Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa, e condividere opinioni.

Il canto dell’assemblea liturgica /1

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Un prato coperto di fiori è bello, anche se molti di quei fiori sono ancora in boccio o già appassiti… Così è del canto di una navata. Il suo pregio consiste più nell’unanimità e nel fervore che nella bellezza delle voci considerate singolarmente. Queste leggere mancanze di rigore non alternano la bellezza del canto della folla più di quanto la asimmetria o la difformità dei fiori quella del prato [J. Gelineau].

Dopo la pubblicazione del precedente articolo, mi sono sentito spinto a trattare nello specifico del canto dell’assemblea liturgica. «Deve cantare l’assemblea!» è il cavallo di battaglia di tanti “animatori liturgici”, chissà quanto consci di come e perché.  Il magistero ce ne ricorda spesso l’importanza quando si occupa di liturgia. Estrapolo alcune suggestioni, per esempio, dalla lettera Dies Domini, 50: «Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore». Anche il Messale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 39-40) si rifà ad argomenti simili. Al di là di tutte le magagne delle nostre assemblee, queste affermazioni traggono la loro forza da una profonda verità.

Questa verità è splendidamente espressa negli insegnamenti conciliari: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anch’esse chiamate chiese del Nuovo Testamento. In esse, con la predicazione del Vangelo di Cristo, vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (Lumen Gentium, 26). Nella liturgia si attua l’opera della salvezza e per questo il Cristo vi è sempre presente: «Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium, 7). Dunque, nelle azioni liturgiche, l’assemblea è il primo e più importante soggetto celebrante poiché manifesta la Chiesa, che è il Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,27), in essa è presente e con essa agisce lo stesso Signore: «E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra (…). L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1136-1141). Se Cristo è presente «quando la Chiesa prega e salmeggia» (cfr SC 7), possiamo ben ritenere che lo sia anche quando l’assemblea canta.

Ritengo che nel canto dell’assemblea, vi sia la privilegiata possibilità di esprimere bene non solo la consapevolezza – che potrebbe esserci in modo imperfetto – ma anche e meglio ancora, la verità di quanto sopra affermato. Ecco perché gioia e condivisione o, per dirla con Gelineau, fervore ed unanimità, vengono indicate come prerogative del canto dell’assemblea. Tuttavia, le difficoltà che per tutta una serie di motivi si incontrano quando ci si cimenta nel proporre il canto ai fedeli  – ma anche al clero, per le parti proprie – tutti le conosciamo. Siamo anche concordi, ritengo, che il coro, per quanto sia ovviamente parte dell’assemblea, non possa avocare a sé tutti gli interventi canori e di fatto sostituirla: infatti «nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza (SC 28).

Dunque, nell’intento pedagogico di promuovere il canto assembleare, quale attenzione si dovrà porre? Da dove iniziare? Ne ho già parlato qui, ma ritorno su questa indicazione del Messale, che mi pare un orientamento ineludibile:

Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR, 40).

L’indicazione non dice tutto, ma offre un criterio fondamentale: «Quelle di maggior importanza». Dedicherò a loro il prossimo articolo. Dobbiamo però sapere che sono quelle nelle quali si esprime nel miglior modo la natura comunitaria della liturgia, e di riflesso, dell’assemblea stessa, Popolo di Dio radunato, e nelle quali si manifesta l’unità della Chiesa pur nella diversità dei ministeri. Guarda caso, trovo che siano anche quelle più semplici da esprimere nel canto, cioè alla portata del normale fedele che non si dedica a prove settimanali. A patto, però, che nel fedele abiti l’amore e la gioia del cuore: «Cantare è proprio di chi ama», diceva Sant’Agostino (cfr. OGMR, 39), o che non vi siano altri problemi insormontabili.

In base all’assemblea? Come scegliere i canti.

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L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti.

E’ quanto afferma il simpatico don Francesco Buttazzo, nel recente video Il canto liturgico e l’assemblea – Liturgicamente parlando. Ora, vorrei ripartire da quella affermazione piuttosto incompleta e sbrigativa – spero per motivi solo legati alla brevità del video – anche se in parte vera. Ma assolutizzare una parte di verità non è mai buona cosa, e non lo è mai stato. «L’animatore musicale deve scegliere i canti in base all’assemblea che si trova davanti. Questo perché – continua don Buttazzo – è l’assemblea che celebra con tutta se stessa, con la sua presenza, con le sue preghiere, con i suoi canti, con i suoi silenzi». Il ragionamento mostra subito una certa fragilità, poiché se portato alle sue estreme conseguenze, consentirebbe, per esempio, di sostituire le letture bibliche proposte dal Lezionario con altre che possono essere considerate più in sintonia con i presenti. Se l’assemblea celebra con tutta se stessa, è altrettanto importante affermare che l’assemblea non celebra se stessa. E’ per questo motivo che l’assemblea non può essere l’unico criterio per la scelta dei canti.

