire. Per una buona ars celebrandi, è di grande importanza la “concertazione” dei linguaggi. Occorre far sì che ciascuno di essi sia adeguato al compito che gli spetta, in armonia con l’insieme dell’azione liturgica, e sia esteticamente all’altezza degli altri linguaggi impiegati, per evitare un stridore che nuoce alla qualità della performance rituale complessiva.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

 

Pueri Cantores: educare al canto liturgico

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Dedicarsi all’educazione musicale e al canto dei bambini la ritengo una scelta pastorale quanto mai opportuna, soprattutto se teniamo conto delle ben poche e magari poco serie proposte che in ambito musicale la scuola italiana offre ai bambini, da decenni. E si vede. L’analfabetismo musicale è da noi alle stelle, e in nessun’altra nazione europea accade una cosa del genere: al contrario, diffusamente nelle scuole si impara la musica e a suonare uno strumento musicale (N.B. nulla a che vedere con le nostre spifferate al flauto dolce). Inutile dire che tale situazione si ripercuote, con le ovvie e deleterie conseguenze che ben conosciamo, anche sul terreno liturgico: infatti i bambini di ieri e dell’altro ieri, sono i giovani e gli adulti di oggi. Impegniamoci dunque per il domani: la capacità vocale dei bambini è una dote preziosissima che se coltivata con equilibrio, li aiuterà a crescere in “armonia”, e potranno esprimere al meglio la loro personalità. Il cantare favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé attraverso l’uso del corpo e della voce, stimola la concentrazione nell’ascoltare e nell’imitare. Il coro favorisce la socializzazione utilizzando la vocalità di gruppo non solo come fine ma anche come mezzo per “stare insieme” e assimilare le regole principali di comportamento: rispetto per gli altri, silenzio e pazienza, autoascolto e ascolto degli altri durante il canto.

Dunque, adoperarsi affinché i bambini familiarizzino con il linguaggio musicale ed aiutarli ad assaporare il bello educandoli al canto liturgico, è a mio avviso non solo opportuno, ma quanto mai doveroso. Attenzione! Non mi sto affatto riferendo al gruppetto dell’oratorio affidato ad un inesperto animatore. Costui, per quante buone disposizioni abbia, non sarà in grado di puntare agli obiettivi sopra esposti: farà un po’ di aggregazione, anche simpaticamente, e basta. Bisogna avere la volontà di pensare “in grande” magari uscendo dal proprio orticello e “fare squadra”, tanto più se ad una singola realtà mancassero le risorse necessarie per affidarsi ad una persona competente.

La buona notizia è che, finalmente, con il mese di ottobre 2016 prenderà il via ad Asti il progetto che l’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale dedica alle voci bianche. Per info vedi qui.

Messa del Buon Pastore

Messa

Condivido con tutti il fatto che la Diocesi di Asti, nella celebrazione del Congresso Eucaristico (10-17 aprile 2016) convocato dal suo vescovo Francesco Ravinale con il motto “Pane del Cammino, Dono di Misericordia, Centro di Unità”, in vista della celebrazione conclusiva ha pensato ad una composizione che contenesse i canti del “Proprio”, tratti dal Graduale Romano e in lingua italiana: da qui il lavoro del M° Daniele Ferretti, la Messa del Buon Pastore per Assemblea, Coro a 4 voci, Ottoni e Organo, pubblicato dalle Edizioni Carrara di Bergamo. Nella quarta domenica di Pasqua la figura dominante è il Buon Pastore: l’immagine evocata nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10, da cui ogni anno è tratta la pericope evangelica, ha ben collocato la celebrazione del Congresso Eucaristico di Asti nell’alveo del Giubileo Straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco.

Canto d’Introito: celebra il Signore che si rende presente nell’assemblea riunita nel suo nome, mutuando le strofe e la prima parte del ritornello dal Salmo 32, il quale si presenta come un inno di lode alla provvidenza di Dio, che in questa domenica trova la sua concretizzazione nell’immagine del Buon Pastore. Per introdurre meglio i fedeli al mistero celebrato, poi, la seconda parte del ritornello, aggiunge un invito esortativo: “Ascoltiamo la voce del Buon Pastore, seguiamo con fede il Signore della vita”.
Salmo responsoriale: è tratto dal Salmo 99, il quale invita tutti i popoli a lodare con gioia il Signore. Il motivo della lode emerge nel versetto 3: “Siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” e il ritornello evidenzia questa consapevolezza dell’assemblea orante.
Canto al Vangelo: il versetto alleluiatico (Gv 10, 14) riprende il tema del conoscere: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”.
Canto alla presentazione dei doni: è tratto dal Salmo 62 e accompagna la carità dei fedeli che, offrendo con gioia il pane e il vino, non dimenticano coloro che ne sono sprovvisti, e cercano Dio come la terra arida cerca l’acqua. Con fede sicura, nell’io collettivo del salmista, cantano la fiducia di essere esauditi: “Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca”.
Canto alla Comunione: abbina l’Antifona propria di Comunione “Io sono il buon pastore e offro la vita per le mie pecore” (Gv 10, 14-15) al Salmo 22 (nella notissima versione De Marzi – Turoldo). In tal modo si è voluto lasciare spazio al canto religioso popolare, debitamente valorizzato nell’armonizzazione di Ferretti.

La Messa del Buon Pastore di Daniele Ferretti non cade nel fraintendimento ingenuo di una musica liturgica fruibile immediatamente, come quelle melodie che si cantano quasi da sole. Neppure qui si ricerca l’arte per l’arte: la parte dell’Assemblea è realmente alla portata delle capacità medie dei fedeli e consiste in brevi e opportuni interventi partecipativi, mentre complessivamente, si è dato vita ad una musica “contemporanea” per la liturgia di oggi: una musica per un servizio ecclesiale specifico – quello dei cantori – fatto di sacrificio e di passione. Pochi al servizio di molti, è l’immagine della ministerialità ecclesiale che si è tenuta presente elaborando questa Messa, nella convinzione che quello del coro, sia un ruolo specifico: come quello di chi presiede la celebrazione, del diacono o del lettore.

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