Dunque, come operare questa scelta? Leggiamo quanto ci suggerisce il Messale a proposito di tre momenti che si è soliti accompagnare con il canto:
Canto d’ingresso: «Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 48).
Canto all’offertorio: «Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d’ingresso» (n. 74).
Canto alla comunione: «Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale» (n. 87).

Apro una parentesi per rivolgermi ad eventuali animatori liturgici/direttori di coro/guide del canto. Se non avete idea di cosa sia il Graduale romanum e non ci pensate neanche a colmare la lacuna; se non vi interessa cosa dice il Messale; se state pensando che questo sia il solito discorso esagerato, e che ciò che fate va fin troppo bene, vi chiedo, per favore: siate almeno onesti, e rinunciate al vostro incarico. Molto probabilmente quello che intendete per “canto liturgico” non è ciò che la Chiesa intende. Chiedo scusa per la franchezza e chiudo la parentesi.

Dobbiamo prendere atto che la fonte prima per i nostri canti sono il Graduale romanum o il Graduale simplex – questi sconosciuti – e cioè gli unici due veri e propri “libri liturgici” di canto finora approvati dalla Santa Sede. Contenendo unicamente canto gregoriano, non sono stati ovviamente tradotti nelle lingue parlate. Quindi, si può scegliere di cantare le antifone gregoriane ivi contenute, che comunque, anche se ciò non fosse possibile o opportuno, restano il punto di partenza per scegliere altrove un canto che ne rispecchi i contenuti. Ciò che può semplicemente apparire come un limite alla libertà di scelta, in realtà è affermazione della dignità del canto liturgico, che è parte della celebrazione non a piacere o a discrezione di qualcuno, esattamente come le letture proposte dal Lezionario in un dato giorno, ad esempio, non possono essere cambiate con disinvoltura. Anche nel Messale si trovano le antifone di Ingresso e di Comunione, che talvolta coincidono con quelle del Graduale e talvolta no.

In alternativa ai canti del Graduale, dunque, il Messale consente di utilizzare un altro canto purché adatto alla celebrazione, al carattere del giorno o del tempo, e approvato dalla Conferenza Episcopale. Vista la prassi attuale, quest’ultima disposizione appare quasi umoristica: quanti canti attualmente in uso godono del placet della CEI? Ad ogni modo, il Messale vorrebbe che i canti fossero scelti da repertori autorizzati, come Nella Casa del Padre o il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia, solo per citarne un paio; ma la confusione resta. Infatti, prima di tutto sarebbe lecito domandarsi se questi repertori siano completamente all’altezza, o no, del loro compito. In secondo luogo, faccio notare che proprio il Repertorio Nazionale afferma che «non intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti  e messi in circolazione nuovi canti». Dunque? Anche canti non approvati possono essere utilizzati, o sbaglio?

Ad ogni modo, sia che si cantino le antifone del Graduale, sia che si scelga altrove ciò che dovrà essere cantato, sarebbe doveroso un esame dei testi liturgici – letture bibliche ed eucologia – allo scopo di scovare la tematica liturgica della celebrazione. E’ necessario partire dal Vangelo (vertice della Liturgia della Parola), ma facendo attenzione al fatto che ogni brano è portatore di una serie vastissima di tematiche! Dunque, si noti che il Lezionario porta sempre un titoletto (tratto dalla lettura), dal quale si può desumere il motivo per cui quella pericope è stata scelta, così come a tal fine è assai utile il versetto del Canto al Vangelo. Prezioso è poi l’accostamento alla Prima lettura, in modo tale da far emergere il contesto tematico anche del brano evangelico. Importanti indicazioni circa il tema liturgico vengono fornite dall’orazione Colletta (a tal fine, meglio quelle alternative CEI) e, soprattutto nelle feste e solennità, dal Prefazio.

A questo punto, e solo a questo punto, si può guardare alla realtà dell’assemblea, alle capacità del coro, ecc… e scegliere i canti più opportuni o, tra essi, i più fattibili. «Si fa come si può» è un’affermazione che può essere accettata – vista l’attuale situazione liturgico-musicale delle nostre parrocchie – ma a condizione che non diventi una scusa sistematica! Non è per scoraggiare qualcuno, ma queste incomplete indicazioni vogliono riaffermare l’esigenza di una formazione liturgica per coloro che in questo campo svolgono un ministero. Occorre una certa competenza (meglio se comprovata) e non va più incoraggiato il fai-da-te. Diversamente, significa che non interessa che nel canto si celebri il Mistero, e che non importa se il canto resta un qualcosa di secondario, buono per fare un po’ di ricreazione.

Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

San Pio X, papa

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Oggi, se non fosse domenica, sarebbe la memoria liturgica di San Pio X: con l’occasione ricordo questo grande pastore riprendendo, con molta sintesi, il suo insegnamento nel campo della musica liturgica.

Il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, divenne papa il 4 agosto 1903. Parlando dei suoi atti si è talvolta utilizzata la parola “rivoluzionario”, per indicare, magari con una punta di esagerazione, l’audacia di molte delle sue riforme. Non si fa per nulla attendere il suo Motu proprio Tra le sollecitudini, emanato il 22 novembre 1903; da convinto ceciliano qual era, riprende non solo gran parte dei convincimenti già espressi a Venezia, ma fa qui confluire le idee migliori e più esigenti dei ceciliani dell’Ottocento, riuscendo a far sì che il documento costituisse il punto di arrivo e il coronamento dell’impegno di tutto il movimento liturgico-musicale, assai sviluppato in Europa, ma osteggiato in Italia. Le difficoltà non si attenuano negli anni a venire, ma con il suo Motu proprio, Pio X offre un radicale impulso per un’autentica riforma in ambito musicale, diventando punto di riferimento per il cammino ecclesiale fino al Concilio Vaticano II.

La musica è per la liturgia, la liturgia è per il popolo, l’assemblea liturgica è per la lode di Dio: Pio X ristabilisce l’ordine giusto fra musica, liturgia, assemblea, Dio. Inoltre precisa le caratteristiche della musica sacra nei termini di: santità, bontà delle forme/artisticità, universalità. In particolare si esige l’esclusione di ogni profanità. Pertanto la musica, nella sua forma, deve aderire alle funzioni dei diversi gesti rituali e non abusare per ampiezza affinché per mezzo suo i fedeli “siano più facilmente eccitati alla devozione”, e i testi cantati devono sempre essere comprensibili ad essi che ascoltano. Viene riconosciuta una identità ministeriale ai cantori, i quali svolgono un “vero ufficio liturgico”, ma ne sono tuttavia escluse le donne. E’ comunque da sottolineare l’attenzione data al popolo, la cui partecipazione, per attingere alla fonte dello spirito cristiano, deve essere “attiva”: l’espressione fa qui la sua felice comparsa in un documento ufficiale, per essere d’ora in poi costantemente ripresa e specialmente approfondita dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Notiamo i termini che nel pensiero del papa sottolineano l’importanza della liturgia vissuta dai fedeli, la quale è intesa come “partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa”; come tale la liturgia è la sorgente dello spirito cristiano, anzi “sua sorgente prima e indispensabile e che “la musica è parte integrande della liturgia”.

Ma queste parole non furono davvero comprese, almeno in un primo tempo. Non ci meravigliamo di questa difficoltà, visto che lo stesso insegnamento del magistero, in materia liturgica, non era poi così univoco. Inoltre, la locuzione “partecipazione attiva” compare un’unica volta non solo nel documento in oggetto, ma nell’intero magistero di Pio X. Ci voleva tempo. Ciò che è certo, è che neanche nella basiliche romane, si era molto prossimi all’ideale liturgico e musicale espresso da Pio X nel suo Motu Proprio, se lui stesso ebbe modo di lamentarsene con il cardinale vicario: “Alla devota salmodia del clero, alla quale partecipava anche il popolo, si sono sostituite interminabili composizioni musicali sulle parole dei salmi, tutte foggiate alla maniera delle vecchie opere teatrali e per lo più di sì meschino valore d’arte, che non si tollererebbero neppure nei concerti profani di minor conto”.

La Missa Ioannis Pauli II di Botor alla GMG 2016 di Cracovia: ecco gli spartiti!

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La Missa Ioannis Pauli II composta da Henryk Jan Botor per la celebrazione conclusiva della GMG 2016 di Cracovia presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae, è stata definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. La composizione ha destato parecchio interesse, ma gli spartiti sembrano irreperibili. Li state cercando anche voi? Potete trovarli qui.

Youtube (video della Messa)
Soundcloud (audio dei canti)

Buona festa dell’Assunta… in musica

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Da Avvenire

Non c’è dubbio che alla Vergine siano state dedicate molte pagine di musica. Con le Ave Maria composte dai musicisti di ogni tempo si potrebbe sgranare il più bello dei rosari. All’interno di un paesaggio sonoro sconfinato, un’isola particolare è costituita dai brani scritti appositamente per la festa dell’Assunta. È un gruppo non vasto (più facilmente una Messa o un mottetto hanno una dedicazione mariana generica, così da poter essere utilizzati nelle feste di tutto l’anno) eppure denso di capolavori.

Alle parole dell’offertorio proprio della Messa del 15 agosto, Assumpta est Maria in coelum (utilizzate con alcune varianti come antifona nelle lodi e nei vespri) hanno dedicato la loro arte William Byrd, Gesualdo da Venosa e naturalmente Giovanni Pierluigi da Palestrina. Delle due versioni realizzate dal princeps musicae la più nota ed eseguita è quella a sei parti. Un brano che si avvia intrecciando le voci nelle regioni più acute e si fa via via più festoso, mentre le voci si aggregano in gruppi sempre diversi per suggerire i cori molteplici degli angeli.

Giovanni Pierluigi da Palestrina Assumpta est Maria a sei voci

Dal materiale melodico del mottetto Palestrina ricavò la Missa Assumpta est Maria. Tra le ventidue Messe a sei voci scritte dal maestro è la più apprezzata insieme alla Missa Papae Marcelli. La imparentano a questa partitura, assurta a simbolo musicale della Riforma cattolica, le sonorità brillanti (la Assumpta est Maria vede il raddoppio di soprani e tenori), l’enfasi positiva, l’uso di “tonalità” maggiori, l’alternanza tra passaggi contrappuntistici, in cui le parti si inseguono e sovrappongono come “nastri” autonomi, a blocchi omofonici, in cui le voci declamano in modo “corale” il testo.

G. P. da Palestrina Assumpta est Maria. The Tallis Scholars, Peter Phillips

La Messa, scritta probabilmente nella tarda età del maestro, godette di grande fama, più di altre opere dell’autore, e venne più volte pubblicata. Basti pensare che se della Papae Marcelli, in assoluto la Messa palestriniana più fortunata dal punto di vista storico, tra Cinque e Ottocento si conoscono quattordici edizioni, della Assumpta est Maria ce ne sono otto: la gran parte delle opere palestriniane fino al secolo scorso non andarono oltre la prima pubblicazione a cura dell’autore, quando non rimasero manoscritte. Ed è significativo che la messa sia stata cantato fino in anni non lontani nelle liturgie protestanti: la bellezza scultorea delle armonie di Palestrina danno infatti perfetto risalto e chiarezza alle parole sacre. E così i principi del Concilio tridentino e della Riforma si incontrano nel terreno comune della bellezza.

A un secolo dopo la morte di Palestrina risale l’altro grande capolavoro liturgico in onore della Vergine d’agosto. È la Missa Assumpta est Maria di Marc-Antoine Charpentier. Siamo a Parigi. Charpentier è tra le stelle di un firmamento musicale che, riunito alla corte del Re Sole, vede artisti come Couperin, Lully, Marais, Delalande. Siamo uno dei momenti più alti della civiltà musicale europea, e la Messa – il capolavoro di Charpentier in questo genere – ne è uno dei vertici.

M. A. Charpentier Messe er motets pour la Vierge, Jordi

Charpentier, conosciuto ai più specialmente per il preludio del Te Deum, ossia la “sigla dell’Eurovisione”, è forse il più “mariano” dei compositori, in piena sintonia con la contemporanea predicazione Louis-Marie Grignon de Montfort. Alla Madonna ha dedicato numerose ispiratissime pagine (si recuperino per l’occasione il Canticum in honorem Beatae Virginis Mariae, splendido dialogo tra uomini e angeli, o lo Stabat Mater pour des religieuses, pagina di una bellezza struggente e semplicità infinita).

La Messa per l’Assunta, eseguita la prima volta nella Sainte Chapelle di Parigi forse nel 1699 o negli anni successivi, è una delle più ricche dal punto di vista dell’organico (richiede soli, un coro a sei voci, un’orchestra piuttosto ampia per l’epoca e basso continuo) eppure sorprende fin dalle prime note. Non un’esplosione di suoni e di effetti ma una dolcezza densa, malinconica eppure ricca di calore che si allarga e avvinghia poco a poco, pervadendo anche passaggi solitamente festosi come il Gloria e il Credo. È una partitura di paradossi, come vertigine paradossale è Maria, Vergine e Madre, che parla al cuore perché solo il cuore li sa ascoltare e sciogliere.

 

La Messa finale della GMG 2016 a Cracovia. L’avete vista?

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Qualche considerazione sull’aspetto musicale della Messa finale della GMG a Cracovia, presieduta da Papa Francesco al Campus Misericordiae. Una celebrazione che ha la caratteristica della straordinarietà per via dell’assemblea formata pressoché da giovani, per il numero dei partecipanti (2.000.000 di persone?) e per il vastissimo spazio all’aperto necessario a contenere tutti. Progettare questa celebrazione, in modo tale da offrire la possibilità di una partecipazione attiva ai convenuti, è una bella sfida. Da quanto ho potuto osservare dall’esterno, mi pare che il programma musicale abbia dimostrato di essere in sintonia con l’aspetto festoso tipico di ogni GMG, ma senza concessioni a banalità o esagerazioni. Ad esempio, si può notare un uso abbondante di strumenti a percussione, non a sproposito, quanto piuttosto ad evidenziare l’aspetto ritmico delle composizioni, ma anche l’utilizzo della lingua latina nelle parti cantate e non della Messa (i giovani erano supportati da un libretto per la partecipazione alla GMG), come è ravvisabile nel Messale preparato per la GMG oltre che dal video di Youtube. I canti si possono ascoltare anche su Soundcloud. Nella celebrazione è stata eseguita la Missa Ioannis Pauli II composta da H. J. Botor, definita dal card. Stanisław Dziwisz come un “regalo della Chiesa di Cracovia alla Chiesa universale”. Il gigantesco coro e l’orchestra – entrambi giovanili, evidentemente – hanno dimostrano di essersi preparati bene all’evento, e gli organizzatori hanno colto l’occasione per offrire ai musicisti una ricca esperienza di crescita. Tutto ben lontano dalle italiche chitarre fai-da-te a cui i nostri giovani sono tanto abituati, non per colpa loro, quanto piuttosto per l’inesistente impegno della pastorale – non solo giovanile – nel campo della formazione liturgico-musicale. Speriamo che anche su questo versante la GMG 2016 possa essere di esempio e portare qualche frutto.

Riti di introduzione

Prima dell’ingresso del Santo Padre il coro ha proposto Niech Pan udzieli mocy swemu ludowi (C. Paciorek) – Il Signore dia forza al suo popolo -,  un canto ostinato, fresco e gioioso, dal testo molto breve, nell’intento – presumo – di aiutare la massa di giovani a sintonizzarsi con l’imminente inizio della celebrazione. A tal fine si sono anche adoperati due commentatori, in varie lingue. Durante la processione d’ingresso, invece, si canta l’Inno del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordes sicut Pater! (Inwood).  Dopo l’atto penitenziale viene il Kyrie eleison (Botor). La composizione rispetta bene e valorizza con la giusta sobrietà la forma litanica: ogni proposta ripete due volte “Kyrie-Christe” all’unisono, mentre la risposta è prevista in polifonia (ma la parte principale, Soprani e Assemblea, riprende la stessa melodia della proposta). Il Gloria (Botor), assai brioso, viene intonato da un solista, e prosegue festoso all’unisono, ma anche a cori alterni, sia uomini/donne che unisono/polifonia. La composizione è anche breve (poco più di 2′): in tal modo non appesantisce i riti di introduzione.

Liturgia della Parola

La prima lettura viene proclamata in italiano e la seconda lettura in portoghese ma in entrambi i casi si conclude cantando Verbum  Domini – Deo gratias sulla melodia gregoriana. Il salmo responsoriale è cantato in polacco, accompagnato dal solo suono dell’organo: le strofe ricalcano un modulo gregoriano, il ritornello è semplice e viene cantato anche dal coro ad una voce. L’acclamazione al Vangelo utilizza un Alleluia (Botor) che si protrae abbondantemente (circa 2′) e tuttavia per il tempo giusto data la circostanza, in modo molto vivace: manca però il versetto. Il Vangelo viene cantato in polacco ma il saluto e l’annuncio con relative risposte (Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. Lectio sancti Evangelii secundum Lucam. Gloria tibi Domine) vengono cantati in gregoriano, così come la conclusione (Verbum Domini. Laus tibi Christe). A questo punto segue la proclamazione del Vangelo in paleoslavo: al canto del diacono risponde un coro femminile. Per la professione di fede si canta il Credo III gregoriano. La preghiera dei fedeli è ben curata e valorizzata con interventi appropriati dei diversi ministri: viene introdotta dal Santo Padre in latino; a questi segue un diacono che con melodia gregoriana esorta l’assemblea a pregare secondo le intenzioni proposte, che vengono lette da alcuni fedeli in diverse lingue; ad ognuna di esse segue l’invocazione del cantore e la preghiera dell’assemblea con il ritornello Kyrie eleison (Kyrie 10 dal repertorio di Taizé).

Liturgia eucaristica

Una preghiera dei fedeli così ben posta apre significativamente alla liturgia eucaristica. La processione dei doni è accompagnata dal canto in lingua polacca Jezu Ufam Tobie (Klamarz-Botor) – Gesù confido in te: le strofe sono destinate ad un solista, mentre il ritornello è facilmente cantabile da tutti. Il prefazio non è cantato, viste le note difficoltà di Papa Francesco. Il Sanctus (Botor) è una composizione brillante: l’esecuzione si caratterizza per un hosanna in excelsis insistentemente ripetuto e coinvolgente, anche con un cambio di tonalità. L’acclamazione Misterium fidei, la dossologia Per ipsum e il Pater noster sono cantati in gregoriano, ma non viene cantato il Quia tuum est regnum. Il diacono invita allo scambio della pace cantando Offerte vobis pacem con melodia gregoriana. Segue l’Agnus Dei (Botor), con melodia distesa e serena; la prima proposta viene cantata dalle donne, la seconda dagli uomini, la terza insieme sempre all’unisono; la risposta (miserere nobis e dona nobis pacem) è cantata dal coro in polifonia, tuttavia è bene intendibile la parte destinata all’Assemblea, semplice e ripetuta sempre due volte. Il canto alla comunione, anch’esso in lingua polacca, è Oto są baranki młode (Gałuszka) e, a seguire, Adoro te devote (gregoriano). Dopo il silenzio e il raccoglimento, la scelta è quella di proporre il canto Jesus Christe you are my life (Frisina) in stile decisamente più pop.

Riti di conclusione

Dopo l’orazione si canta Abba ojcze (Gora) inno della GMG 1991 di Czestochowa, che accompagna la consegna missionaria delle lampade a giovani rappresentanti dei vari continenti. Dopo l’Angelus e l’allocuzione conclusiva del Santo Padre, viene cantato Beati i misericordiosi! (Blycharz) inno della GMG 2016 di Cracovia.

Video della celebrazione su Youtube
Canti della GMG su Soundcloud
Messale della GMG
Libretto dei partecipanti della GMG (in inglese)

Rito ed emozione del canto

emozione

Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

Ovvietà

comprendere ovvio

Il fatto che ciò che è ovvio venga anche compreso
è tutt’altro che ovvio.

L’incipit del libro di E. JÜNGEL, Dio mistero del mondo (Queriniana, Brescia, 1982, p. 7) nel quale mi sono imbattuto, contiene una profonda verità e rifulge in tutta la sua limpida veracità anche nell’ambito che qui ci interessa, quello liturgico-musicale.

Il fatto che nell’azione liturgica si canti, è considerato una tale ovvietà che sembra perfino superfluo e, per alcuni, pure fastidioso rifletterci. Che si siano assaporati i meravigliosi risvolti del sano canto liturgico, è tutt’altro che ovvio.

Sarah e la riforma della riforma

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Riporto la notizia, anche se non strettamente riferita ai nostri temi. Tuttavia, vi è già così tanta confusione in ambito liturgico, e conseguentemente in quello musicale-celebrativo, che se il card. Sarah non ci mettesse del suo, ci farebbe un gran favore.

Da Radiovaticana.va

E’ opportuna una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal card. Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il card. Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa.

Perciò è bene ricordare che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”).

Per parte sua il Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu Proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”.

Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del card. Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci.

Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino.

L’antefatto. Da Vatican Insider:

Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino: «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile». Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito.

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma».

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